Visualizzazione post con etichetta napoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta napoli. Mostra tutti i post

martedì 7 novembre 2017

Antonio Schettini libero nel 2018, è il killer di Roberto, figlio di ‘o Professore

L'assassinio uscirà dopo 25 anni di detenzione di cui l'ultimo periodo trascorso come collaboratore di giustizia. Vivrà in una località protetta


Era dicembre del 1990, un inverno freddo di tanti anni fa. Roberto Cutolo viveva in un paesino della Provincia di Varese, con pochi soldi in tasca, in compagnia della moglie Assunta Alba (un ex cantante di sceneggiate napoletane allora incinta) e del figlio Raffaele (in onore di suo padre). Erano 4 anni che il figlio di ‘o Professore si era trasferito, abbandonando Ottaviano l’ex regno vesuviano di Raffaele Cutolo leader indiscusso della NCO (Nuova Camorra Organizzata) che con la guerra contro la NF (Nuova Famiglia) ha insanguinato le strade di Napoli.

Roberto aveva visto per la prima volta il padre all’interno di un manicomio giudiziario e si sa ‘o Professore ha condotto la faida quasi sempre dall’interno di un istituto di detenzione. Suo figlio ne conosceva la reputazione, ma il sangue è sangue, la famiglia è la famiglia e il cognome era di quella pesantezza che sopportarne il valore non è affatto facile. Ma la scelta di lasciare Napoli non è servita a molto, oltre che obbligata da un divieto di dimora al Sud.
Roberto Cutolo è stato ucciso a 28 anni da una decina di colpi d’arma da fuoco davanti al bar Bartolora Tradate, frazione di Abbiate nel varesotto, dove il figlio di ‘o Professore  si era trasferito. Roberto è stato trucidato all’interno della sua auto, un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei killer che non hanno lasciato scampo al giovane. Quest’ultimo ha provato a resistere fino alla fine, dopo la scarica di proiettili ha aperto la portiera della vettura ed è scivolato all’esterno cadendo sul manto stradale ghiacciato per chiedere aiuto. Il proprietario del bar è uscito fuori dal locale, lo ha soccorso e ha chiamato l’ambulanza. Poi la corsa, inutile, in ospedale.
Roberto Cutolo non impensieriva più di tanto gli investigatori, aveva qualche precedente ed alcuni procedimenti giudiziari in corso. Un arresto per guida senza patente, il suo presunto coinvolgimento in una rapina alle poste e in un giro di prostituzione intorno all’aeroporto di Malpensa. Il giovane è stato poi prosciolto da entrambe le accuse. Viveva con i soldi che la madre, Filomena Liguori, gli inviava puntualmente ogni mese con un vaglia. La moglie arrotondava vendendo dei giocattoli che costruiva in casa. L’unico processo in cui era imputato era quello basato sull’omicidio di Francis Turatello alias ‘Faccia d’angelo ucciso 9 anni prima nel carcere di Nuoro. La Cassazione ne aveva ordinato il rifacimento e l’accusa voleva provare il coinvolgimento del figlio di ‘o Professore allora diciassettenne (secondo la Procura sarebbe stato lui a portare l’ordine di morte dietro le sbarre). Ma il giovane Cutolo ha sempre smentito l’accusa ed una volta uscito dal carcere di Avellino ha provato ad alzare un muro tra lui e le vicissitudini del papà.
Ma la sua morte è stato più che altro un messaggio che i nemici del padre hanno voluto dare a ‘o Professore. Secondo le indagini svolte dagli inquirenti nel corso degli anni, dietro l’agguato c’era il boss Mario Fabbrocino membro della Nuova Famiglia e acerrimo nemico di Raffaele Cutolo. Uno dei killer che ha eseguito l’omicidio è Antonio Schettini detto ‘Tonino o Napoletano che agli inizi del 2018 tornerà libero dopo 25 anni di carcere. La libertà l’ha guadagnata pentendosi e rivelando alle autorità molti aspetti di quella violenta faida. Schettini vivrà in una località nel bergamasco.


La storia. Dal Corriere della Sera. di Maddalena Berbenni

Confessò 59 omicidi per i clan, presto Antonio Schettini sarà libero

«Tonino» il napoletano nel ‘90 fece uccidere il figlio di Cutolo: «Ho il rimorso per due morti, non c’entravano nulla». Per lui ultimi mesi ai domiciliari. La sua casa confiscata accoglierà donne in difficoltà

Erba e ortiche. Niente più palme, solo la scaletta malconcia del locale comandi. Quella piscina, Antonio Schettini, l’aveva costruita in due settimane per accontentare i figli. In un angolo c’era il recinto dei cani, in un altro il portico per le grigliate. Il prato all’ingresso gli ricorda quando i muratori avevano fatto danni in giardino alla vigilia della Prima comunione della sua bambina. Cosa che lo aveva mandato non poco in bestia. Eccolo qui, Tonino il napoletano, l’uomo dei 59 omicidi, 37 eseguiti, gli altri ordinati o organizzati per conquistare e poi mantenere il controllo sul traffico di droga lungo l’asse Milano-Lecco, tra gli anni Ottanta e Novanta. Tempi di killeraggi e discoteche, miliardi e sante alleanze. Di donne e armi. Di pentiti, anche. Lui a suo modo collaborò e così si spiegano i soli 26 anni di carcere, quasi tutti in 41bis, il regime di sorveglianza speciale riservato ai detenuti più pericolosi, quello al quale l’amico Franco Coco Trovato, di cui era il braccio destro, ha dedicato la sua tesi di laurea in Giurisprudenza. L’ha discussa il 20 ottobre scorso, a Rebibbia, dove è rinchiuso.

Ai domicilari per motivi di salute
Schettini, 60 anni, da quattro vive invece ai domiciliari per motivi di salute, con il permesso di uscire per andare al lavoro. A inizio 2018, avrà finito di scontare la sua pena e allora sarà un uomo libero. Eccolo qui, Tonino, davanti al cancello di via Martin Luther King 15, a Suisio, con i vicini che lo riconoscono e ci scambiano due parole: “Mi saluti la moglie”. Niente più completi gessati, solo jeans e giubbotto. La sua carriera criminale, adesso, è un po’ come la piscina nella villetta confiscata per mafia. Sottoterra, ma ancora lì. Vedi la traccia e puoi soltanto immaginare, se ce la fai. «Io adesso ho metabolizzato tutto – racconta seduto in un bar -, col senno di poi mi è dispiaciuto per le persone che ho ammazzato, due mi pesano in maniera particolare: si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Comunque, di gente ne ho anche salvata tanta: mi sono rifiutato di uccidere chi non c’entrava».
La sua casa accoglierà le donne in difficoltà
Schettini si trasferisce al Nord nel 1979. Due anni dopo entra nella villetta di Suisio, oggi proprietà comunale. A giorni riaprirà come casa di accoglienza per donne in difficoltà: «Avrei preferito un centro di riabilitazione, avrebbero potuto sfruttare la piscina», pensa. A Calusco d’Adda, sul confine con Lecco, terra dei Trovato, ai tempi apre il ristorante O’ Scugnizzo. È dove tutto ha inizio: «Mi vennero a cercare, io non dissi di no». Gli serve poco tempo per scalare: «Dal mio locale è passata tutta la malavita. Solo due non ne ho conosciuti, ma per mancanza di tempo: Riina e Provenzano». Si affilia alla ‘ndrangheta, si fa battezzare picciotto e finisce per passare dall’ala mite, «una specie di mutuo soccorso», spiegazione sua, a quella esecutiva dell’organizzazione. Diventa «evangelista», anche se le doti gli importano fino a un certo punto: «Il valore della persona non lo fa il grado», è convinto. Ciò che ha sempre fatto la differenza, nel suo caso, è stato «nascere nei vicoli di Napoli, tra l’altro da una famiglia perbene. Mio padre faceva il ferroviere». Passa davanti a una chiesa e si fa il segno della croce. «Se cresci nei vicoli, le persone ti basta guardarle negli occhi per capire. Impari ad arrangiarti e io, di fronte a ogni ostacolo, ho sempre trovato una via d’uscita».

Stangolamenti e agguati con la banda dei Trovato-Flachi Strangolamenti e agguati si susseguono per un decennio con la banda dei Trovato-Flachi (Pepè, l’erede di Vallanzasca alla Comasina) che acquista potere, stringe patti e scatena la guerra contro i Batti, “colpevoli” di intralciare il loro dominio sugli stupefacenti. Un bagno di sangue, culminato, secondo i giudici, nell’esecuzione nel Tradatese di Roberto Cutolo, figlio del boss della Camorra. Era il 1990. In base a quanto fu ricostruito a processo, fu uno scambio di favori tra i Fabbrocino e Schettini. Lui oggi nega: «La realtà è diversa - assicura -. Io ero il mandante, ma non c’entrava la storia coi Batti. Fu per Jimmy Miano». Altro capo clan amico, ma catanese: «Ne feci contenti cinque ammazzando Cutolo Jr. Una volta sistemata la cosa, telefonai a tutti».

In cella nel 1992 
Coinvolto nelle maxi indagini Wall Street e Count Down, Schettini finisce in cella nel 1992 per l’omicidio del narcotrafficante Alfonso Vegetti, a Cinisello Balsamo: «Ma io non c’ero nemmeno». Nel ’94 inizia a collaborare e nel 2001 è fuori con altri 78 boss per un pasticcio della giustizia: erano scaduti i tempi di detenzione prima del processo di appello. Per Tonino il tribunale dispone il soggiorno obbligato a Pisa, «dove ho ancora una barchetta». Ma nel giro di poco si scoccia, sparisce e la Squadra mobile lo riporta dentro. Gli agenti lo catturano inscenando un cantiere in autostrada, a Melegnano. Carcere duro: «L’essere umano si abitua a tutto – ribatte -. Io guardavo un sacco di documentari: Quark, Gheo e Gheo, Turisti per caso». E comunque le leggende sulla sua detenzione si sprecano. «Fuori oggi è uno schifo, è tutto in mano agli stranieri, bisognerebbe fare un casino per ripartire». Non è il suo obiettivo. La sua passione sono diventati i cani. E basta guai: «Voglio starmene tranquillo».


domenica 19 marzo 2017

"Il Camorrista" in DVD con uno speciale Backstage inedito prodotto durante le riprese a Napoli.



Se da più di quarant’anni Argento vuole metterci brividi al sarcasmo, Giuseppe Tornatore iniziò a scuotere le coscienze del suo pubblico con la storia verosimile de Il camorrista, ispirata a un vero boss di mafia. Aveva le atmosfete musicali antiche e drammatiche del primo Nicola Piovani, anche lui agli esordi sul grande schermo. Confessava Tornatore a La Repubblica nel ’94, anno in cui fu passato in tv per la prima volta questo ritratto/denuncia sugli intrecci tra camorra e politica: “È un film dimenticato, al quale sono molto affezionato: intanto perché è il mio primo film e poi perché dopo averlo rivisto, recentemente, mi sono reso conto di quanta forza provocatoria e di dibattito avesse al di là di certe ingenuità e inesperienze”. Il volto di Ben Gazzara scolpisce la strafottenza di un uomo in ascesa attraverso la criminalità organizzata. Dal carcere di Poggio Reale fino alla mafia newyorkese, spargimenti di sangue e scontri verbali con i giudici, molte scene erano prese anche dalla cronaca giudiziaria.

È raro ed estremamente prezioso trovare nel dvd il backstage originale di un film girato nell’86. In forma di doc, La febbre del Camorrista di Mario Canale mostra quei set nella pancia trafficata degli anni ottanta. Le riflessioni attoriali di Gazzara e Laura Del Sol sui loro character, ma soprattutto tanto giovane Tornatore. Tra fischi di vigili urbani, troupe in perenne movimento e carretti siciliani il regista ci parla delle origini del film, dell’acquisto dei diritti dal romanzo omonimo firmato Giuseppe Marrazzo – in quegli anni giornalista del TG2, e padre anche di Piero Marrazzo – ma soprattutto della sua idea d’innesto cinematografico tra cronaca e finzione. Una verosimiglianza scottante che anticipava Gomorra, ispirando lo stesso Roberto Saviano per il suo lavoro. Oltre a una storia fumosa di censure e ritiri dal mercato, il film ebbe ben tre querele: una da Raffaele Cutolo, una da Ciro Cirillo, ex-assessore della Campania rapito dalle Brigate rosse nell’81 e rilasciato dietro riscatto, più quella da Enzo Tortora. Non pareggiarono il conto un Nastro d’Argento e un David di Donatello, ma il ritorno in home video a trent’anni dall’uscita era un riconoscimento doveroso.
fonte: Il Fatto Quotidiano

lunedì 15 febbraio 2016

Nuova giovinezza per “Il Camorrista”, il film sulla vita di Cutolo torna al cinema

È diventato un cult, una pellicola sempreverde e che adesso è pronta per tornare al cinema. Si tratta de “Il Camorrista” di Giuseppe Tornatore, il film che racconta la vita del superboss della Nco, Raffaele Cutolo. Il film sarà infatti proiettato al cinema Metropolitan di Chiaia, lunedì 15 febbraio alle 20,30. Protagonisti della riproposizione sono il consigliere regionale, Francesco Emilio Borrelli, e Gianni Simioli de la radiazza, che si erano già misurati con un simile amarcord dedicato a Luciano De Crescenzo ed al suo “Così parlò Bellavista”.

«Abbiamo deciso di riportare nelle sale Il camorrista - spiegano Borrelli e Simioli a Fanpag.it - perché, pur se non risparmia scene violente, tiene sempre ben distinti il bene e il male e, soprattutto, non idealizza i camorristi, anzi, evidenzia che, alla fine, è lo Stato a vincere. Il film di Tornatore nulla ha a che fare con la fiction Gomorra che, invece, tende quasi a far passare come modelli i camorristi, dando un segnale pericolosissimo, specie in quartieri difficili dove il disagio è forte e il rischio di cadere nelle mani della camorra è molto alto».

Alla proiezione parteciperanno due degli attori del cast della pellicola risalente a trent’anni fa. Si tratta di Nicola Di Pinto - che interpretava Alfredo Canale, luogotenente del boss fatto poi uccidere in carcere dal Professore ‘e Vesuviano - e Marzio Honorato, il sindaco Salvatore Lo Russo eletto grazie ai voti della camorra

fonte: http://www.ilfattovesuviano.it/2016/02/nuova-vita-per-il-camorrista-il-film-sulla-vita-di-cutolo-torna-al-cinema/

domenica 8 settembre 2013

Beni confiscati alla Camorra. Pittella in visita nell'ex regno di Cutolo

Gianni Cittella in visita nel bene confiscato
OTTAVIANO Il vicepresidente del parlamento europeo, Gianni Pittella, in visita al Castello Mediceo di Ottaviano, simbolo nel Napoletano dei beni confiscati alle mafie. Il sopralluogo è avvenuto nella tarda mattinata, quale una delle tappe principali del tour promosso dalla “Fondazione Polis” all’interno degli immobili sottratti alla criminalità organizzata.
Il Castello Mediceo acquistato da Raffaele Cutolo
Durante l’ispezione in quello che era il regno del superboss, Raffaele Cutolo, Pittella ha incontrato il sindaco del comune vesuviano, Luca Capasso, con cui si è intrattenuto a lungo per un colloquio faccia a faccia. Sul piatto della bilancia le iniziative messe in atto nel Palazzo che era della Nco, a partire dagli eventi antimafia organizzati insieme alle associazioni che operano nel delicato settore.«Abbiamo garantito al vicepresidente del Parlamento europeo che faremo di tutto per continuare a valorizzare il Castello Mediceo - spiega il primo cittadino di Ottaviano - In tal senso abbiamo in mente progetto che metteremo nero su bianco già nei prossimi mesi. Il Palazzo - conclude Capasso - è patrimonio dell’intera comunità ottavianese e l’Amministrazione dedicherà al complesso tutte le attenzioni necessarie».






Fonte: Il Fatto Vesuviano

giovedì 22 agosto 2013

Petizione per misure alternative al 41 bis per Raffaele Cutolo. Ecco il testo integrale che tutti i media stravolgono.

Raffaele Cutolo
IL CARCERE SENZA RIABILITAZIONE E POSSIBILITA' DI RIEDUCAZIONE E' SOLO UNA VERGOGNA ED UNA VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL DETENUTO ED E' CONTRO OGNI DIRITTO UMANO QUANDO DI FATTO DIVENTA "INTERNAMENTO" SENZA GARANZIE GIURIDICHE COME IL CASO DI RAFFAELE CUTOLO, EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA NEGLI ANNI 80, OGGI " CONVERTITO" SENZA GIUSTIZIA.
AL MINISTRO DI GIUSTIZIA
SIG.RA ANNAMARIA CANCELLIERI
VIA ARENULA,70-00186-ROMA



OGGETTO : PETIZIONE POPOLARE PER CHIEDERE IL RIACCERTAMENTO DELLA PERICOLOSITA’ SOCIALE (ART. 203 C.P.) ED ASSEGNAZIONE A MISURE ALTERNATIVE AL 41 BIS – L. N° 354/75 , PER IL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO N. AD OTTAVIANO (NA) IL 04.11.1941.


ECCELLENTISSIMO SIGNOR MINISTRO DI GIUSTIZIA,AI SENSI DELL'ART. 27 COST. LE PENE DEVONO TENDERE ALLA RIEDUCAZIONE E RIABILITAZIONE DEL DETENUTO. RITENIAMO IMPORTANTE CHE NELLA NOSTRA SOCIETA’ DEMOCRATICA IL DIRITTO NON SIA SOLO UNA PAROLA MA SI CONIUGHI REALISTICAMENTE CON IL SENSO DI UMANITA’ E DI GIUSTIZIA E NON SIA “GIUSTIZIALISMO IDEOLOGICO”.QUESTA INIZIATIVA IN FAVORE DEL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO IN OGGETTO , VUOLE ESSERE,ALTRESI’, UNA PROPOSIZIONE “CRITICA” RISPETTO A NORMATIVE NATE COME “ECCEZZIONALI”( ART. 41 BIS DELL’O.P.), TALVOLTA ECCESSIVE RISPETTO AD ATTEGGIAMENTI DI RAVVEDIMENTO OPEROSE E CONVERSIONE DEL REO , DIVENTATE , IN DISPREGIO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA E ALLA CARTA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI, “ “IL BRACCIO FORTE “ DI UN CREDO IDEOLOGICO MA CHE IN PRATICA INEFFICACI RISPETTO ALL’ELIMINAZIONE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA . ILL.MO MINISTRO IL 41 BIS O.P. HA AVUTO L’AGGRAVANTE DI UN NUOVO PROTAGONISMO CULTURALE NEL CONTESTO DEI VERTICI DELLA CRIMINALITA’ CRIMINALIZZATA, QUELLO DELLE DONNE. LA GIUSTIZIA E’ VERAMENTE “GIUSTA” SE LA SUA MISURA E’ LA CIVILTA’. LA RIEDUCAZIONE DEL DETENUTO E LA POSSIBLITA’ CHE LO STESSO POSSA RICONCILIARSI DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO HA EFFETTI IMPORTANTI ANCHE SUL PIANO VITTIMOLOGICO , CONTESTO SPESSO DIMENTICATO NELL’APPLICAZIONE DELLA PENA. QUESTO DEVE VALERE, AI SENSI DELL’ART. 3 DELL COSTITUZIONE ITALIANA , PER TUTTI I DETENUTI , QUALUNQUE CRIMINE ABBIANO COMMESSO ED IN QUALSIAI STATO DETENTIVI ESSI SI TROVINO.LO STATO DI PRIVAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE , NELLA CONDIZIONE DI RISTRETTO IN CARCERE PER REATI GRAVI, NON PUO’ COSTITUIRSI COME VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL REO. QUESTO SAREBBE LA NEGAZIONE DI UNA CIVILTA’ GIURIDICA DEMOCRATICA , CHE CI RIPORTEREBBE INDIETRO DI SECOLI. AL REO, FOSSE IL FAMIGERATO RAFFAELE CUTOLO COME QUALSIASI ALTRO “POVERO CRISTO” RISTRETTO, BISOGNA DARE LA POSSIBILITA’ DI POTER DIMOSTRARE, ,NEI FATTI, CHE E’ CAMBIATO E CHE VUOLE METTERSI AL SERVIZIO DEL BENE AVENDO RINNEGATO IL MALE .ILL.MO SIGNOR MINISTRO , RAMMENTIAMO CHE DA CIRCA 50 ANNI, RAFFAELE CUTOLO,EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA,E' IN CARCERE E DAL 1982 SCONTA VARI ERGASTOLI IN REGIME DI CARCERE DURO, PRATICAMENTI SCONTATI IN QUASI TUTTI I CARCERI ITALIANI. DAL 1992,OVVERO DA 21 ANNI ,CON LA RIFORMA CARCERARIA, IL DETENUTO CUTOLO E' RISTRETTO IN REGIME DI 41 BIS,IN BASE AD UNA PRESUNTA “PERICOLOSITA’ SOCIALE” (SI DICE “PRESUNTA” PERCHE’ LA SUA FONDATEZZA HA MOTIVAZIONI PIU’ “IDEOLOGICHE” CHE DI PROVATO ED OGGETTIVO RISCONTRO ATTUALE) ED IN QUESTA CONDIZIONE DETENTIVA ,CON SERI PROBLEMI DI SALUTE,TROVASI ORA NEL CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA DELL'AQUILA. QUI RISULTA NON ESSERE INSERITO IN NESSUN PROGRAMMA RIEDUCATIVO E RIABILITATIVO COSI COME PREVEDE IL DETTATO COSTITUZIONALE ED IN SITUAZIONE CONTRARIA DI FATTO ALLA GIURISPRUDENZA PREVALENTE DELLA CORTE EUROPEA DI GIUSTIZIA .RAFFAELE CUTOLO,CON IL 41 BIS , SI TROVA NEL CARCERE DELL’AQUILA PRATICAMENTE DA “INTERNATO” E NON DA NORMALE “DETENUTO” .DAL 1983, RAFFAELE CUTOLO, HA DICHIARATO DI AVER CHIUSO DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO DI CAMORRISTA. EGLI SI E' "CONVERTITO" SPIRITUALMENTE E VUOLE DIMOSTRARE DI ESSERE OGGI,ANCHE SOCIALMENTE, UNA PERSONA DIVERSA,COME ,IN PIU’ OCCASIONI, HA SOSTENUTO MONS. RAFFAELE NOGARO ,VESCOVO EMERITO DI CASERTA,CHE LO CONOSCE SPIRITUALMENTE DA OLTRE 25 ANNI. ALCUNI ASPETTI DI QUESTA PERSONA , OLTRE UN PASSATO DA EFFERATO CAMORRISTA,STRANAMENTE RISULTANO ESSERE RICCHI , PER QUELL’AMORE CHE TUTTO COMPRENDE ED ISPIRA LA NOSTRA UMANITA’ , DI RISVOLTI INTERIORI POCO CONOSCIUTI AI PIU’,MENO MESSI IN EVIDENZA ,POCO RICERCATI ALL’OSSERVAZIONE ED ANALISI PERSONOLOGICA, I QUALI SE ATTENTAMENTE UTILIZZATI POSSONO ESSERE,PARADOSSALMENTE UTILI, AL MIGLIORAMENTO SOCIALE E DI INSEGNAMENTO PER TANTI DERELITTI ANCORA ILLUSI DAL CRIMINE. RAFFAELE CUTOLO OGGI HA DIRITTO, COME PERSONA, ALLA POSSIBILITA’ DI DIMOSTRARE CHE E’ CAMBIATO E VUOLE RENDERSI UTILE ALLA SOCIETA’ PAGANDO FINO IN FONDO LA SUA PENA E DI DIMOSTRARE ALLA SOCIETA’ CHE E’ UN UOMO NUOVO NON SOLO PERCHE’ HA PAGATO (CIRCA 50 ANNI DI CARCERE ,DI CUI 30 ANNI IN REGIME DI ISOLAMENTO) MA ANCHE PERCHE’ IN LUI VI E’ SICURAMENTE OGGI IL GERME DI CHI HA VERAMENTE COMPRESO CHE IL CRIMINE NON PAGA. RAFFAELE CUTOLO HA DIRITTO A PAGARE LA SUA PENA IN UN ALTRO MODO RISPETTO ALLA CONDIZIONE DI FATTO DA “INTERNATO” CHE VIVE ATTUALMENTE AL CARCERE DELL’AQUILA . LA SOCIETA’ HA IL DOVERE DI RICONSIDERARE ,CON TUTTE LE PRECAUZIONI MA CON ATTENZIONE, LA SITUAZIONE PERSONALE E POSIZIONE DI CUTOLO COME DETENUTO OGGI RISTRETTO AL 41 BIS E MAGARI,SE POSSIBILE, METTERLO NELLA CONDIZIONE DI POTERSI “RICONCILIARE” TOTALMENTE CON IL PASSATO IN PARTICOLARE CON LE VITTIME INNOCENTI DELLA SUA STORIA CRIMINALE ED I LORO FAMILIARI,STORIA CRIMINALE CHE ORAMAI ,GRAZIE A DIO, NON C’E PIU’. PERTANTO SI CHIEDE ALLA S.V. ILLUSTRISSIMA ,QUALE E AUTORITA’ PREPOSTA, DI VOLER ATTIVARE LE PROCEDURE DI RITO AFFINCHE SI RICONSIDERI ,COME SI E’ FATTO RECENTEMENTE PER ALTRI DETENUTI AL 41 BIS, LA SITUAZIONE DI “PERICOLOSITA’ SOCIALE “ DEL DETENUTO CUTOLO RAFFAELE NELLA SUA POSIZIONE DI DETENUTO AL 41 BIS , CON MISURE DETENTIVE ALTERNATIVE A QUESTO REGIME CARCERARIO. I PETENTI RINGRAZIANO PER L’ATTENZIONE PRESTATA ALLA PRESENTE DICHIARANDO ESPRESSAMENTE CHE LE INTENZIONI DELLA STESSA TROVANO RISCONTRO ESCLUSIVAMENTE NELLE MOTIVAZIONI DI GIUSTIZIA ED UMANITA’ A CUI E’ EFFETTIVAMENTE ISPIRATA.


DISTINTI OSSEQUI

I PETENTI 
Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

lunedì 19 agosto 2013

Tra i versi del professore una poesia contro la droga, s'intitola "Polvere bianca".

CUTOLO SCRIVE POESIE CONTRO LA DROGA

L' ASINARA (p.g.p.) - Di poesie sulla droga ne sono state composte tante. Ma se a scriverle è don Raffaele Cutolo, indiscusso boss della camorra, una delle organizzazioni che gestisce il traffico internazionale degli stupefacenti, la questione cambia. Il "re di Ottaviano" dal carcere dell' Asinara ha inviato una poesia contro l' eroina al quotidiano sassarese "La nuova Sardegna". Insieme al testo, un memoriale-requisitoria nei confronti di quelli che lui stesso definisce "venditori di morte". Lo scritto è stato spedito dal penitenziario il giorno di Ferragosto. Cutolo ha fatto rientro all' Asinara (nella quale in passato è stato detenuto per più di due anni) soltanto da qualche settimana, subito dopo un processo per omicidio a Campobasso al termine del quale è stato assolto per insufficienza di prove. Ecco il testo integrale della poesia: "Polvere bianca / polvere bianca / ti odio! / Sei dolce e sei amara / come una donna / sei pura e sei buio. / Giovani odiatela / la polvere bianca / sì! vi fa volare / per poi farvi / ritornare nel buio più cupo. / Vola per l' aria / limiti di un' anima / fatta a pezzi / si tocca il fondo / i fatti diventano voragini buie... / e poi di colpo / i dolori si placano / e il cielo è un' esplosione di luce / poi più nulla. / L' indomani / solo un trafiletto sui giornali / ennesimo giovane morto: per droga. / Polvere bianca / ti odio". Nel documento fatto pervenire al quotidiano il boss afferma di seguire con preoccupazione le vicende legate allo spaccio di droga. Dice tra l' altro che i politici dovrebbero impegnarsi di più per debellare un fenomeno che, anche in Sardegna, sta assumendo proporzioni preoccupanti. Spiega poi di essere certo che le sue tesi faranno "sobbalzare dalle poltrone" parecchie persone. "Ma in tutta la mia vita - prosegue - non ho mai fatto piangere nessuno se non coloro che volevano farmi del male".



Il poeta Raffaele Pisani: "Cutolo è un uomo sinceramente cambiato"

Il Poeta Raffaele Pisani
In una nota postata nella pagina facebook del nostro blog (dedicata alla rassegna dei fatti storici orbitanti attorno alla figura del famoso boss della N.C.O. Raffaele Cutolo) il poeta Raffaele Pisani ha rilasciato una dichiarazione in merito al dibattito su una eventuale revisione delle misure carcerarie nei confronti dello storico camorrista di Ottaviano.

Il poeta scrive:

Mi sono fermamente convinto della svolta che Cutolo stava dando alla sua vita sin dal 1990, cioè da quando Raffaele mi inviò il suo libro "POESIE E PENSIERI" Edizioni Berisio, Napoli 1980 - e subito dopo le nuove poesie che mano a mano scriveva. La convinzione della "nuova vita" di Raffaele Cutolo divenne certezza sia leggendo appunto le sue nuove poesie e i nuovi "pensieri", sia parlandone con Nons. Raffaele Nogaro, Vescovo di Caserta e suo padre spirituale. Ribadisco, come ho sempre detto, facendo mie le sante parole pronunciate da Papa Roncalli, "il peccato va sempre condannato, il peccatore va aiutato, in particolare quando sinceramente lascia la via del male e imbocca quella del bene".
Raffaele Cutolo
Naturalmente le decisioni finali spettano alla magistratura che saprà valutare con giustizia e imparzialità i nuovi elementi che le saranno forniti.







Di seguito un'intervista che delinea la figura e lo spessore del poeta Raffaele Pisani

mercoledì 27 giugno 2012

Pasquale Scotti, detto 'o Collier



Pasquale Scotti (Casoria, 8 Settembre 1958), detto Pasqualino 'o collier per aver regalato un collier alla moglie di Raffaele Cutolo, ma conosciuto anche come 'o 'ngegnere (l'ingegnere), è stato uno dei più fedeli alleati del boss di Ottaviano, rappresentandone la cosiddetta batteria o braccio armato. Dopo il trasferimento di Cutolo all'Asinara, e il maxi-blitz del giugno 1983, Scotti tenta di riorganizzare le file della NCO.

Pasquale Scotti viene arrestato a Caivano il 17 dicembre del 1983 grazie ad un'operazione diretta dall'allora capo della squadra mobile Franco Malvano. È accusato di essere il mandante dell'omicidio di Giovanna Matarazzo detta Dolly Peach, una ballerina di un night club romano legata sentimentalmente a Vincenzo Casillo.

In realtà, il suo potere deriva da numerosi altri crimini (omicidi, estorsioni, riciclaggio, controllo dello spaccio di stupefacenti). Nel corso della detenzione, sembra decidere di collaborare, rivelando diversi aspetti della NCO, l'organizzazione cui era affiliato. Ma si tratta di una collaborazione fittizia. Scotti evade infatti la notte di Natale del 1984 dall'ospedale civile di Caserta dove era stato ricoverato per una ferita alla mano. È ricercato dal 1985 per omicidio ed occultamento di cadavere. Dal 17 gennaio 1990 è ricercato anche in campo internazionale e fa parte dell'Elenco dei latitanti più pericolosi d'Italia. Sulla sua sorte sono state formulate nel corso degli anni le ipotesi più disparate: a quanto sembra non ci sarebbe certezza sul fatto che sia ancora in vita.
Nel 2005, la terza sezione della corte d'assise di Santa Maria Capua Vetere, condanna il boss all'ergastolo.

Luigi Cesaro, dal 2009 presidente della Provincia di Napoli, ha ammesso che, nel corso degli anni ottanta, chiese la protezione di Rosetta Cutolo al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti
fonte: wikipedia




Pasquale Scotti, affarista superlatitante E l’ultimo business sotto la Madonnina
Il boss cutoliano è il più longevo fuggiasco. Ricercato dal 1984 rientra nella lista dei primi trenta. Oggi un'informativa della squadra mobile di Napoli per la prima volta rivela i suoi interessi a Milano, svelando nome e cognome di colui che ne avrebbe protetto la latitanza


di Nello Trocchia | 24 ottobre 2011 (Il Fatto quotidiano)


Nella lista dei ricercati il più longevo è lui. Si è dato alla macchia 27 anni fa, ma i riflettori restano spenti sulla sua fuga. Lo chiamano l’ingegnere, per i modi dotti, oppure o’ collier per aver omaggiato la moglie del suo capo con un girocollo da 50 milioni di vecchie lire. Pasquale Scotti, da Casoria, provincia di Napoli è tranquillo perché diverse fonti lo indicano vivo e attento ai suoi affari, in una nuova veste di imprenditore che lo vede protagonista sulla piazza di Milano attraverso un personaggio già emerso in un’indagine di ‘ndrangheta. Eppure sulla sua figura il mistero resta fitto visto che di tanto in tanto rimbalzano voci sulla sua possibile morte, l’ultima di un pentito della ‘ndrangheta Franco Pino.

Di certo la polizia di Stato ha diramato un nuovo identikit del latitante e chiarito: “I suoi legami con la sua terra d’origine e con i suoi familiari sono però stati accertati attraverso diversi indizi”. La sua latitanza inizia nel 1984 quando scappa dall’ospedale di Caserta dove è ricoverato dopo l’inizio della sua collaborazione, fittizia e finalizzata alla fuga. Scotti, secondo la magistratura, è un killer spietato al servizio di Raffaele Cutolo, o professore vesuviano, il suo fedelissmo. E’ capace con le armi, ma è anche una mente raffinata.

Oggi con una faccia ritoccata sarebbe impegnato nel settore dei videogiochi e nell’attività imprenditoriale attraverso una rete di vecchi amici e nuove alleanze. Amici come Mauro Russo (non indagato) che emerge da un’informativa della squadra mobile di Napoli. Il suo nome sta agli atti dell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al nord. Secondo quando si legge nel documento, Russo è vicino a Scotti, tanto da “averne curato gli interessi”. Mauro Russo, originario di Casoria, da anni ormai si è trasferito a Milano. Di più: oltre ad avere collegamenti con Scotti, incrocia gli interessi con la ‘ndrina Valle e con i Moccia, egemoni ad Afragola, in provincia di Napoli. Famiglia criminale quest’ultima che ha perseguito la linea della dissociazione, ma nessun pentimento. Russo è anche lui nato e cresciuto nel contesto criminale che vede Scotti spadroneggiare. Il casellario di questo campano, oggi perfettamente integrato nel sistema imprenditoriale lombardo, racconta di precedenti per associazione mafiosa e condanne per estorsione e associazione a delinquere. Tutte vicende risalenti agli anni ’80. Epoca prima dominata dai cutoliani e poi, dopo il tramonto di Cutolo, dalla nuova famiglia.

La chiave quella dei rapporti tra Scotti e Russo viene fornita dal collaboratore di giustizia Michele Froncillo (pentitosi nel 2007), ai vertici del clan Belforte, egemone nell’area casertana che ha spiegato l’interessamento al settore del gioco del gruppo criminale di appartenenza proprio attraverso l’intercessione del solito Mauro Russo che vanta contatti anche con i cutoliani presenti in Germania, dove Scotti in passato si sarebbe nascosto. Tra i contatti di Russo emergono quelli con Angelo Moccia, uomo di vertice dell’omonimo clan, confinato in carcere a Voghera. Rapporti mediati da Giuseppe De Luca (non indagato), imprenditore edile, un passato tra i cutoliani poi legato proprio ai Moccia di Afragola. De Luca si sente con Russo da un cellulare intestato alla Del Gap Costruzioni, società con lavori e appalti in tutta Italia. La Del Gap è stata destinataria anche di informativa antimafia ‘atipica’, annullata dal Consiglio di Stato, nell’aprile 2010. La sentenza sostiene che la proprietà è del figlio di De Luca e della madre. E dunque le parentele non sono sufficienti a comprovare il rischio condizionamento.

Giuseppe De Luca, già condannato per camorra negli anni ’80, è cognato proprio di Angelo Moccia. Crocevia di questi rapporti criminali è proprio Mauro Russo, esperto di primo livello nella gestione e nella fabbricazione di macchine mangiasoldi. La Gr games, a lui riconducibile, ha sede ad Arzano, territorio dei Moccia, ma anche un capannone a Trezzano sul Naviglio, paese di quell’hinterland a sud di Milano da anni infiltrato dalla criminalità organizzata. Insomma Scotti avrebbe attraverso Russo ed altri soggetti riannodato le fila dei rapporti e investito il suo ingente patrimonio nel settore remunerativo dei giochi.

Una triangolazione criminale che trova conferme. I Belforte, in particolare i fratelli Domenico e Salvatore sono cutoliani di ferro negli anni di dominio del professore vesuviano. Alcuni investigatori forniscono un ulteriore dettaglio. Tra le carte delle inchieste sui Belforte, ci sarebbe un’intercettazione tra il boss Pino Buttone e una donna, la quale all’ennesima richiesta su uno yacht da assicurare risponde: “ Ma quello è latitante da 30 anni”.

Il riferimento, sostengono gli investigatori, potrebbe essere proprio a Pasquale Scotti. Ma Scotti resta un fantasma, che ricompare sul manifesto funebre del fratello Giuseppe. “ Un’informatore – racconta un altro inquirente – ma un informatore ci ha spiegato che partecipò anche ai funerali vestito da prete, a Casoria vive anche l’anziana madre”. Pasquale Scotti ha anche una sorella, estranea alle vicende di camorra, impegnata nel settore dei laboratori sanitari, il marito è medico nell’ospedale casertano noto per la fuga del boss. Il nipote del latitante, Pietro Scotti, figlio del fratello Giuseppe, ha ereditato le aziende del padre, impegnate nel settore delle costruzioni.

L’amore per la famiglia ha spesso tradito i boss. Non sembra il caso di Pasquale o ‘colier. Ma a spiegare la latitanza del boss c’è anche altro come i segreti che Scotti custodisce. Il passato del latitante si lega con la vicenda della liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore democristiano rapito dalle Br nel 1981 e liberato grazie all’intercessione di Cutolo. Scotti sa molto di quel passato di rapporti con pezzi dello stato e con agenti dei servizi segreti: “ Non è escluso – ci racconta un altro inquirente – che ne favoriscano la latitanza”.

Camorra e politica. Tra gli ultimi a vedere Scotti c’è stato Luigi Cesaro, nessuna omonimia, si tratta dell’attuale presidente della provincia di Napoli. Oggi Cesaro è con l’amico Cosentino un pezzo importante del Pdl campano, ma negli anni ’80 si vedeva con gli uomini della camorra. Cesaro in primo grado fu condannato a 5 anni per i suoi rapporti con i cutoliani, faceva anche da postino, portava i pizzini del clan. Cesarò è stato poi assolto, da postino. Dopodiché Gigino a purpetta, questo il suo soprannome, diviene vittima dell’estorsore Scotti, ma, come spiegherà ai giudici, incontra o’ colier, allora latitante, per consegnargli un bigliettino di Rosetta Cutolo. Da allora o’ colier è imprendibile.

martedì 26 giugno 2012

Don Raffaé, la canzone che De André scrisse ispirandosi a Cutolo

"don Raffaè, Voi politicamente,
io ve lo giuro, sarebbe 'nu santo...
ma 'ca dinto voi state a pagà
e fora chist'ate se stanno a spassà"


E' senza ombra di dubbio da inserire tra le dieci canzoni italiane più belle mai scritte nel ventesimo secolo. Musica e parole degne veramente di un grande artista quale è stato Fabrizio De Andrè. Sul significato che esprime si potrebbero scrivere libri, e in effetti lo si sta facendo da qualche tempo a questa parte, da quando scrittori del calibro di Pino Aprile hanno ridato linfa alla vecchia "Questione Meridionale". Linfa che sta iniziando a scuotere le coscienze del popolo napoletano, ma non dei suoi politici: peggio per loro!

Sulla canzone vi sarebbero anche alcuni aneddoti che varrebbe la pena di citare. Primo fra tutti il carteggio tra Cutolo e il famoso cantautore genovese.


COME NELLA CANZONE " DON RAFFAE' "
De Andre' : io fui facile profeta, me lo confermo' Cutolo


Fabrizio de Andrè
Fabrizio De Andre' sta per salire sul palco per la prova generale del suo nuovo concerto. Per la seconda volta in pochi mesi un fatto di cronaca ricorda una sua canzone. Prima la professionista dell'amore cacciata dalle donne di un paese (come in "Bocca di Rosa"), ora la connivenza mafiosa del vicecapo degli agenti di custodia di un famoso carcere, proprio come viene narrato nella canzone "Don Raffae". "Be', sono un profeta, come Geremia, come Isaia - scherza De Andre' -. Non ci voleva molto per immaginare che un capo della camorra avesse al suo soldo qualcuno del carcere. Con gli stipendi che passa lo Stato ai secondini e la forte personalita' di certi capi camorristici e mafiosi non c'e' da stupirsi se si creano connivenze e legami profondi. La canzone "Don Raffae'" alludeva a Raffaele Cutolo, ma ovviamente ne' io ne' Massimo Bubola, coautore del brano, disponevamo di notizie di prima mano sulla sua detenzione. Immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto una lettera di Cutolo che mi faceva i complimenti per la canzone e aggiungeva: "Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalita' e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato". Non si era offeso e gli era piaciuto il verso "Don Raffae' voi politicamente, io ve lo ggiuro sarebbe nnu santo" ed anche quello in cui il secondino gli chiede il favore di trovare un posto di lavoro a un suo parente. Alla lettera Cutolo aveva allegato un libro di sue poesie. Almeno un paio davvero pregevoli. Gli ho riposto per ringraziarlo. Recentemente - conclude De Andre' - mi ha scritto ancora. Pero' stavolta non gli ho risposto. Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo. Per finire in manette basta assai meno".

Articolo del "Corriere della Sera" del 12 Febbraio 1997



Versione Registrata con immagini del Film "Il Camorrista"

Versione Live



Don Raffaè è una canzone scritta da Mauro Pagani per la musica e da Massimo Bubola e Fabrizio De André per il testo.

La canzone, tratta dall'album Le nuvole del 1990, è particolare in quanto cantata in napoletano. La canzone è stata anche incisa cantata in duetto con Roberto Murolo, che l'ha inserita nel suo album di duetti Ottantavogliadicantare (1992); tale versione è stata inserita anche nella raccolta del 2008 Effedia - Sulla mia cattiva strada. La canzone è stata altresì inserita nell'antologia postuma Da Genova, uscita alla fine del 1999.
Storia

Don Raffaè nasce dalla collaborazione di Fabrizio De André con Massimo Bubola per la stesura del testo, e con Mauro Pagani per la scrittura della musica. L'uso del dialetto non è comunque inusuale per lo stile dell'artista, in quanto appartenente al periodo della svolta world del cantautore.

La canzone è una denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni ottanta, e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose.

Don Raffaele Cutolo
Nel brano si narra infatti di Pasquale Cafiero, un brigadiere di Polizia Penitenziaria del carcere di Poggioreale ormai sottomesso e corrotto da un boss malavitoso in galera, il Don Raffaè del titolo, a cui la guardia chiede diversi favori (prestargli un cappotto, trovare un lavoro a un suo fratello disoccupato da anni) e offre ripetutamente un caffè, ma anche la condizione di vita agiata all'interno del carcere dello stesso bos. Il brigadiere ha come unica speranza di miglioramento della propria condizione, quella di chiedere intercessione al boss Don Raffaè: per trovare lavoro o una casa, per ottenere giustizia, ma anche per un cappotto elegante da poter usare ad un matrimonio.

Secondo le parole dello stesso De Andrè, «la canzone alludeva a Raffaele Cutolo» noto camorrista e fondatore dellaNuova Camorra Organizzata, sebbene né lo stesso De Andrè né il coautore Massimo Bubola disponessero «di notizie di prima mano sulla sua detenzione». Anche lo stesso Cutolo pensò a una dedica alla sua persona e scrisse al cantautore genovese per chiedergli se “Don Raffaè” fosse effettivamente lui e per complimentarsi, meravigliandosi inoltre di come De Andrè fosse riuscito a cogliere alcuni aspetti della personalità e della sua vita carceraria, senza avere a disposizione informazioni dettagliate. De Andrè rispose alla lettera di Cutolo per ringraziarlo, ma evitò di continuare il carteggio con il boss, e lasciandolo libero di pensare che la canzone fosse dedicata a lui o meno.

Il ritornello della canzone è ripreso chiaramente dal brano O ccafè di Domenico Modugno.

Una incisione del brano è stata realizzata in coppia con Roberto Murolo, ed una esecuzione è stata cantata dai due in occasione del Concerto del Primo Maggio del 1992.

domenica 17 giugno 2012

Il Camorrista (il romanzo di Giuseppe Marrazzo)

"Il camorrista" 
Autore Giuseppe Marrazzo
1ª ed. originale 1984
Genere romanzo 
Sottogenere biografia 
Lingua originale italiano
Protagonisti Raffaele Cutolo

Il camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo è un romanzo del 1984 di Giuseppe Marrazzo. Il libro è incentrato sulla vita di Raffaele Cutolo, uno dei boss più potenti della camorra degli anni settanta e ottanta, fondatore della Nuova camorra organizzata (NCO).

Il romanzo è strutturato in dodici capitoli e narra la vita di Cutolo in prima persona, come una sorta di memoriale in cui il boss, al termine della sua parabola, ripercorre i momenti salienti della propria vicenda umana e criminale. La narrazione comincia dal momento finale, ossia dal trasferimento di Cutolo al carcere di massima sicurezza dell'Asinara nel 1982, che segna la conclusione del suo potere sulla malavita campana. Da qui ha inizio il lungo flashback nel quale Cutolo si racconta, a partire dagli anni dell'infanzia.

Nato e cresciuto ad Ottaviano, paese del Vesuviano, da una famiglia di contadini, il giovane Raffaele si rende responsabile di un omicidio a diciannove anni e finisce nel carcere di Poggioreale, dove in pochi anni costruisce una nuova organizzazione criminale a cui darà il nome di Nuova Camorra Organizzata. L'associazione a delinquere si fonda principalmente sulle estorsioni e il contrabbando di sigarette, oltre a una piccola fetta dello spaccio di droga destinata a crescere negli anni successivi. Grazie ad una gestione decisa e carismatica, Cutolo crea intorno a sé una corte di fedelissimi fra i quali spiccano la sorella Rosetta e l'amico d'infanzia Vincenzo Casillo detto 'o Nirone, che fungono da suoi emissari al di fuori del carcere.

Quando la potenza della Nco cresce al punto da intralciare gli affari delle altre famiglie della camorra tradizionale, Cutolo scatena una guerra spietata che insanguinerà per anni il territorio di Napoli e dell'intera Campania, con centinaia di morti ammazzati da entrambe le parti.

Nel frattempo il boss, che molti chiamano 'o Professore per la sua aria da intellettuale, tesse una rete di legami con le altre organizzazioni criminali (mafia, 'ndrangheta, ma anche mafia italo-americana) e con esponenti della politica locale e nazionale, ottenendo protezioni, favori, trasferimenti in carceri più adatte al suo ruolo di comando (come ad esempio il carcere di Ascoli Piceno, dove Cutolo vivrà a lungo da ospite di riguardo più che da recluso). L'occasione d'oro per l'affermazione della Nco nel panorama criminale italiano è offerta dal terremoto del 1980, che apre a Cutolo la possibilità di accedere ai sostanziosi appalti della ricostruzione, ma che acuisce anche la rivalità con gli altri clan, causando un nuovo efferato bagno di sangue.


L'inizio della fine della parabola di Cutolo coincide anche con il momento del massimo riconoscimento della sua potenza. Dopo il sequestro dell'assessore campano Ciro Cirillo, esponente della Democrazia cristiana, da parte delle Brigate rosse, il boss viene contattato dai Servizi segreti e da colleghi di partito dell'assessore affinché interceda, attraverso i suoi contatti con brigatisti detenuti, presso i sequestratori. In cambio, Cutolo ottiene la promessa di importanti privilegi, come la permanenza nel carcere di Ascoli e l'allentamento della pressione delle forze dell'ordine sul territorio di Napoli. La liberazione di Cirillo, ribadisce l'io narrante, non è voluta dallo Stato per la salvezza di un essere umano, ma per il timore che la pressione del sequestro lo induca a rivelare particolari scottanti sui legami della Democrazia cristiana con le organizzazioni criminali.

Cutolo negozia coi brigatisti, che si accontentano di una somma di denaro quale riscatto e rilasciano Cirillo indenne. Ma anziché ricevere la sua contropartita, Cutolo viene abbandonato al suo destino, trasferito nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara per ordine del presidente della Repubblica Sandro Pertini e qui tenuto a lungo in isolamento. Convinto di essere stato abbandonato anche dal suo luogotenente Casillo, che ha avviato trattative di alleanza con le altre famiglie rivali, Cutolo emette la sua ultima sentenza di condanna a morte attraverso i suoi avvocati. Il 29 gennaio1983 Vincenzo Casillo viene fatto saltare in aria nella sua auto, con grande soddisfazione del boss che apprende la notizia dal telegiornale.

Adattamento cinematografico 

Al libro di Marrazzo è liberamente ispirato il film del 1986 Il camorrista, che segna l'esordio alla regia di Giuseppe Tornatore. Protagonista della pellicola è l'attore italoamericano Ben Gazzara, che veste i panni di Raffaele Cutolo.





Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

martedì 12 giugno 2012

Cesaro, l'ombra della camorra (di Claudio Pappaianni)

Luigi Cesaro, uomo chiave, insieme a
Cosentino, del successo del PDL
in Campania
Arrestato come uomo di Cutolo, condannato e poi assolto nonostante i rapporti con il boss. Il passato di Cesaro, il deputato che guida la Provincia di Napoli

Da don Raffaè a Berlusconi, da messaggero di "lady camorra" Rosetta Cutolo a corriere di bufale per Silvio Berlusconi. Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, vive da sempre all'ombra di qualcuno. Nel bene e nel male. Finito in carcere a metà degli anni Ottanta per i suoi rapporti di «amicizia con tutti i grossi esponenti della Nuova Camorra Organizzata in sigla N.c.o», il leader del Pdl napoletano vede oggi materializzarsi scenari cupi per le nuove rivelazioni dei pentiti. Stavolta i clan sono diversi - nei verbali degli ultimi mesi si parla di Casalesi - il tema però è lo stesso: l'intreccio tra criminalità, politica e cemento. Una sorta di déjà vu per l'uomo che da gennaio avrà il controllo della gestione dei rifiuti a Napoli e provincia. Il cui curriculum giudiziario è rimasto finora dimenticato negli archivi.


Il blitz 

Quando gli uomini della squadra mobile di Napoli bussarono di notte alla sua porta, lui era già lontano. Passò qualche giorno prima che si presentasse in Questura: «Sono Luigi Cesaro di Francesco, nato a Sant'Antimo il 19 febbraio 1952». Quello del 1984 fu il compleanno più amaro per l'attuale presidente della Provincia di Napoli, coinvolto nell'operazione della polizia contro i cutoliani, all'epoca l'organizzazione criminale più famosa, che si era infiltrata negli appalti del dopo terremoto in Irpinia e aveva gestito assieme ai servizi segreti le trattative con le Brigate rosse per la liberazione del presidente dc Ciro Cirillo. Cesaro era un giovane avvocato, rampollo di una dinastia di costruttori. Ma due pentiti, Mauro Marra e Pasquale D'Amico, lo chiamano in causa. Marra sostiene che aveva «favorito i collegamenti tra i vertici della N.c.o.» e «ripetutamente finanziato» il gruppo camorrista. Accuse pesanti: aver garantito l'ospitalità, la latitanza, gli spostamenti dei boss e aver fatto da postino del clan, consegnando lettere e pizzini. Diciotto mesi dopo, il 18 maggio del 1985, il Tribunale di Napoli condannava Luigi Cesaro a cinque anni di reclusione.  


Rosetta Cutolo, sorella
del Boss Raffaele

Da accusato a vittima 

In Appello Cesaro riuscì a far prevalere la sua versione dei fatti: non era il finanziatore del clan, si difese, ma solo una vittima. Le continue richieste degli "amici" erano diventate insopportabili per i Cesaro, costruttori in continua espansione in quegli anni. Ma l'attuale presidente della Provincia non si rivolse alle forze dell'ordine: chiese aiuto direttamente a Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele, come lui stesso ammise durante il processo. «Il Cesaro - scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado - ha spiegato che al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti (ammesse dal Marra) chiese i buoni uffici di Rosetta Cutolo la quale inviò una lettera di "raccomandazione" allo Scotti». Siamo negli anni della mattanza di camorra in Campania: 1.500 morti ammazzati tra il 1978 e il 1983 nella guerra tra i cutoliani e i rivali della Nuova Famiglia. 'O Professore è in isolamento all'Asinara: il clan, decimato dal maxi-blitz del giugno 1983, è nelle mani proprio di Pasquale Scotti. Che è latitante, come donna Rosetta, quando Cesaro gli consegna personalmente la "lettera di protezione". Ma secondo la Corte d'appello le prove per dimostrare che Cesaro fosse a tutti gli effetti organico alla N.c.o. non sono sufficienti: il 29 aprile 1986 viene assolto. I giudici però non nascondono i loro sospetti: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Un anno dopo arriverà l'assoluzione anche in Cassazione: «Per non aver commesso il fatto ». Firmato: Corrado Carnevale.


Il Boss Cutolo in carcere
mentre parla con la sorella
Rosetta
Il presidente postino
Quell'incontro fra Cesaro e il latitante Scotti era stato raccontato dallo stesso boss, dieci giorni dopo il suo arresto avvenuto il 17 dicembre 1983 dopo un violento conflitto a fuoco. Confessioni che, tuttavia, non sono mai entrate nel procedimento aperto contro il giovane avvocato. Scotti non era uno qualunque: capo del gruppo di fuoco della N.c.o. al quale furono attribuiti più di 40 omicidi, era diventato il reggente del clan di Cutolo. Cesaro lo incontrò nel mese di ottobre del 1983, quando era il ricercato numero uno. Poche settimane dopo Scotti fu sorpreso e catturato. E' il 28 dicembre 1983 quando il boss parla negli uffici della Questura di Caserta: «Circa un mese, un mese e mezzo fa, ricevetti un biglietto tramite l'avvocato Cesaro di Sant'Antimo, figlio del costruttore Francesco Cesaro, il quale a sua volta l'aveva ricevuto dalla suocera di Raffaele Cutolo». Non dice nulla sulla presunta "raccomandazione" da parte di donna Rosetta in quelle righe: ignora cioè la versione che Cesaro darà ai giudici e che gli garantirà l'assoluzione. Secondo il racconto del boss, il messaggio consegnato nelle sue mani da Cesaro indicava solo il luogo per un appuntamento telefonico con Raffaele Cutolo che avrebbe poi chiamato dalla Sardegna C'era da organizzare la fuga di Marco Medda, altro nome leggendario di quella stagione sanguinosa, che mitra alla mano poi tenterà di risollevare con Scotti le sorti dell'armata cutoliana.