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venerdì 10 gennaio 2014

Un'altra vita. La verità di Raffaele Cutolo.

Un'altra vita. La verità di Raffaele Cutolo.

RECENSIONE - Nel libro "Un'altra vita" di Francesco De Rosa, del 2001, con prefazione del vescovo Raffaele Nogaro, si parla della vita di Raffaele Cutolo ma anche della sua conversione, del modo in cui il suo spirito è cambiato, riservatamente, senza clamori e senza sbandierare pentimenti tardivi ed interessati.


Articolo a firma di Gaetano Ferrara per Conversione.org

Cutolo ha trascorso un'intera vita in prigione. A capo della NCO (Nuova Camorra Organizzata) che
Raffaele Cutolo con la moglie
Annamaria Iacone
aveva fondato, fu protagonista di vicende criminali nel decennio che va dagli inizi degli anni '70 agli inizi degli anni '80, prima che la sua organizzazione si sfaldasse. La fine della NCO è riconducibile a tre diverse cause interdipendenti: a) il venire meno dell'appoggio politico di cui Cutolo godeva ai tempi della reclusione nel carcere di Ascoli Piceno dove poteva beneficiare di ampi privilegi (l'appoggio politico venne a mancare dopo la liberazione di Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse grazie proprio alla mediazione di Cutolo. Secondo una tesi riportata nel libro, si preferì ridurre Cutolo al silenzio rendendolo inoffensivo, disponendo il suo trasferimento nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara, provvedimento fortemente voluto dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini); b) i duri colpi ricevuti sul fronte giudiziario in seguito alle rivelazioni dei pentiti (che proliferarono dopo il trasferimento di Cutolo nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara) con inchieste che portarono al maxi-blitz del 17 giugno 1983 (in cui fu coinvolto anche Enzo Tortora); c) sul piano prettamente militare, il conseguente successo della Nuova Famiglia, organizzazione camorristica alleata della mafia siciliana che contendeva alla NCO il controllo del territorio.
La storia che si narra nel libro è per molti versi esemplare. Si tratteggia il profilo del capo di una organizzazione criminale spietata, agguerrita, che era giunto a divenire un interlocutore del potere politico e che poi, nella fase discendente della sua parabola - in seguito al suo matrimonio con Immacolata Iacone celebrato all'Asinara - giura sull'altare di lasciarsi per sempre alle spalle il passato e questa sua promessa sembra riuscire a vincolare la sua anima in eterno.
«[...] un uomo vero deve affrontare le colpe del suo passato con dignità e coraggio. La conversione deve essere dentro al proprio animo e si deve soffrire, anche per le tante colpe commesse da altri sulla mia pelle e sul mio animo. Il pentimento vero deve essere soltanto con Dio: giudice di tutti i giudici. Se non avessi creduto sempre e immensamente in Dio, già sarei morto. Gesù in croce è la vera cattedra di vita. E poi, monsignor Nogaro, a cui io voglio un bene dell'animo, ha sempre detto che la speranza deve essere invincibile.»
(Brano attribuito dall'Autore a Raffaele Cutolo, perché in corsivo nel testo, pp. 141-142)
Fu proprio Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, ad assisterlo ed a seguirlo in questo percorso di rinascita spirituale. Il vescovo, interpellato dall'autore del libro, accenna alla conversione di Raffaele Cutolo ed approfondisce il tema della differenza che esiste tra la conversione spirituale e il "pentimento" giudiziario di tanti ex-criminali.
«L'uomo convertito, soprattutto l'uomo che si trova in carcere, è colui che cambia il cuore. Il pentito è invece colui che cambia soltanto politica, colui che è alla ricerca dell'interesse personale e di quello del suo gruppo e difende comunque la sua vita accusando gli altri dei suoi crimini. Il convertito è, invece, colui che ha l'anima nuova, che, secondo un concetto cristiano, segue la volontà di Dio e quindi cambia consuetudini, modi di pensare e comportamenti. Cambia quella vita che prima poteva essere ambigua, discutibile e che invece ora vuole essere una vita di testimonianza, retta, morale... cristiana»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 181)
«Chi è convertito cerca di non fare mai del male ai suoi fratelli perché la conversione non è semplicemente un atto a senso unico, un guardare la volontà di Dio, ma è un atto completo e riguarda tutta la morale umana e lo spirito umano. Cioè è una volontà di compiere il bene a ogni costo, quando costa anche fatica, proprio perché la conversione è una nascita nuova, un cambiamento di mentalità, di modo di vedere le cose e, soprattutto, una volontà nuova a fare del bene dovunque, comunque e sempre, contro quella furbizia, quella mercanteria spirituale che potrebbe, invece, essere il carattere del pentito, di colui che cerca il suo interesse.»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 182)
Riflettendo poi sul personaggio Raffaele Cutolo e sulla sua conversione, il vescovo Nogaro passa al nocciolo della questione:
«Io direi con la mia fede [...] che l'uomo è sempre un prodigio, ma un prodigio di bene. Forse ancora oggi non si riesce a pensare che un Cutolo, un uomo così famoso nel campo di un particolare stato di vita quale può essere quello del crimine, abbia avuto la forza interiore, la ricchezza mentale di diventare un nomo nuovo, di grande valore spirituale. A mio giudizio, Cutolo oggi è un uomo che vive la dimensione dello spirito nella forma più ampia. Questo dimostra che l'uomo è sempre in stato di grazia anche se manca; anche se in un periodo della sua vita, più o meno lungo, cede a ogni forma di tentazione, può sempre recuperare, può tornare completamente nuovo. Veramente l'uomo è colui che può nascere di nuovo. Un santo dice che il cristiano è colui che impara a diventare giovane. In questo momento io dico che Raffaele Cutolo, proprio per le tante sofferenze che subisce, forse non si sente diventare giovane, ma ha una sensibilità morale, una coscienza talmente libera per cui si può dire che oggi è più giovane di quando è entrato in carcere... perché si è convertito.»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 183)
Il tema fondamentale del libro è proprio questo cambiamento nell'animo di Raffaele Cutolo. E' ancora un boss della camorra che vuole restare fedele fino alla fine col suo personaggio oppure è un uomo rinato che desidera espiare sulla propria pelle e sommessamente le proprie colpe, rifuggendo dalla tentazione di avere una vita facile, una nuova esistenza, semplicemente richiedendo di entrare nel programma di protezione previsto per i "pentiti"?
La perplessità che suscita il libro è proprio questa. Ci si può convertire senza "pentirsi", nell'accezione giudiziaria del termine?
La risposta risiede nel cuore di ogni uomo.
Noi lettori possiamo o meno esprimere un giudizio su questo tema ma è doveroso per ognuno riflettere sul cambiamento che c'è stato nell'animo di Raffaele Cutolo, il capo di una organizzazione criminale responsabile di reati gravissimi e delitti efferati che riscopre la scintilla che continuava ad ardere, profondamente, nel suo animo ed essa innesca il fuoco della sua conversione e della sua rinascita spirituale.
E' lecito nutrire diffidenza sul percorso di crescita interiore narrato nel libro di De Rosa, tuttavia le parole del vescovo Nogaro, persona di alta statura spirituale ed umana, devono predisporci alla fiducia; ci presentano il percorso tratteggiato nel libro come credibile e degno di considerazione.
Se escludiamo due brevi periodi di latitanza, Raffaele Cutolo è in carcere quasi ininterrottamente dal 1963. E' nato nel 1941.

Cerchiamo di giudicare la sua vicenda tenendo presente due fatti fondamentali. La prima considerazione è in relazione alla recentissima scelta di papa Francesco di eliminare l'ergastolo per il territorio che ricade sotto la giurisdizione dello Stato del Vaticano probabilmente perché esautora la funzione stessa della detenzione che dovrebbe essere finalizzata alla rieducazione di colui che è in carcere con la prospettiva di rendere possibile, un giorno, il suo reinserimento sociale. La legislazione dello stato italiano potebbe prendere esempio da questa scelta motu proprio di papa Francesco.
La seconda considerazione è in rapporto alla petizione online lanciata del centro Don Peppe Diana per la liberazione di Cutolo e l'applicazione di misure alternative al carcere. E' indicativa la circostanza che sia stato proprio un coordinamento anticamorra, ispirata all'azione ed al pensiero di un sacerdote ucciso dalla criminalità organizzata per il suo impegno a favore della legalità, a promuovere questa iniziativa dal carattere umanitario.
Quando questo articolo è stato pubblicato, Raffaele Cutolo ha quasi 73 anni e ne ha passati 50 in carcere e da 21 anni è in regime di 41-bis, il carcere duro.
Comprendiamo le perplessità ed il dolore che l'eventuale applicazione di misure alternative al carcere possa generare nell'animo dei familiari delle vittime di Raffaele Cutolo e dell'organizzazione criminale della quale era ai vertici, tuttavia non perdiamo mai di vista la prospettiva cattolica: ogni uomo ha il diritto di rinascere, in qualsiasi momento, se vive una conversione vera, autentica, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia. Non sappiamo se il debito con la giustizia Cutolo lo abbia pagato sufficientemente tuttavia in Italia, probabilmente, nessuno è stato in carcere quanto lui.

lunedì 19 agosto 2013

Le date principali della vicenda criminale di Raffaele Cutolo

• Ottaviano del Vesuvio (Napoli) 4 novembre 1941 (ma sui documenti, per un errore di trascrizione all’anagrafe, è segnato 10 dicembre 1941). Camorrista. Detenuto al 41 bis (attualmente a Terni), quasi ininterrottamente dal 27 settembre 1963. Sta scontando nove ergastoli. «Il carcere è la sua casa, il suo bunker istituzionale e garantito» (Adriano Baglivo).
• Detto ’o Professore di Ottaviano.
• Nato in un castello mediceo, ceduto al padre Giuseppe (dettoDon Peppe ‘e Monaco, coltivatore diretto), da ex signori impoveriti dalla guerra, che non erano riusciti a restituirgli dei soldi. Studi dalle suore, poi il lavoro (sarto, falegname, barbiere, fabbro, rappresentante di vini e confetti, autonoleggiatore abusivo). La svolta a 22 anni, il 24 settembre 1963, quando uccide sparandogli al cuore Michele Viscito, che lo aveva afferrato per la sciarpa avendolo sentito dire a due ragazze : «Andatevene a fa’ ‘nculo». Non che non l’avesse detto, lui era stanco, le ragazze strafottenti («La fatica degli sforzi fisici ti fa salire il sangue alla testa. Mi ha sempre provocato un senso di fastidio, di angoscia»), ma suo nonno lo aveva sempre ammonito: «Se porti le mazzate a casa, ti do il resto» (Giuseppe Marrazzo). Il 27 settembre si costituisce, e viene tradotto a Poggioreale.
• Condannato all’ergastolo più altri dodici anni, pena ridotta in appello a 24 anni, è in carcere quando nasce il figlio Roberto (in omaggio a Robin Hood), avuto da una relazione con Filomena Liguori. La zia gestiva una casa di prostitute e Cutolo temeva che la ragazza potesse fare una brutta fine. «Ero già temuto e rispettato anche per il ricordo di mio padre, che quando era in vita aveva aiutato tutti» (Francesco De Rosa, Un’altra vita, Marco Tropea 2001).
• Nel 1970 esce dal carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Il contrabbando di sigarette a Napoli è in mano a mafiosi e a marsigliesi. Cutolo, predicando il riscatto dei napoletani dagli stranieri, recluta truppe di malviventi e, il 24 ottobre 1970 (giorno in cui si celebra l’arcangelo Raffaele), fonda ufficialmente la Nuova Camorra Organizzata (sulla suggestione delle letture storiche fatte in carcere, sui guappi della camorra dell’Ottocento). Formula del giuramento: «Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d’onore, d’omertà e di sani principi, siamo signori del bene, della pace e dell’umiltà, ma anche padroni della vita e della morte. La legge della camorra a volte è spietata, ma con chi tradisce». Agli affiliati Cutolo promette stipendi mensili, assistenza legale e un fondo di solidarietà per i detenuti. Chi non sta con lui deve morire.
• «Se avessi intrapreso la carriera religiosa, sarei diventato papa».
• Viene arrestato di nuovo nel 71, nel corso di una sparatoria coi carabinieri nelle campagne di Palma Campania, che gli costa una condanna ad altri 14 anni. Ma gli viene riconosciuta l’infermità di mente e anziché in carcere viene recluso in manicomio giudiziario, prima a Sant’Efrem (Napoli), poi ad Aversa, dove può ricevere visite e continuare a condurre i suoi affari. Il 5 febbraio 1978 evade.
• Le perizie prodotte a sostegno della sua infermità mentale, diagnosticano un’epilessia primaria e richiamano il caso di una zia finita in manicomio. «Era bella e prosperosa… non aveva nulla delle altre donne della campagna piene di peli neri sulle gambe e sulle braccia. Lei ne aveva soltanto sulla “pucchiacca”, morbidi e ricci. Glieli accarezzavo con l’alluce del piede destro quando da bambino mi riusciva di dormire sulla brandina per mancanza di posti» (Marrazzo, Il camorrista Pironti 2005).
• «Hanno anche accertato che quando mi comprimono la giugulare, non rispondo più di me. Il sangue affluisce più forte e impetuoso verso il cervello, e io vengo preso da un irresistibile impeto di ribellione, da rabbia incontenibile, dalla voglia di imporre a ogni costo le mie ragioni» (ibidem).
• Nel frattempo ha anche stretto un patto con il boss della ’ndrangheta Paolo De Stefano (a Lamezia Terme), e con i malavitosi Renato Vallanzasca e Francis Turatello (a Milano), ma intanto si è rafforzato il fronte degli “anti-cutoli”. L’8 dicembre 1978 (giorno dell’Immacolata), Luigi Giuliano, boss di Forcella, costituisce la Nuova Fratellanza, un’organizzazione federale di famiglie napoletane, per combattere lo strapotere cutoliano (rispondono in duecento). La federazione (che diventerà la Nuova Famiglia), riunisce i Mallardo, i Vollaro, gli Alfieri, i Nuvoletta, i Bardellino, i Moccia, i Galasso. Tra il 1979 e il 1983 i morti ammazzati sono 818 (il culmine nel 1982: 264).
• Notte del 23 novembre 1980. Campania e Basilicata sono scosse dal terremoto. Cutolo, di nuovo in carcere, a Poggioreale, approfitta dell’apertura delle celle per ammazzare gli anti-cutoli (muoiono Michele Casillo, Giuseppe Clemente, Antonio Calmieri). Il pentito Mario Savio, allora ras dei Quartieri Spagnoli, e cutoliano: «Al centro c’era lui, Raffaele ‘O professore. Era circondato dalle guardie scelte. Saranno stati una sessantina di detenuti, la vestaglia di seta era la sua inquietante e grottesca divisa da generale golpista. Con calma e decisione impartiva gli ordini in quello spazio gigantesco, di cui aveva assunto il controllo totale. Divise gli uomini in piccole squadre. Ad alcuni consegnò la lista dei condannati a morte; ad altre assegnò il compito di scavare una via verso l’uscita. Il dramma si replica tre mesi dopo, il 14 febbraio 1981, durante un’altra scossa. Muoiono ammazzati Ciro Balisciano, Antonio Mangiapili e Vincenzo Piacente (quest’ultimo viene prima seviziato col fuoco, poi gli si schiaccia la testa tra un muro e un cancello) (Bruno De Stefano).
• Il 14 aprile 1981 muore ammazzato a colpi di pistola, mentre era a bordo della sua Fiat Ritmo, Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, che lo sottoponeva a perquisizione più volte al giorno, e quella volta che si era beccato due schiaffi da lui, anziché reagire, era andato a denunciarlo. Per questo omicidio Cutolo si prenderà un altro ergastolo.
• «Se ad esempio gli arrivano in carcere cento vestiti, omaggio di un fabbricante della zona vesuviana, ne distribuisce novantanove e ne tiene uno per sé, badando accuratamente che la cosa si diffonda nell’ambiente carcerario. Non perché intenda allargare il suo ruolo solo all’interno del carcere, ma perché i detenuti – presto o tardi – usciranno, gli saranno grati e si trasformeranno in suoi affiliati» (Marrazzo). Molte tangenti gli vengono versate sul conto corrente carcerario. In soli 13 mesi, dal marzo dell’81 all’aprile dell’82, presso la portineria del carcere di Ascoli Piceno sono stati lasciati oltre 33 milioni. Altri 22 li ha ricevuti con vaglia postali (in tutto, oltre quattro milioni al mese).
• La gestione degli affari fuori dal carcere era rimessa alla sorella Rosetta: «Con lui, sempre in carcere, è toccato a Rosa diventare la portavoce presso i 15 capizona, far eseguire i suoi ordini, controllare la raccolta delle tangenti. Legata al fratello da un affetto quasi morboso che l’ha spinta a rimanere nubile, Rosa Cutolo, come una dama di San Vincenzo, gli ha dedicato tutto il suo tempo, nell’attesa spasmodica del colloquio settimanale in carcere. Vive solo per quello: quando giungeva l’ora chiamava a raccolta, a turno, gli amici del fratello, si faceva accompagnare in macchina fin sulla porta del penitenziario e consegnava alle guardie un pacco voluminoso. Dentro c’era la biancheria di Raffaele, il pane cotto in casa, nel forno a legna, qualche salsiccia fatta con le sue mani» (Adriano Baglivo).
• Il 27 aprile 1981 viene sequestrato dalle Brigate rosse l’assessore regionale dell’Urbanistica, Ciro Cirillo, uomo di fiducia di Antonio Gava. Cutolo interviene nelle trattative, su richiesta di servizi segreti ed esponenti politici. In cambio gli vengono promessi trattamento carcerario e perizie psichiatriche più favorevoli, e tangenti sugli appalti della ricostruzione. Cirillo viene liberato e una sentenza della Corte d’Appello sancirà l’avvenuta trattativa tramite Cutolo.
• Il 25 febbraio 1982, all’indomani di un vertice sull’ordine e la sicurezza nella provincia di Napoli, il ministro dell’Interno Rognoni dispone con urgenza il trasferimento di Cutolo da Ascoli Piceno all’Asinara, ma il ministro di Grazia e giustizia,Clelio Darida, inspiegabilmente, ritarda il trasloco. A quel punto interviene il presidente Sandro Pertini, al quale sono giunte voci di un trattamento più favorevole concesso a Cutolo, che il 18 aprile viene imbarcato per l’Asinara (Bruno De Stefano).
• Ha mai votato?«Mai. Né prima del carcere né dopo» (Paolo Berizzi nel 2006).
• La Nuova Famiglia ne approfitta per decapitare la NCO. Prime vittime designate la mente e il braccio di Cutolo: Alfonso Rosanova (16 aprile 1982, ucciso nell’ospedale Procida di Salerno, dov’è ricoverato) e Vincenzo Casillo (29 gennaio 1983, saltato in aria dopo aver messo in moto la sua Volkswagen Golf, nel quartiere Primavalle di Roma).
• Il 25 febbraio 1983 si pente Pasquale Barra, detto ’o Animale, che con Raffaele Cutolo aveva fondato la NCO. È in carcere, quando grida: «Aiuto, giudice, solo voi mi potete salvare!». Mandante il Cutolo, Barra aveva ucciso, con due siciliani (Salvatore Maltese e Antonino Faro), Francis Turatello, “Faccia d’Angelo”, della mala milanese (nel cortile del carcere di Nuoro, il17 agosto 1981). Il Turatello era ormai morto, ma il Faro infieriva, strappandogli a morsi pezzi di intestino, e sputandoli in segno di disprezzo tanto che ne rimase inorridito lo stesso Barra, che cercò di fermarlo. Ma “Faccia d’Angelo” aveva grandi amici nella mafia, Luciano Liggio e Gerlando Alberti, che mandarono a dire a Rosetta Cutolo, la sorella di Raffaele, che certe cose non si fanno. Al che la Cutolo rispose che il fratello non c’entrava niente, era stata un’iniziativa di Barra («è pazzo»). Sentendosi condannato a morte Barra decise di parlare (e parlò troppo, perché fu proprio lui ad accusare Enzo Tortora). Il 17 giugno partono 856 ordini contro persone ritenute legate a Cutolo e finisce in manette anche Enzo Tortora, che, condannato in primo grado, e assolto in appello, morirà di cancro nel 1988.
• Intanto ad Ascoli Piceno Cutolo si è innamorato, ricambiato, della sorella di un suo luogotenente, Immacolata Iacone, diciannovenne, conosciuta durante l’orario di visita in carcere. Si sposano il 26 maggio 1983. La Iacone, intervistata da Vanity Fair: «Il primo bacio arrivò dopo sei mesi di fidanzamento, in parlatoio sporgendo il corpo sopra il vetro… Il giorno del matrimonio in carcere è l’unica volta che ho visto mio marito per intero, dalle scarpe ai capelli, senza sbarre o muri divisori a separarci».
• «Prima di sposare mia moglie la avvertii: pensaci bene, perché con me è come se fossi vedova a vita… Quando mi sono sposato l’ho giurato sull’altare di Dio: basta con la mia vita passata. Io non rinnego niente di quello che ho fatto. Sono coerente con me stesso. Ho fatto del male, ho seminato odio, violenza, morte. E quindi devo sopportare tutto. Ma da molti anni ho chiuso con la camorra» (a Paolo Berizzi, cit.).
• Nell’agosto 1987 Cutolo fa lo sciopero della fame per protestare contro l’isolamento, a settembre sta così male che viene ricoverato nel centro clinico del carcere Buoncammino di Cagliari. Dopo le dimissioni abbandona l’Asinara e comincia una peregrinazione da un carcere all’altro per poter comparire nei vari processi in cui è imputato.
• Il 4 ottobre 1988 viene ucciso suo suocero, Salvatore Iacone, guardia notturna in una fabbrica di pomodori. Il 19 dicembre 1990 uccidono suo figlio Roberto, di anni 28, in soggiorno obbligato nel Varesotto. I sicari lo affiancano mentre è al volante della sua Volkswagen bianca, lui tenta di fuggire a piedi, finché non cade per terra. Muore sotto i ferri in ospedale (nel 2005 sarà condannato per l’omicidio Mario Fabbrocino).
• Nel 2005 chiede la grazia al presidente della Repubblica (non riceve risposta).
• «Mi sono pentito davanti a Dio, ma non davanti agli uomini. Secondo lei è morale fare arrestare cinquecento persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? Per me riabilitarsi significa essere coerente con me stesso, pagare gli errori con dignità. La dignità è più forte della libertà, non si baratta con nessun privilegio. È da anni che i magistrati provano a convincermi. Nel ‘94 il procuratoreFrancesco Greco, per il quale ho molto rispetto, mi disse: starai in una villa con tua moglie. Avremmo potuto avere un figlio. Rifiutai. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione. Penso che la legge sui pentiti sia un’offesa alla gente onesta e alle famiglie delle vittime» (Berizzi, cit.).
• Il 30 ottobre 2007, dopo l’ennesimo tentativo di inseminazione artificiale, nasce Denise, figlia di Raffaele Cutolo e Immacolata Iacone. «Quando sarà grande magari qualcuno le racconterà delle cose. Saprà chi è suo padre, conoscerà il suo passato, ma Raffaele è mio marito, l’uomo che amo. Non potrei mai immaginare la mia vita senza di lui» (Immacolata Iacone).
• Cutolo, come sta?«Come un uomo che si prepara a morire in carcere» (ibidem).
• Autore di poesie, la sua opera prima è Poesie e pensieri, esaminata da Sergio Pirro, psichiatra, che intervistato da Luciano Giannini, disse: «Ha uno stile sciatto, non conosce bene l’italiano e neanche il dialetto che si scrive in modo colto, non come fa lui… Una sensibilità c’è, non v’è dubbio. Se non altro perché Cutolo è stato capace di accettare suggestioni letterarie, di mettere insieme uno scritto che della poesia ha, qualche volta, l’apparenza. Inoltre, il fatto stesso che scriva poesie e pensieri, lo mostra sotto una luce diversa, che non è quella del capobanda spietato, incallito, pragmatico, di matrice nordamericana. Il primo tema è la solitudine. Non riesco a pensare di quest’uomo diversamente da come egli stesso dice, cioè “solo”. Cutolo cerca di dare di sé una immagine diversa da quella reale. Non il duro, il dittatore, il distruttore, ma il perseguitato, l’abbandonato, il solitario, colui che cerca l’amore della mamma e della donna» (Baglivo).
• Il 21 maggio 2008 fu uccisa anche sua suocera, Pasqualina Alaia, di anni 78, non per vendetta ma dal figlio, Giovanni Iacone, che non sopportando più di sentirsi dire sei un buono a nulla, la prese a martellate (cercato e trovato nella stazione della Circumvesuviana, minacciò i carabinieri con un revolver, e poi si precipitò a perdifiato lungo i binari, finché non fu arrestato, sotto la pioggia, nella stazione di Sant’Anastasia, dove consegnò, oltre al revolver, accetta e cesoia).

Giorgio Dell’Arti - Massimo Parrini
Catalogo dei viventi 2009, Marsilio
scheda aggiornata al 5 ottobre 2008