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mercoledì 27 giugno 2012

Pasquale Scotti, detto 'o Collier



Pasquale Scotti (Casoria, 8 Settembre 1958), detto Pasqualino 'o collier per aver regalato un collier alla moglie di Raffaele Cutolo, ma conosciuto anche come 'o 'ngegnere (l'ingegnere), è stato uno dei più fedeli alleati del boss di Ottaviano, rappresentandone la cosiddetta batteria o braccio armato. Dopo il trasferimento di Cutolo all'Asinara, e il maxi-blitz del giugno 1983, Scotti tenta di riorganizzare le file della NCO.

Pasquale Scotti viene arrestato a Caivano il 17 dicembre del 1983 grazie ad un'operazione diretta dall'allora capo della squadra mobile Franco Malvano. È accusato di essere il mandante dell'omicidio di Giovanna Matarazzo detta Dolly Peach, una ballerina di un night club romano legata sentimentalmente a Vincenzo Casillo.

In realtà, il suo potere deriva da numerosi altri crimini (omicidi, estorsioni, riciclaggio, controllo dello spaccio di stupefacenti). Nel corso della detenzione, sembra decidere di collaborare, rivelando diversi aspetti della NCO, l'organizzazione cui era affiliato. Ma si tratta di una collaborazione fittizia. Scotti evade infatti la notte di Natale del 1984 dall'ospedale civile di Caserta dove era stato ricoverato per una ferita alla mano. È ricercato dal 1985 per omicidio ed occultamento di cadavere. Dal 17 gennaio 1990 è ricercato anche in campo internazionale e fa parte dell'Elenco dei latitanti più pericolosi d'Italia. Sulla sua sorte sono state formulate nel corso degli anni le ipotesi più disparate: a quanto sembra non ci sarebbe certezza sul fatto che sia ancora in vita.
Nel 2005, la terza sezione della corte d'assise di Santa Maria Capua Vetere, condanna il boss all'ergastolo.

Luigi Cesaro, dal 2009 presidente della Provincia di Napoli, ha ammesso che, nel corso degli anni ottanta, chiese la protezione di Rosetta Cutolo al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti
fonte: wikipedia




Pasquale Scotti, affarista superlatitante E l’ultimo business sotto la Madonnina
Il boss cutoliano è il più longevo fuggiasco. Ricercato dal 1984 rientra nella lista dei primi trenta. Oggi un'informativa della squadra mobile di Napoli per la prima volta rivela i suoi interessi a Milano, svelando nome e cognome di colui che ne avrebbe protetto la latitanza


di Nello Trocchia | 24 ottobre 2011 (Il Fatto quotidiano)


Nella lista dei ricercati il più longevo è lui. Si è dato alla macchia 27 anni fa, ma i riflettori restano spenti sulla sua fuga. Lo chiamano l’ingegnere, per i modi dotti, oppure o’ collier per aver omaggiato la moglie del suo capo con un girocollo da 50 milioni di vecchie lire. Pasquale Scotti, da Casoria, provincia di Napoli è tranquillo perché diverse fonti lo indicano vivo e attento ai suoi affari, in una nuova veste di imprenditore che lo vede protagonista sulla piazza di Milano attraverso un personaggio già emerso in un’indagine di ‘ndrangheta. Eppure sulla sua figura il mistero resta fitto visto che di tanto in tanto rimbalzano voci sulla sua possibile morte, l’ultima di un pentito della ‘ndrangheta Franco Pino.

Di certo la polizia di Stato ha diramato un nuovo identikit del latitante e chiarito: “I suoi legami con la sua terra d’origine e con i suoi familiari sono però stati accertati attraverso diversi indizi”. La sua latitanza inizia nel 1984 quando scappa dall’ospedale di Caserta dove è ricoverato dopo l’inizio della sua collaborazione, fittizia e finalizzata alla fuga. Scotti, secondo la magistratura, è un killer spietato al servizio di Raffaele Cutolo, o professore vesuviano, il suo fedelissmo. E’ capace con le armi, ma è anche una mente raffinata.

Oggi con una faccia ritoccata sarebbe impegnato nel settore dei videogiochi e nell’attività imprenditoriale attraverso una rete di vecchi amici e nuove alleanze. Amici come Mauro Russo (non indagato) che emerge da un’informativa della squadra mobile di Napoli. Il suo nome sta agli atti dell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al nord. Secondo quando si legge nel documento, Russo è vicino a Scotti, tanto da “averne curato gli interessi”. Mauro Russo, originario di Casoria, da anni ormai si è trasferito a Milano. Di più: oltre ad avere collegamenti con Scotti, incrocia gli interessi con la ‘ndrina Valle e con i Moccia, egemoni ad Afragola, in provincia di Napoli. Famiglia criminale quest’ultima che ha perseguito la linea della dissociazione, ma nessun pentimento. Russo è anche lui nato e cresciuto nel contesto criminale che vede Scotti spadroneggiare. Il casellario di questo campano, oggi perfettamente integrato nel sistema imprenditoriale lombardo, racconta di precedenti per associazione mafiosa e condanne per estorsione e associazione a delinquere. Tutte vicende risalenti agli anni ’80. Epoca prima dominata dai cutoliani e poi, dopo il tramonto di Cutolo, dalla nuova famiglia.

La chiave quella dei rapporti tra Scotti e Russo viene fornita dal collaboratore di giustizia Michele Froncillo (pentitosi nel 2007), ai vertici del clan Belforte, egemone nell’area casertana che ha spiegato l’interessamento al settore del gioco del gruppo criminale di appartenenza proprio attraverso l’intercessione del solito Mauro Russo che vanta contatti anche con i cutoliani presenti in Germania, dove Scotti in passato si sarebbe nascosto. Tra i contatti di Russo emergono quelli con Angelo Moccia, uomo di vertice dell’omonimo clan, confinato in carcere a Voghera. Rapporti mediati da Giuseppe De Luca (non indagato), imprenditore edile, un passato tra i cutoliani poi legato proprio ai Moccia di Afragola. De Luca si sente con Russo da un cellulare intestato alla Del Gap Costruzioni, società con lavori e appalti in tutta Italia. La Del Gap è stata destinataria anche di informativa antimafia ‘atipica’, annullata dal Consiglio di Stato, nell’aprile 2010. La sentenza sostiene che la proprietà è del figlio di De Luca e della madre. E dunque le parentele non sono sufficienti a comprovare il rischio condizionamento.

Giuseppe De Luca, già condannato per camorra negli anni ’80, è cognato proprio di Angelo Moccia. Crocevia di questi rapporti criminali è proprio Mauro Russo, esperto di primo livello nella gestione e nella fabbricazione di macchine mangiasoldi. La Gr games, a lui riconducibile, ha sede ad Arzano, territorio dei Moccia, ma anche un capannone a Trezzano sul Naviglio, paese di quell’hinterland a sud di Milano da anni infiltrato dalla criminalità organizzata. Insomma Scotti avrebbe attraverso Russo ed altri soggetti riannodato le fila dei rapporti e investito il suo ingente patrimonio nel settore remunerativo dei giochi.

Una triangolazione criminale che trova conferme. I Belforte, in particolare i fratelli Domenico e Salvatore sono cutoliani di ferro negli anni di dominio del professore vesuviano. Alcuni investigatori forniscono un ulteriore dettaglio. Tra le carte delle inchieste sui Belforte, ci sarebbe un’intercettazione tra il boss Pino Buttone e una donna, la quale all’ennesima richiesta su uno yacht da assicurare risponde: “ Ma quello è latitante da 30 anni”.

Il riferimento, sostengono gli investigatori, potrebbe essere proprio a Pasquale Scotti. Ma Scotti resta un fantasma, che ricompare sul manifesto funebre del fratello Giuseppe. “ Un’informatore – racconta un altro inquirente – ma un informatore ci ha spiegato che partecipò anche ai funerali vestito da prete, a Casoria vive anche l’anziana madre”. Pasquale Scotti ha anche una sorella, estranea alle vicende di camorra, impegnata nel settore dei laboratori sanitari, il marito è medico nell’ospedale casertano noto per la fuga del boss. Il nipote del latitante, Pietro Scotti, figlio del fratello Giuseppe, ha ereditato le aziende del padre, impegnate nel settore delle costruzioni.

L’amore per la famiglia ha spesso tradito i boss. Non sembra il caso di Pasquale o ‘colier. Ma a spiegare la latitanza del boss c’è anche altro come i segreti che Scotti custodisce. Il passato del latitante si lega con la vicenda della liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore democristiano rapito dalle Br nel 1981 e liberato grazie all’intercessione di Cutolo. Scotti sa molto di quel passato di rapporti con pezzi dello stato e con agenti dei servizi segreti: “ Non è escluso – ci racconta un altro inquirente – che ne favoriscano la latitanza”.

Camorra e politica. Tra gli ultimi a vedere Scotti c’è stato Luigi Cesaro, nessuna omonimia, si tratta dell’attuale presidente della provincia di Napoli. Oggi Cesaro è con l’amico Cosentino un pezzo importante del Pdl campano, ma negli anni ’80 si vedeva con gli uomini della camorra. Cesaro in primo grado fu condannato a 5 anni per i suoi rapporti con i cutoliani, faceva anche da postino, portava i pizzini del clan. Cesarò è stato poi assolto, da postino. Dopodiché Gigino a purpetta, questo il suo soprannome, diviene vittima dell’estorsore Scotti, ma, come spiegherà ai giudici, incontra o’ colier, allora latitante, per consegnargli un bigliettino di Rosetta Cutolo. Da allora o’ colier è imprendibile.

martedì 12 giugno 2012

Cesaro, l'ombra della camorra (di Claudio Pappaianni)

Luigi Cesaro, uomo chiave, insieme a
Cosentino, del successo del PDL
in Campania
Arrestato come uomo di Cutolo, condannato e poi assolto nonostante i rapporti con il boss. Il passato di Cesaro, il deputato che guida la Provincia di Napoli

Da don Raffaè a Berlusconi, da messaggero di "lady camorra" Rosetta Cutolo a corriere di bufale per Silvio Berlusconi. Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, vive da sempre all'ombra di qualcuno. Nel bene e nel male. Finito in carcere a metà degli anni Ottanta per i suoi rapporti di «amicizia con tutti i grossi esponenti della Nuova Camorra Organizzata in sigla N.c.o», il leader del Pdl napoletano vede oggi materializzarsi scenari cupi per le nuove rivelazioni dei pentiti. Stavolta i clan sono diversi - nei verbali degli ultimi mesi si parla di Casalesi - il tema però è lo stesso: l'intreccio tra criminalità, politica e cemento. Una sorta di déjà vu per l'uomo che da gennaio avrà il controllo della gestione dei rifiuti a Napoli e provincia. Il cui curriculum giudiziario è rimasto finora dimenticato negli archivi.


Il blitz 

Quando gli uomini della squadra mobile di Napoli bussarono di notte alla sua porta, lui era già lontano. Passò qualche giorno prima che si presentasse in Questura: «Sono Luigi Cesaro di Francesco, nato a Sant'Antimo il 19 febbraio 1952». Quello del 1984 fu il compleanno più amaro per l'attuale presidente della Provincia di Napoli, coinvolto nell'operazione della polizia contro i cutoliani, all'epoca l'organizzazione criminale più famosa, che si era infiltrata negli appalti del dopo terremoto in Irpinia e aveva gestito assieme ai servizi segreti le trattative con le Brigate rosse per la liberazione del presidente dc Ciro Cirillo. Cesaro era un giovane avvocato, rampollo di una dinastia di costruttori. Ma due pentiti, Mauro Marra e Pasquale D'Amico, lo chiamano in causa. Marra sostiene che aveva «favorito i collegamenti tra i vertici della N.c.o.» e «ripetutamente finanziato» il gruppo camorrista. Accuse pesanti: aver garantito l'ospitalità, la latitanza, gli spostamenti dei boss e aver fatto da postino del clan, consegnando lettere e pizzini. Diciotto mesi dopo, il 18 maggio del 1985, il Tribunale di Napoli condannava Luigi Cesaro a cinque anni di reclusione.  


Rosetta Cutolo, sorella
del Boss Raffaele

Da accusato a vittima 

In Appello Cesaro riuscì a far prevalere la sua versione dei fatti: non era il finanziatore del clan, si difese, ma solo una vittima. Le continue richieste degli "amici" erano diventate insopportabili per i Cesaro, costruttori in continua espansione in quegli anni. Ma l'attuale presidente della Provincia non si rivolse alle forze dell'ordine: chiese aiuto direttamente a Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele, come lui stesso ammise durante il processo. «Il Cesaro - scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado - ha spiegato che al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti (ammesse dal Marra) chiese i buoni uffici di Rosetta Cutolo la quale inviò una lettera di "raccomandazione" allo Scotti». Siamo negli anni della mattanza di camorra in Campania: 1.500 morti ammazzati tra il 1978 e il 1983 nella guerra tra i cutoliani e i rivali della Nuova Famiglia. 'O Professore è in isolamento all'Asinara: il clan, decimato dal maxi-blitz del giugno 1983, è nelle mani proprio di Pasquale Scotti. Che è latitante, come donna Rosetta, quando Cesaro gli consegna personalmente la "lettera di protezione". Ma secondo la Corte d'appello le prove per dimostrare che Cesaro fosse a tutti gli effetti organico alla N.c.o. non sono sufficienti: il 29 aprile 1986 viene assolto. I giudici però non nascondono i loro sospetti: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Un anno dopo arriverà l'assoluzione anche in Cassazione: «Per non aver commesso il fatto ». Firmato: Corrado Carnevale.


Il Boss Cutolo in carcere
mentre parla con la sorella
Rosetta
Il presidente postino
Quell'incontro fra Cesaro e il latitante Scotti era stato raccontato dallo stesso boss, dieci giorni dopo il suo arresto avvenuto il 17 dicembre 1983 dopo un violento conflitto a fuoco. Confessioni che, tuttavia, non sono mai entrate nel procedimento aperto contro il giovane avvocato. Scotti non era uno qualunque: capo del gruppo di fuoco della N.c.o. al quale furono attribuiti più di 40 omicidi, era diventato il reggente del clan di Cutolo. Cesaro lo incontrò nel mese di ottobre del 1983, quando era il ricercato numero uno. Poche settimane dopo Scotti fu sorpreso e catturato. E' il 28 dicembre 1983 quando il boss parla negli uffici della Questura di Caserta: «Circa un mese, un mese e mezzo fa, ricevetti un biglietto tramite l'avvocato Cesaro di Sant'Antimo, figlio del costruttore Francesco Cesaro, il quale a sua volta l'aveva ricevuto dalla suocera di Raffaele Cutolo». Non dice nulla sulla presunta "raccomandazione" da parte di donna Rosetta in quelle righe: ignora cioè la versione che Cesaro darà ai giudici e che gli garantirà l'assoluzione. Secondo il racconto del boss, il messaggio consegnato nelle sue mani da Cesaro indicava solo il luogo per un appuntamento telefonico con Raffaele Cutolo che avrebbe poi chiamato dalla Sardegna C'era da organizzare la fuga di Marco Medda, altro nome leggendario di quella stagione sanguinosa, che mitra alla mano poi tenterà di risollevare con Scotti le sorti dell'armata cutoliana.