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martedì 7 novembre 2017

Antonio Schettini libero nel 2018, è il killer di Roberto, figlio di ‘o Professore

L'assassinio uscirà dopo 25 anni di detenzione di cui l'ultimo periodo trascorso come collaboratore di giustizia. Vivrà in una località protetta


Era dicembre del 1990, un inverno freddo di tanti anni fa. Roberto Cutolo viveva in un paesino della Provincia di Varese, con pochi soldi in tasca, in compagnia della moglie Assunta Alba (un ex cantante di sceneggiate napoletane allora incinta) e del figlio Raffaele (in onore di suo padre). Erano 4 anni che il figlio di ‘o Professore si era trasferito, abbandonando Ottaviano l’ex regno vesuviano di Raffaele Cutolo leader indiscusso della NCO (Nuova Camorra Organizzata) che con la guerra contro la NF (Nuova Famiglia) ha insanguinato le strade di Napoli.

Roberto aveva visto per la prima volta il padre all’interno di un manicomio giudiziario e si sa ‘o Professore ha condotto la faida quasi sempre dall’interno di un istituto di detenzione. Suo figlio ne conosceva la reputazione, ma il sangue è sangue, la famiglia è la famiglia e il cognome era di quella pesantezza che sopportarne il valore non è affatto facile. Ma la scelta di lasciare Napoli non è servita a molto, oltre che obbligata da un divieto di dimora al Sud.
Roberto Cutolo è stato ucciso a 28 anni da una decina di colpi d’arma da fuoco davanti al bar Bartolora Tradate, frazione di Abbiate nel varesotto, dove il figlio di ‘o Professore  si era trasferito. Roberto è stato trucidato all’interno della sua auto, un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei killer che non hanno lasciato scampo al giovane. Quest’ultimo ha provato a resistere fino alla fine, dopo la scarica di proiettili ha aperto la portiera della vettura ed è scivolato all’esterno cadendo sul manto stradale ghiacciato per chiedere aiuto. Il proprietario del bar è uscito fuori dal locale, lo ha soccorso e ha chiamato l’ambulanza. Poi la corsa, inutile, in ospedale.
Roberto Cutolo non impensieriva più di tanto gli investigatori, aveva qualche precedente ed alcuni procedimenti giudiziari in corso. Un arresto per guida senza patente, il suo presunto coinvolgimento in una rapina alle poste e in un giro di prostituzione intorno all’aeroporto di Malpensa. Il giovane è stato poi prosciolto da entrambe le accuse. Viveva con i soldi che la madre, Filomena Liguori, gli inviava puntualmente ogni mese con un vaglia. La moglie arrotondava vendendo dei giocattoli che costruiva in casa. L’unico processo in cui era imputato era quello basato sull’omicidio di Francis Turatello alias ‘Faccia d’angelo ucciso 9 anni prima nel carcere di Nuoro. La Cassazione ne aveva ordinato il rifacimento e l’accusa voleva provare il coinvolgimento del figlio di ‘o Professore allora diciassettenne (secondo la Procura sarebbe stato lui a portare l’ordine di morte dietro le sbarre). Ma il giovane Cutolo ha sempre smentito l’accusa ed una volta uscito dal carcere di Avellino ha provato ad alzare un muro tra lui e le vicissitudini del papà.
Ma la sua morte è stato più che altro un messaggio che i nemici del padre hanno voluto dare a ‘o Professore. Secondo le indagini svolte dagli inquirenti nel corso degli anni, dietro l’agguato c’era il boss Mario Fabbrocino membro della Nuova Famiglia e acerrimo nemico di Raffaele Cutolo. Uno dei killer che ha eseguito l’omicidio è Antonio Schettini detto ‘Tonino o Napoletano che agli inizi del 2018 tornerà libero dopo 25 anni di carcere. La libertà l’ha guadagnata pentendosi e rivelando alle autorità molti aspetti di quella violenta faida. Schettini vivrà in una località nel bergamasco.


La storia. Dal Corriere della Sera. di Maddalena Berbenni

Confessò 59 omicidi per i clan, presto Antonio Schettini sarà libero

«Tonino» il napoletano nel ‘90 fece uccidere il figlio di Cutolo: «Ho il rimorso per due morti, non c’entravano nulla». Per lui ultimi mesi ai domiciliari. La sua casa confiscata accoglierà donne in difficoltà

Erba e ortiche. Niente più palme, solo la scaletta malconcia del locale comandi. Quella piscina, Antonio Schettini, l’aveva costruita in due settimane per accontentare i figli. In un angolo c’era il recinto dei cani, in un altro il portico per le grigliate. Il prato all’ingresso gli ricorda quando i muratori avevano fatto danni in giardino alla vigilia della Prima comunione della sua bambina. Cosa che lo aveva mandato non poco in bestia. Eccolo qui, Tonino il napoletano, l’uomo dei 59 omicidi, 37 eseguiti, gli altri ordinati o organizzati per conquistare e poi mantenere il controllo sul traffico di droga lungo l’asse Milano-Lecco, tra gli anni Ottanta e Novanta. Tempi di killeraggi e discoteche, miliardi e sante alleanze. Di donne e armi. Di pentiti, anche. Lui a suo modo collaborò e così si spiegano i soli 26 anni di carcere, quasi tutti in 41bis, il regime di sorveglianza speciale riservato ai detenuti più pericolosi, quello al quale l’amico Franco Coco Trovato, di cui era il braccio destro, ha dedicato la sua tesi di laurea in Giurisprudenza. L’ha discussa il 20 ottobre scorso, a Rebibbia, dove è rinchiuso.

Ai domicilari per motivi di salute
Schettini, 60 anni, da quattro vive invece ai domiciliari per motivi di salute, con il permesso di uscire per andare al lavoro. A inizio 2018, avrà finito di scontare la sua pena e allora sarà un uomo libero. Eccolo qui, Tonino, davanti al cancello di via Martin Luther King 15, a Suisio, con i vicini che lo riconoscono e ci scambiano due parole: “Mi saluti la moglie”. Niente più completi gessati, solo jeans e giubbotto. La sua carriera criminale, adesso, è un po’ come la piscina nella villetta confiscata per mafia. Sottoterra, ma ancora lì. Vedi la traccia e puoi soltanto immaginare, se ce la fai. «Io adesso ho metabolizzato tutto – racconta seduto in un bar -, col senno di poi mi è dispiaciuto per le persone che ho ammazzato, due mi pesano in maniera particolare: si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Comunque, di gente ne ho anche salvata tanta: mi sono rifiutato di uccidere chi non c’entrava».
La sua casa accoglierà le donne in difficoltà
Schettini si trasferisce al Nord nel 1979. Due anni dopo entra nella villetta di Suisio, oggi proprietà comunale. A giorni riaprirà come casa di accoglienza per donne in difficoltà: «Avrei preferito un centro di riabilitazione, avrebbero potuto sfruttare la piscina», pensa. A Calusco d’Adda, sul confine con Lecco, terra dei Trovato, ai tempi apre il ristorante O’ Scugnizzo. È dove tutto ha inizio: «Mi vennero a cercare, io non dissi di no». Gli serve poco tempo per scalare: «Dal mio locale è passata tutta la malavita. Solo due non ne ho conosciuti, ma per mancanza di tempo: Riina e Provenzano». Si affilia alla ‘ndrangheta, si fa battezzare picciotto e finisce per passare dall’ala mite, «una specie di mutuo soccorso», spiegazione sua, a quella esecutiva dell’organizzazione. Diventa «evangelista», anche se le doti gli importano fino a un certo punto: «Il valore della persona non lo fa il grado», è convinto. Ciò che ha sempre fatto la differenza, nel suo caso, è stato «nascere nei vicoli di Napoli, tra l’altro da una famiglia perbene. Mio padre faceva il ferroviere». Passa davanti a una chiesa e si fa il segno della croce. «Se cresci nei vicoli, le persone ti basta guardarle negli occhi per capire. Impari ad arrangiarti e io, di fronte a ogni ostacolo, ho sempre trovato una via d’uscita».

Stangolamenti e agguati con la banda dei Trovato-Flachi Strangolamenti e agguati si susseguono per un decennio con la banda dei Trovato-Flachi (Pepè, l’erede di Vallanzasca alla Comasina) che acquista potere, stringe patti e scatena la guerra contro i Batti, “colpevoli” di intralciare il loro dominio sugli stupefacenti. Un bagno di sangue, culminato, secondo i giudici, nell’esecuzione nel Tradatese di Roberto Cutolo, figlio del boss della Camorra. Era il 1990. In base a quanto fu ricostruito a processo, fu uno scambio di favori tra i Fabbrocino e Schettini. Lui oggi nega: «La realtà è diversa - assicura -. Io ero il mandante, ma non c’entrava la storia coi Batti. Fu per Jimmy Miano». Altro capo clan amico, ma catanese: «Ne feci contenti cinque ammazzando Cutolo Jr. Una volta sistemata la cosa, telefonai a tutti».

In cella nel 1992 
Coinvolto nelle maxi indagini Wall Street e Count Down, Schettini finisce in cella nel 1992 per l’omicidio del narcotrafficante Alfonso Vegetti, a Cinisello Balsamo: «Ma io non c’ero nemmeno». Nel ’94 inizia a collaborare e nel 2001 è fuori con altri 78 boss per un pasticcio della giustizia: erano scaduti i tempi di detenzione prima del processo di appello. Per Tonino il tribunale dispone il soggiorno obbligato a Pisa, «dove ho ancora una barchetta». Ma nel giro di poco si scoccia, sparisce e la Squadra mobile lo riporta dentro. Gli agenti lo catturano inscenando un cantiere in autostrada, a Melegnano. Carcere duro: «L’essere umano si abitua a tutto – ribatte -. Io guardavo un sacco di documentari: Quark, Gheo e Gheo, Turisti per caso». E comunque le leggende sulla sua detenzione si sprecano. «Fuori oggi è uno schifo, è tutto in mano agli stranieri, bisognerebbe fare un casino per ripartire». Non è il suo obiettivo. La sua passione sono diventati i cani. E basta guai: «Voglio starmene tranquillo».


giovedì 19 dicembre 2013

Trasferito Lorusso, il detenuto che parlo’ con Riina

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di Savino Percoco - 18 dicembre 2013
Alberto Lorusso, il detenuto a cui Totò Riina (foto) ha espresso le minacce stragiste destinate ai pm legati alla trattativa Stato-Mafia e in sottolineata maniera ad Antonino Di Matteo, è stato trasferito ad altro penitenziario. Il “presunto” boss pugliese era la cosiddetta "dama di compagnia" (nel gergo carcerario) con cui negli ultimi mesi, il capo di Cosa nostra ha trascorso le due ore di socialità giornaliere consentite dal regime carcerario 41 bis. Nei giorni scorsi, su disposizione del Dap, è anche stato interrogato dal procuratore capo di Palermo Messineo, e dal suo aggiunto Teresi.
Ma chi è Alberto Lorusso?
 Appaiono sempre più contrastanti e confusionarie le notizie relative alla sua identità. Da molti è indicato come boss di rilievo della Scu ma, navigando attraverso i motori di ricerca web, ad esclusione delle recenti vicende, pochi sono i cenni che lo riguardano. Eppure è lui l’unico tra i criminali detenuti nel supercarcere di Opera ad aver raccolto le spaventose esternazioni di Riina conquistandosi la sua fiducia.
Secondo quanto si è appreso, il ruolo di Lorusso è ancora sotto esame. I pm di Palermo sospettano che possa trattarsi di un infiltrato dei servizi segreti, posto a contatto con Riina nell'ambito di una strategia ancora oscura. 
Difatti, chi ha sbobinato le intercettazioni, lo descrive come una persona curiosa e conscia di cosa chiede. 
Dopo le confidenze dello scorso giugno, raccolte da un agente penitenziario a cui Riina avrebbe affermato che il suo arresto era il risultato di una collaborazione tra Provenzano e Vito Ciancimino e che la proposta di una trattativa fu avviata dallo Stato, il pm Di Matteo dispose un più severo monitoraggio delle intercettazioni. 
Furono quindi, piazzate delle “cimici” da parte della Dia nel luogo dove il boss era solito appartarsi con Alberto Lorusso, durante l’ora d’aria. 
Sorprende quindi, che il capo di Cosa nostra, composto nell’inflessibile silenzio per oltre vent’anni consapevole delle rigide ispezioni, improvvisamente perda il controllo con un presunto mafioso pugliese privo di mediatica “fama” criminale. Altrettanto sospetto è l’interesse di Riina nei confronti del pool antimafia se consideriamo il carcere a vita ormai definitivo e che l’aggiunta di ergastoli derivanti da nuovi processi poco cambierà al suo curriculum penitenziario. 
Certo non va esclusa la prima tesi, che vede Alberto Lorusso ai vertici della Sacra corona unita. Per meglio comprendere questo percorso, facciamo qualche passo indietro, alla nascita di quella che nell’ordine, viene considerata la quarta mafia italiana. Le origini della Scu sono ancora poco chiare, ma una prima ipotesi, narra che il boss camorrista Raffaele Cutolo, nel 1981 costituì un’organizzazione associata alla mafia campana nel territorio pugliese. Di contro, ne seguì un’altra composta da esponenti locali indispettiti dal suo tentativo di espansione. 
Una seconda ipotesi invece, ritiene che la Scu sia stata fondata dallo ‘ndraghetista Giuseppe Rogoli nel carcere di Trani con il consenso del suo capo bastone Umberto Belloco. A causa del suo stato di detenzione, Antonio Antonica, fu nominato responsabile unico delle attività illecite che si svolgevano nell'area brindisina col compito di nominare anche dei capi zona.
Secondo fonti non sicure, i contrasti tra i due generarono un guerra tra clan in cui perse la vita lo stesso Antonica e nella rifondazione si concordarono dalle modalità di affiliazione più rigide e severe, il cui statuto vide la firma anche del compagno d’aria di Riina. Si presume quindi, che Alberto Lorusso, dal 1987 fosse un potenziale boss di una delle famiglie più rappresentative del brindisino.
Altro fatto curioso a sostegno della prima tesi riguarda il Comune di San Pancrazio Salentino (BR) ove risiede Maria Concetta Riina, figlia del superboss. 
Inoltre, anche Ninetta Bagarella, moglie del capo dei capi, potrebbe raggiungere il paesino del brindisino dove fino agli anni ’90, Alberto Lorusso era considerato al vertice della cosca. 
Coincidenza o segnale di un sodalizio tra la Scu e Cosa nostra?
In attesa che meglio venga chiarita l’identità di Lorusso, sono apprezzabili le affermazioni del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma è da augurarsi che alle parole seguino celermente i fatti, a cominciare dal “bomb  jammer” ancora non predisposto al pm a rischio vita, Antonino Di Matteo.
Intanto, per venerdì 20 dicembre è prevista a Palermo una manifestazioneprogrammata da cittadini, associazioni e organizzazioni sociali, politiche e sindacali a sostegno del Pm Di Matteo e del pool antimafia.
A tal riguardo, il comitato di presidenza del Csm ha deliberato una delegazione per partecipare alla manifestazione di solidarietà ai pm minacciati. La proposta sarà sottoposta al plenum. In una nota si legge: "Il Comitato di presidenza ha deliberato di proporre al plenum per il prossimo 20 dicembre la visita di una delegazione consiliare guidata dal vicepresidente a Palermo per incontrare i capi degli uffici giudiziari, manifestare la presenza solidale del Csm nei confronti dei magistrati oggetto di intimidazioni e verificare i possibili interventi dell'Organo di governo autonomo a supporto del sereno ed efficiente esercizio della giurisdizione in quel territorio".

venerdì 8 novembre 2013

Addio a Ciro Paglia, l'uomo che sfidò Raffaele Cutolo

Il giornalista Ciro Paglia
È morto oggi Ciro Paglia, saggista e giornalista.
Nel 1980 scrisse una serie di articoli di denuncia contro i soprusi della camorra nei confronti degli abitanti di Napoli. Fu minacciato da Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata (allora rinchiuso nel carcere di Poggioreale), il quale spedì a Paglia una lettera intimidatoria, in cui venivano presi di mira sia il giornalista che la sua famiglia.
Nel 1981 la compagna di Paglia fu uccisa davanti la propria abitazione: il delitto è ancora insoluto.
Negli anni successivi, Paglia si occupò anche di inchieste su Tangentopoli. Dopo anni come redattore capo centrale del Mattino, dal 1995 ha svolto l'attività di freelance e ha prestato servizio come volontario in favore dei malati di cancro e anche presso una comunità di recupero per tossicodipendenti.

domenica 8 settembre 2013

Beni confiscati alla Camorra. Pittella in visita nell'ex regno di Cutolo

Gianni Cittella in visita nel bene confiscato
OTTAVIANO Il vicepresidente del parlamento europeo, Gianni Pittella, in visita al Castello Mediceo di Ottaviano, simbolo nel Napoletano dei beni confiscati alle mafie. Il sopralluogo è avvenuto nella tarda mattinata, quale una delle tappe principali del tour promosso dalla “Fondazione Polis” all’interno degli immobili sottratti alla criminalità organizzata.
Il Castello Mediceo acquistato da Raffaele Cutolo
Durante l’ispezione in quello che era il regno del superboss, Raffaele Cutolo, Pittella ha incontrato il sindaco del comune vesuviano, Luca Capasso, con cui si è intrattenuto a lungo per un colloquio faccia a faccia. Sul piatto della bilancia le iniziative messe in atto nel Palazzo che era della Nco, a partire dagli eventi antimafia organizzati insieme alle associazioni che operano nel delicato settore.«Abbiamo garantito al vicepresidente del Parlamento europeo che faremo di tutto per continuare a valorizzare il Castello Mediceo - spiega il primo cittadino di Ottaviano - In tal senso abbiamo in mente progetto che metteremo nero su bianco già nei prossimi mesi. Il Palazzo - conclude Capasso - è patrimonio dell’intera comunità ottavianese e l’Amministrazione dedicherà al complesso tutte le attenzioni necessarie».






Fonte: Il Fatto Vesuviano

giovedì 22 agosto 2013

Petizione per misure alternative al 41 bis per Raffaele Cutolo. Ecco il testo integrale che tutti i media stravolgono.

Raffaele Cutolo
IL CARCERE SENZA RIABILITAZIONE E POSSIBILITA' DI RIEDUCAZIONE E' SOLO UNA VERGOGNA ED UNA VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL DETENUTO ED E' CONTRO OGNI DIRITTO UMANO QUANDO DI FATTO DIVENTA "INTERNAMENTO" SENZA GARANZIE GIURIDICHE COME IL CASO DI RAFFAELE CUTOLO, EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA NEGLI ANNI 80, OGGI " CONVERTITO" SENZA GIUSTIZIA.
AL MINISTRO DI GIUSTIZIA
SIG.RA ANNAMARIA CANCELLIERI
VIA ARENULA,70-00186-ROMA



OGGETTO : PETIZIONE POPOLARE PER CHIEDERE IL RIACCERTAMENTO DELLA PERICOLOSITA’ SOCIALE (ART. 203 C.P.) ED ASSEGNAZIONE A MISURE ALTERNATIVE AL 41 BIS – L. N° 354/75 , PER IL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO N. AD OTTAVIANO (NA) IL 04.11.1941.


ECCELLENTISSIMO SIGNOR MINISTRO DI GIUSTIZIA,AI SENSI DELL'ART. 27 COST. LE PENE DEVONO TENDERE ALLA RIEDUCAZIONE E RIABILITAZIONE DEL DETENUTO. RITENIAMO IMPORTANTE CHE NELLA NOSTRA SOCIETA’ DEMOCRATICA IL DIRITTO NON SIA SOLO UNA PAROLA MA SI CONIUGHI REALISTICAMENTE CON IL SENSO DI UMANITA’ E DI GIUSTIZIA E NON SIA “GIUSTIZIALISMO IDEOLOGICO”.QUESTA INIZIATIVA IN FAVORE DEL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO IN OGGETTO , VUOLE ESSERE,ALTRESI’, UNA PROPOSIZIONE “CRITICA” RISPETTO A NORMATIVE NATE COME “ECCEZZIONALI”( ART. 41 BIS DELL’O.P.), TALVOLTA ECCESSIVE RISPETTO AD ATTEGGIAMENTI DI RAVVEDIMENTO OPEROSE E CONVERSIONE DEL REO , DIVENTATE , IN DISPREGIO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA E ALLA CARTA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI, “ “IL BRACCIO FORTE “ DI UN CREDO IDEOLOGICO MA CHE IN PRATICA INEFFICACI RISPETTO ALL’ELIMINAZIONE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA . ILL.MO MINISTRO IL 41 BIS O.P. HA AVUTO L’AGGRAVANTE DI UN NUOVO PROTAGONISMO CULTURALE NEL CONTESTO DEI VERTICI DELLA CRIMINALITA’ CRIMINALIZZATA, QUELLO DELLE DONNE. LA GIUSTIZIA E’ VERAMENTE “GIUSTA” SE LA SUA MISURA E’ LA CIVILTA’. LA RIEDUCAZIONE DEL DETENUTO E LA POSSIBLITA’ CHE LO STESSO POSSA RICONCILIARSI DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO HA EFFETTI IMPORTANTI ANCHE SUL PIANO VITTIMOLOGICO , CONTESTO SPESSO DIMENTICATO NELL’APPLICAZIONE DELLA PENA. QUESTO DEVE VALERE, AI SENSI DELL’ART. 3 DELL COSTITUZIONE ITALIANA , PER TUTTI I DETENUTI , QUALUNQUE CRIMINE ABBIANO COMMESSO ED IN QUALSIAI STATO DETENTIVI ESSI SI TROVINO.LO STATO DI PRIVAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE , NELLA CONDIZIONE DI RISTRETTO IN CARCERE PER REATI GRAVI, NON PUO’ COSTITUIRSI COME VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL REO. QUESTO SAREBBE LA NEGAZIONE DI UNA CIVILTA’ GIURIDICA DEMOCRATICA , CHE CI RIPORTEREBBE INDIETRO DI SECOLI. AL REO, FOSSE IL FAMIGERATO RAFFAELE CUTOLO COME QUALSIASI ALTRO “POVERO CRISTO” RISTRETTO, BISOGNA DARE LA POSSIBILITA’ DI POTER DIMOSTRARE, ,NEI FATTI, CHE E’ CAMBIATO E CHE VUOLE METTERSI AL SERVIZIO DEL BENE AVENDO RINNEGATO IL MALE .ILL.MO SIGNOR MINISTRO , RAMMENTIAMO CHE DA CIRCA 50 ANNI, RAFFAELE CUTOLO,EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA,E' IN CARCERE E DAL 1982 SCONTA VARI ERGASTOLI IN REGIME DI CARCERE DURO, PRATICAMENTI SCONTATI IN QUASI TUTTI I CARCERI ITALIANI. DAL 1992,OVVERO DA 21 ANNI ,CON LA RIFORMA CARCERARIA, IL DETENUTO CUTOLO E' RISTRETTO IN REGIME DI 41 BIS,IN BASE AD UNA PRESUNTA “PERICOLOSITA’ SOCIALE” (SI DICE “PRESUNTA” PERCHE’ LA SUA FONDATEZZA HA MOTIVAZIONI PIU’ “IDEOLOGICHE” CHE DI PROVATO ED OGGETTIVO RISCONTRO ATTUALE) ED IN QUESTA CONDIZIONE DETENTIVA ,CON SERI PROBLEMI DI SALUTE,TROVASI ORA NEL CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA DELL'AQUILA. QUI RISULTA NON ESSERE INSERITO IN NESSUN PROGRAMMA RIEDUCATIVO E RIABILITATIVO COSI COME PREVEDE IL DETTATO COSTITUZIONALE ED IN SITUAZIONE CONTRARIA DI FATTO ALLA GIURISPRUDENZA PREVALENTE DELLA CORTE EUROPEA DI GIUSTIZIA .RAFFAELE CUTOLO,CON IL 41 BIS , SI TROVA NEL CARCERE DELL’AQUILA PRATICAMENTE DA “INTERNATO” E NON DA NORMALE “DETENUTO” .DAL 1983, RAFFAELE CUTOLO, HA DICHIARATO DI AVER CHIUSO DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO DI CAMORRISTA. EGLI SI E' "CONVERTITO" SPIRITUALMENTE E VUOLE DIMOSTRARE DI ESSERE OGGI,ANCHE SOCIALMENTE, UNA PERSONA DIVERSA,COME ,IN PIU’ OCCASIONI, HA SOSTENUTO MONS. RAFFAELE NOGARO ,VESCOVO EMERITO DI CASERTA,CHE LO CONOSCE SPIRITUALMENTE DA OLTRE 25 ANNI. ALCUNI ASPETTI DI QUESTA PERSONA , OLTRE UN PASSATO DA EFFERATO CAMORRISTA,STRANAMENTE RISULTANO ESSERE RICCHI , PER QUELL’AMORE CHE TUTTO COMPRENDE ED ISPIRA LA NOSTRA UMANITA’ , DI RISVOLTI INTERIORI POCO CONOSCIUTI AI PIU’,MENO MESSI IN EVIDENZA ,POCO RICERCATI ALL’OSSERVAZIONE ED ANALISI PERSONOLOGICA, I QUALI SE ATTENTAMENTE UTILIZZATI POSSONO ESSERE,PARADOSSALMENTE UTILI, AL MIGLIORAMENTO SOCIALE E DI INSEGNAMENTO PER TANTI DERELITTI ANCORA ILLUSI DAL CRIMINE. RAFFAELE CUTOLO OGGI HA DIRITTO, COME PERSONA, ALLA POSSIBILITA’ DI DIMOSTRARE CHE E’ CAMBIATO E VUOLE RENDERSI UTILE ALLA SOCIETA’ PAGANDO FINO IN FONDO LA SUA PENA E DI DIMOSTRARE ALLA SOCIETA’ CHE E’ UN UOMO NUOVO NON SOLO PERCHE’ HA PAGATO (CIRCA 50 ANNI DI CARCERE ,DI CUI 30 ANNI IN REGIME DI ISOLAMENTO) MA ANCHE PERCHE’ IN LUI VI E’ SICURAMENTE OGGI IL GERME DI CHI HA VERAMENTE COMPRESO CHE IL CRIMINE NON PAGA. RAFFAELE CUTOLO HA DIRITTO A PAGARE LA SUA PENA IN UN ALTRO MODO RISPETTO ALLA CONDIZIONE DI FATTO DA “INTERNATO” CHE VIVE ATTUALMENTE AL CARCERE DELL’AQUILA . LA SOCIETA’ HA IL DOVERE DI RICONSIDERARE ,CON TUTTE LE PRECAUZIONI MA CON ATTENZIONE, LA SITUAZIONE PERSONALE E POSIZIONE DI CUTOLO COME DETENUTO OGGI RISTRETTO AL 41 BIS E MAGARI,SE POSSIBILE, METTERLO NELLA CONDIZIONE DI POTERSI “RICONCILIARE” TOTALMENTE CON IL PASSATO IN PARTICOLARE CON LE VITTIME INNOCENTI DELLA SUA STORIA CRIMINALE ED I LORO FAMILIARI,STORIA CRIMINALE CHE ORAMAI ,GRAZIE A DIO, NON C’E PIU’. PERTANTO SI CHIEDE ALLA S.V. ILLUSTRISSIMA ,QUALE E AUTORITA’ PREPOSTA, DI VOLER ATTIVARE LE PROCEDURE DI RITO AFFINCHE SI RICONSIDERI ,COME SI E’ FATTO RECENTEMENTE PER ALTRI DETENUTI AL 41 BIS, LA SITUAZIONE DI “PERICOLOSITA’ SOCIALE “ DEL DETENUTO CUTOLO RAFFAELE NELLA SUA POSIZIONE DI DETENUTO AL 41 BIS , CON MISURE DETENTIVE ALTERNATIVE A QUESTO REGIME CARCERARIO. I PETENTI RINGRAZIANO PER L’ATTENZIONE PRESTATA ALLA PRESENTE DICHIARANDO ESPRESSAMENTE CHE LE INTENZIONI DELLA STESSA TROVANO RISCONTRO ESCLUSIVAMENTE NELLE MOTIVAZIONI DI GIUSTIZIA ED UMANITA’ A CUI E’ EFFETTIVAMENTE ISPIRATA.


DISTINTI OSSEQUI

I PETENTI 
Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

venerdì 13 luglio 2012

Michele Zaza, il Re del Contrabbando

Il Re del Contrabbando di sigarette
Michele Zaza
Michele Zaza (Napoli, 10 aprile 1945 – Roma, 18 aprile 1994) è considerato uno dei più importanti boss della camorra napoletana dedito al contrabbando e allo spaccio di droga. È parente dei camorristi Ciro, Gennaro e Vincenzo Mazzarella.

Figlio di un pescatore di Procida, Michele Zaza detto 'o pazzo è affiliato a Cosa Nostra ed è socio di Alfredo Bono. Zaza costruisce il suo potere criminale sul contrabbando, attività che nel corso degli anni '70 ed '80 costituisce una delle principali voci dell'economa campana. Nel tentativo di fermare il potere di Raffaele Cutolo, nel 1978 Zaza riunisce diversi boss nella cosiddetta "Onorata Fratellanza" e tenta di stabilire una spartizione del territorio tra cutoliani e anticutoliani. L'arroganza e la ferocia di Cutolo non rendono fattibile tale mediazione tanto che i boss si costituiscono come Nuova Famiglia inaugurando una delle più sanguinarie guerre di camorra del secolo. Lo scontro avviene anche nelle carceri tanto che si decise di dividere i galeotti appartenenti ai gruppi antagonisti. I morti, tra il 1980 e il 1984 sono 1242.

Il suo non era il cliché del mafioso silenzioso, che vive nell'ombra: si fece costruire due ville faraoniche,una a Posillipo e l'altra a Beverly Hills, viaggiando spesso tra la Francia e gli Stati Uniti. Rilasciò anche curiose interviste - l'ultima delle quali nel 1991 a un giornalista dell'agenzia di ANSA in Costa Azzurra. In essa proferì parole di stima per il giudice Giovanni Falcone È un grand'uomo e di ironia per i politici Se nasco un'altra volta mi butto in politica; Facevo il commerciante, perché i carichi di sigarette li pagavo e facevo vivere tante di quelle persone che a Napoli mi vogliono bene.

Arrestato una prima volta a Roma con indosso un giubbotto antiproiettile e un miliardo di lire, tra banconote e assegni, arrotolati nelle tasche, a Capodanno del 1984 evade dalla clinica "Mater Dei" di Roma per rifugiarsi in Francia. Catturato prima di imbarcarsi con la famiglia su un aereo per la California, torna in libertà per gravi problemi di salute.

Il 15 aprile 1989 viene arrestato in Francia a Villeneuve-Loubet il 12 maggio del 1993[1] con l'accusa di associazionemafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e duplice omicidio. Quest'ultimo reato si riferisce all'uccisione di due contrabbandieri siciliani, Alfredo Taborre e Giuseppe Barbera, assassinati nel giugno del1977. Zaza amava abitare in Francia dove aveva sposato una donna francese e aveva concepito 2 figli.

È morto a 49 anni al policlinico Umberto I di Roma il 18 luglio del 1994.