Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

domenica 19 marzo 2017

"Il Camorrista" in DVD con uno speciale Backstage inedito prodotto durante le riprese a Napoli.



Se da più di quarant’anni Argento vuole metterci brividi al sarcasmo, Giuseppe Tornatore iniziò a scuotere le coscienze del suo pubblico con la storia verosimile de Il camorrista, ispirata a un vero boss di mafia. Aveva le atmosfete musicali antiche e drammatiche del primo Nicola Piovani, anche lui agli esordi sul grande schermo. Confessava Tornatore a La Repubblica nel ’94, anno in cui fu passato in tv per la prima volta questo ritratto/denuncia sugli intrecci tra camorra e politica: “È un film dimenticato, al quale sono molto affezionato: intanto perché è il mio primo film e poi perché dopo averlo rivisto, recentemente, mi sono reso conto di quanta forza provocatoria e di dibattito avesse al di là di certe ingenuità e inesperienze”. Il volto di Ben Gazzara scolpisce la strafottenza di un uomo in ascesa attraverso la criminalità organizzata. Dal carcere di Poggio Reale fino alla mafia newyorkese, spargimenti di sangue e scontri verbali con i giudici, molte scene erano prese anche dalla cronaca giudiziaria.

È raro ed estremamente prezioso trovare nel dvd il backstage originale di un film girato nell’86. In forma di doc, La febbre del Camorrista di Mario Canale mostra quei set nella pancia trafficata degli anni ottanta. Le riflessioni attoriali di Gazzara e Laura Del Sol sui loro character, ma soprattutto tanto giovane Tornatore. Tra fischi di vigili urbani, troupe in perenne movimento e carretti siciliani il regista ci parla delle origini del film, dell’acquisto dei diritti dal romanzo omonimo firmato Giuseppe Marrazzo – in quegli anni giornalista del TG2, e padre anche di Piero Marrazzo – ma soprattutto della sua idea d’innesto cinematografico tra cronaca e finzione. Una verosimiglianza scottante che anticipava Gomorra, ispirando lo stesso Roberto Saviano per il suo lavoro. Oltre a una storia fumosa di censure e ritiri dal mercato, il film ebbe ben tre querele: una da Raffaele Cutolo, una da Ciro Cirillo, ex-assessore della Campania rapito dalle Brigate rosse nell’81 e rilasciato dietro riscatto, più quella da Enzo Tortora. Non pareggiarono il conto un Nastro d’Argento e un David di Donatello, ma il ritorno in home video a trent’anni dall’uscita era un riconoscimento doveroso.
fonte: Il Fatto Quotidiano

venerdì 17 marzo 2017

Gomorra anche per Raffaele Cutolo. Il professore fa comodo a tutti, intanto marcisce in galera.

Raffaele Cutolo e gli attori di Gomorra
INTERNAPOLI. Da città simbolo del potere della camorra negli anni ‘80 a set di una fiction sulla malavita. Dai boss in carne e ossa a quelli costruiti attorno a un copione. Dalla realtà alla fantasia.
Gomorra 3, la serie ispirata ai racconti dello scrittore Roberto Saviano - come riportato da Metropolis - sbarca a Ottaviano. La troupe della fiction che tante polemiche ha alimentato nel corso di questi anni, ha scelto come set una chiesa sconsacrata. Una parrocchia piazzata a due passi dal castello Mediceo, l’ex reggia del boss Raffaele Cutolo, il padrino pluriergastolano che negli anni ‘70 fondò la Nuova Camorra Organizzata.
All’interno della parrocchia è stata allestita - già nel pomeriggio di ieri - una serra di marijuana che fungerà da sfondo per le scene che verranno girate sotto la direzione del regista Stefano Sollima.
21/02/2017

tratto da: http://www.internapoli.it/58524/il-capo-della-camorra-raffaele-cutolo-entra-in-gomorra-telecamere-nellex-reggia-del-professore

giovedì 9 marzo 2017

Storia della Mafia a Brescia: Cutolo ospite sul Garda a Pizza connection

Nel ‘77 Cutolo trovò rifugio sul Garda e la N’drangheta faceva cresime sul Sebino.Pedana fu trovato incaprettato a Lonato, il cadavere di Antonio Messina sul lago d’Iseo

di Marco Toresini
(Corriere della Sera)

Raffaele Cutolo
shadow
Il collaboratore di giustizia , prima di fare il narcotrafficante al soldo delle famiglie Caruana - Cuntrera in Sud America, aveva preso casa a Soiano in un’anonima villetta, come anonimo era il suo lavoro di rappresentante di biancheria, una bella copertura per uno come lui, uomo di camorra. Uomo fidato di Raffaele Cutolo, leader della nuova camorra organizzata, che in quella villetta dell’entroterra gardesano trovò rifugio (così raccontò il pentito) negli anni ‘77 - ‘78 dopo la fuga da Poggioreale. Anni lontani che testimoniano però come Brescia ha a lungo rappresentato un luogo sicuro per fare affari, per nascondersi nei tempi di burrasca, per trovare le coperture giuste. Le cronache giudiziarie raccontano come Brescia e il suo territorio non sia mai stato una zona franca per la criminalità organizzata.
Il buen ritiro bresciano e i regolamenti di conti
Al contrario ci hanno riferito come la ‘Ndrangheta avesse messo piedi piuttosto stabili in Valtrompia e a Lumezzane (con le feste per cresime e battesimi nei ristoranti del Sebino trasformati in veri e propri summit tra boss mafiosi) o come, in una lussuosa villa di Concesio, un imprenditore finì tra i personaggi di spicco dell’inchiesta «Pizza Connection», la prima grande inchiesta su «Cosa Nostra» tra l’Italia e New York. Brescia negli anni è diventato il rifugio per chi doveva cambiare aria, anche solo per sfuggire alle guerre tra cosche di una Milano tentacolare, o per chi in terra bresciana doveva regolare certi conti. Allora il lago di Iseo diventava un’ottima tomba dove inabissare personaggi diventati troppo scomodi o il luogo di gialli intricati. Come quello legato al corpo di Antonio Messina, fuggito dalla Sicilia, trovato nel settembre del ‘91 da un cercatore di funghi nei boschi di Sale Marasino. Lo stato di decomposizione del cadavere era talmente avanzato che all’indomani del ritrovamento si presentò ai carabinieri per riconoscerlo un amico con casa nell’hinterland di Milano. Cosa fosse accaduto a Messina lui non lo disse e si portò il segreto nella tomba visto che fu il secondo morto di una serie di feroci esecuzioni che misero a ferro e fuoco la periferia meneghina.

Far West nella Bassa Bresciana
E che dire dell’esecuzione di Adolfo Pedana di Villa Literno, trovato incaprettato, nel novembre del ‘95, nella sua auto abbandonata nelle campagne di Lonato e data alle fiamme da persone rimaste senza identità? Negli anni, però, Brescia diventò non solo terra di scorribande, ma anche frontiera di conquista per gli interessi economici di chi aveva soldi sporchi da riciclare. Così in una serata da Far West nella Bassa bresciana (era il settembre del ‘98) si scoprì che l’uomo freddato nel parcheggio di un centro commerciale a Roncadelle e quello bruciato nell’auto nelle campagne di Brandico erano un ex manager della municipalizzata di Taranto e un avvocato pugliese interessati all’acquisto di alcuni hotel sul lago di Garda e uccisi da un boss di Marcianise in soggiorno obbligato nel Bresciano. Regolamenti di conti tra gruppi di fuoco anche se, è noto, gli affari veri si fanno in silenzio e le aziende si conquistano senza clamori. Tra un sub appalto e un’operazione finanziaria. Tra connivenze e coperture. Perché si sa: il denaro non ha odore.

mtoresini@rcs.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

sabato 28 marzo 2015

Lo Stato e la camorra, Cutolo e Mancino: Amato racconta l’altra trattativa

Il giornalista: il tentativo fallì per il no della magistratura. Aufiero: non conosco il contenuto dei colloqui di Cutolo con i pm salernitani

Lo Stato e la camorra, Cutolo e Mancino: Amato racconta l’altra trattativa
C'è un'altra trattativa parallela a quella tra Stato e Mafia, che si svolge contestualmente in Campania e che a differenza di quella palermitana, gode della luce del sole. E' latrattativa Stato Camorra raccontata dal giornalista e scrittore Massimiliano Amato in"L'altra trattativa. La vera storia del fallito accordo Stato - camorra", libro presentato questo pomeriggio al circolo della stampa. A discuterne con l'autore Marco Cillo di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, l'avvocato Gaetano Aufiero Presidente della Camera Penale di Avellino e Gianni Colucci giornalista de Il Mattino.
«Nel 1994 - racconta Amato - mentre monta l'onda dei pentiti, un gruppo di boss della camorra si inventa un'altra strada per prendere le distanze dall'organizzazione criminale: la dissociazione che, a differenza del pentimento, è la presa di distanza completa dalla vecchia vita senza chiamate di correità. Della vicenda si fanno carico due sacerdoti: l'ex cappellano del carcere di Poggioreale e un alto prelato molto noto all'epoca per le sue battaglie contro la criminalità organizzata, il vescovo di Acerra don Antonio Riboldi. Dietro questa operazione c'è la consulenza giuridica dell'avvocato Saverio Senese, difensore di Angelo Moccia il numero tre della Nuova Famiglia, il camorrista che di fatto cerca di portare a compimento questa operazione che si infrange contro il no della magistratura».
Figura chiave del fallimento di questa trattativa è l'allora Ministro dell'Interno Nicola Mancino, il cui volto si affaccia dalla copertina del libro. «Mancino – racconta Amato - prima decide di fare un'esplorazione della situazione, infatti manda in Campania il capo della polizia Vincenzo Prrisi, poi si accorge che la strada della dissociazione è impraticabile. Mancino diede parere negativo dopo essersi accertato che la richiesta di don Riboldi e di quanti si erano proposti per la trattativa, non era attuabile. Si mostra un po' più disponibile invece l'allora ministro della giustizia Giovanni Conso ma in quel momento, con i partiti e le istituzioni travolti dalle inchieste di Mani Pulite, l'unico corpo dello Stato che ha ancora una qualche legittimità è la magistratura e di fronte al secco no di quest'ultima la trattativa si arena».
Raffaele Cutolo in tribunale
Tutto parte con una notizia bomba data in tv da don Riboldi il 16 febbraio del '94 secondo cui 5mila mafiosi erano pronti a pentirsi. «Una delle caratteristiche di questa trattativa è che si svolge alla luce del sole, gode della ribalta mediatica mentre quella tra Stato e cosa nostra, che ha dato vita al processo in corso a Palermo, si sviluppa in silenzio. Di fronte al no della Procura distrettuale antimafia di Napoli, questi 5mila mafiosi si ridurranno ad uno solo. L'unico dissociato resta infatti Angelo Moccia che proprio in questi giorni ha finito di scontare il suo debito con la giustizia. In questo clima si inserisce anche una vicenda molto strana, un tentativo di pentimento di Raffaele Cutolo che in quel momento ha perso la sua guerra, la Nuova camorra organizzata è stata sconfitta dalla Nuova Famiglia. Cutolo fa trapelare la volontà di raccontare la sua verità ed inizia a riempire verbali di interrogatori. Una notte quando stanno per trasferirlo in una località protetta per porre in essere il suo passaggio tra i collaboratori di giustizia, si ferma. Ed è una strategia che negli anni successivi adotterà spesso».
Amato traccia le differenze tra quella trattativa e la più nota Stato-Mafia: «La trattativa di Palermo – dice - metteva in discussione equilibri importanti, veniva subito dopo la strage di Capaci, immediatamente prima della strage di via D'Amelio e resta l'ipotesi investigativa secondo la quale Borsellino sia stato ucciso proprio perché aveva capito.Quella campana invece era una trattativa molto più innocua, perché la camorra in quel momento era in una condizione di generale smobilitazione, i grandi capi come Pasquale Galasso e Carmine Alfieri si erano pentiti. Ma soprattutto perché la camorra si era trasformata, era diventata affare. Oggi infatti non ha più bisogno di trattare perché camorra, economia e politica in certe circostanze si sono fuse. La Campania è la regione dove il tessuto democratico è maggiormente a rischio e quindi mi auguro che per le prossime candidature alle regionali tutti i partiti, di centro sinistra e centro destra, applichino il codice etico, mettano in campo liste pulite perché la regione in questo momento, grazie ai fondi europei, è il più grande centro di spesa».
Un libro interessante per l'avvocato Aufiero, che è tra i difensori di Raffaele Cutolo. E proprio sull'ultimo capitolo dedicato al suo assistito avanza qualche perplessità: «credo che tra questa proposta di trattativa e la vicenda Cutolo ci sia solo una coincidenza temporale ma non sono collegate. Non ero presente ai suoi incontri con i magistrati salernitani quindi non ne conosco i contenuti, così come non conosco i motivi che abbiano portato Cutolo, eventualmente, a tornare sui suoi passi. So per certo che dopo alcune settimane di questi incontri, avvenuti in modo interlocutorio senza la presenza di un avvocato, furono interrotti nonostante fosse già stato predisposto il programma di protezione».
di Rossella Fierro
fonte: IlCiriaco.it

martedì 3 febbraio 2015

Franco Roberti (Dna): quella tra Cutolo e lo Stato è unica trattativa finora accertata

«Separazione tra carriere di polizia giudiziaria e servizi segreti per non minare credibilità delle indagini»




Ai media è sfuggito che il 4 novembre 2014 il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il sostituto procuratore Roberto Pennisi si sono recati in audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.
Nel post di mercoledì 21 gennaio ho dato spazio alle convinzioni di Pennisi sul vero, presunto o falso affondamento delle navi dei veleni a largo delle coste calabresi da parte della ‘ndrangheta. Il 22 gennaio ho trattato della drammatica ricostruzione della criminalità di natura ambientale e del ruolo di Cosa nostra e ‘ndrangheta che si inseriscono nel ciclo legale del trattamento dei rifiuti. Accade ovunque, anche in Piemonte e Lombardia, dove la ‘ndrangheta regna. Il 23 gennaio ho proseguito sulla falsariga con specifico riferimento alla provincia di Brescia perché, proprio ad essa, Pennisi riserva non poche riflessioni e non poche stoccate (si vedano link a fondo pagina).

Oggi si cambia registro e si passa a vedere quanto ha riferito Roberti su una domanda specifica che gli è stata posta dal presidente della Commissione, Alessandro Bratti (Pd) sui rapporti tra malavita organizzata e servizi segreti.

LA DOMANDA DI BRATTI

La domanda del presidente è molto articolata e vale la pena trascriverla: «Vorremmo capire quali sono le attività che state svolgendo e quali sono le vostre conoscenze rispetto al tema di questa collusione che c’è stata, secondo quello che riportano i giornali, tra organi di Stato, in particolar modo i servizi, e malavita organizzata, soprattutto in alcune situazioni che hanno visto questo Paese, o alcune sue regioni, in grande emergenza. Oggi ci sono anche importanti processi in corso.

Noi vorremmo capire se questi collegamenti hanno un loro fondamento o se, invece, sono frutto di una letteratura un po’ fantasiosa. Dalle segnalazioni che noi abbiamo non ci sembrano frutto di fantasie, ma, purtroppo, di situazioni assolutamente reali, che fanno parte magari della storia, ma su cui sarebbe proprio compito di una Commissione d’indagine, a questo punto, far luce. Vorremmo capire quali sono le attività che state svolgendo e quali sono le vostre conoscenze rispetto al tema di questa collusione che c’è stata, secondo quello che riportano i giornali, tra organi di Stato, in particolar modo i servizi, e malavita organizzata, soprattutto in alcune situazioni che hanno visto questo Paese, o alcune sue regioni, in grande emergenza.
Oggi ci sono anche importanti processi in corso. Noi vorremmo capire se questi collegamenti hanno un loro fondamento o se, invece, sono frutto di una letteratura un po’ fantasiosa. Dalle segnalazioni che noi abbiamo non ci sembrano frutto di fantasie, ma, purtroppo, di situazioni assolutamente reali, che fanno parte magari della storia, ma su cui sarebbe proprio compito di una Commissione d’indagine, a questo punto, far luce».

LA RISPOSTA DI ROBERTI

Roberti, al quale non si può non riconoscere uno stile franco, risponde senza reticenze e, anzi, ponendo a sua volta nuovi interrogativi fonti di riflessione. Prima, però, una sua premessa obbligata: «Vorrei capire bene che cosa si intende per collusioni, perché che i servizi abbiano rapporti con la malavita organizzata è normale, fa parte del loro lavoro. Il problema è che non venga violata la legge, se non nei limiti in cui la stessa legge istitutiva relativa ai servizi lo prevede».
IL VERO RISCHIO

Fatta la premessa, Roberti fa presente che il pericolo è un altro. «Il pericolo vero è un altro – dirà senza mezzi termini ai commissari presenti – e nasce dalla possibilità di soggetti appartenenti agli organismi di polizia giudiziaria di transitare senza soluzione di continuità negli organismi investigativi di informazione e sicurezza, cioè nei servizi segreti, con tutto il bagaglio di conoscenze investigative e giudiziarie che hanno acquisito nel corso del loro servizio di polizia giudiziaria.
Trasferire nei servizi queste conoscenze, che molto spesso attengono, e lo abbiamo verificato, con dati di indagine ancora coperti dal segreto, impiegare queste conoscenze segrete nel rapporto con la malavita, come spesso abbiamo verificato, è reato. Questo è inammissibile e mina molto spesso, ancora adesso, la credibilità e anche la tenuta delle indagini giudiziarie. Questo, secondo me, è il vero problema. Poi è chiaro che bisogna vedere caso per caso che tipo di collusioni e che tipo di reati si svolgono, certamente».
Poi, prima di tornare all’argomento, una piccola divagazione che poi tanto divagazione non è: «io mi sono occupato dell’unica vera trattativa consacrata in sentenze, ossia la trattativa per il rilascio dell’assessore Ciro Cirillo, sequestrato nel 1981 dalle Brigate rosse. La trattativa che si instaurò tra lo Stato, attraverso i servizi segreti e anche alcuni esponenti politici, e le Brigate rosse, con la mediazione di Raffaele Cutolo, è stata confermata da una sentenza definitiva dalla Corte d’appello di Napoli. Finora è l’unica trattativa vera Stato, mafia e brigatisti di cui si abbia conoscenza. Poi vedremo l’esito di altri processi, nonché delle altre e più attuali trattative».

IL DITO NELLA PIAGA

Sollecitato dal commissario Enrico Buemi che vuole conoscere l’idea del capo della procura nazionale antimafia sul modo in cui impedire il rapporto in continuazione tra polizia giudiziaria che si trasferisce ai servizi, Roberti risponde così: «Secondo me, dovrebbero essere due settori completamente diversi e impermeabili, o quantomeno bisognerebbe… ». E qui Boemi prova a concludere la frase con interrogativo incluso: «…pensare anche alla separazione delle carriere?». E Roberti non si lascia pregare: «Sì, alla separazione delle carriere o quantomeno a un periodo di purificazione, di “purgatorio”, per chi sta in polizia giudiziaria, in modo che non venga impiegato, per un dato periodo, prima di passare nei servizi, in attività investigative dirette».

Beh, non c’è che concordare con Roberti. Di più non si può aggiungere perché la parola passa al legislatore che, statene sicuri, farà orecchi da mercante…

mercoledì 24 luglio 2013

In rete una serie di articoli parlano di una raccolta firme contro il 41 bis per Cutolo, si tratta di una bufala?




Di seguito l'articolo riportato dalla testata giornalistica on line IlgiornaleLocale













Raffaele Cutolo
SAVIANO - “Raffaele Cutolo ha diritto a pagare la sua pena in un altro modo rispetto alla condizione di fatto da “internato” che vive attualmente al carcere dell’Aquila”. Così recita una parte della petizione rivolta al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri dal Centro Don Peppe Diana di Saviano. Una raccolta firme on line con cui si chiede al Guardasigilli di considerare la possibilità che ‘o professore, attualmente in regime di 41 bis, possa essere posto “nella condizione di potersi “riconciliare” totalmente con il passato in particolare con le vittime innocenti della sua storia criminale ed i loro familiari”.

Non è giusto, dicono i volontari del Centro Don Diana, che il padre fondatore della Nuova camorra organizzata, acerrimo nemico di Carmine Alfieri con cui ingaggiò una sanguinosa lotta per il controllo del territorio negli anni Ottanta, stia ancora scontando la sua pena al carcere duro, dopo avere trascorso “50 anni in carcere, dei quali 30 in isolamento”. Ha scontato la sua pe,a scrivono, ed ora deve potersi riconciliare con una storia criminale che è ormai negli annali.

“Il carcere senza riabilitazione e possibilità di rieducazione- scrivono- e’ solo una vergogna ed una vendetta sociale nei confronti del detenuto ed e’ contro ogni diritto umano quando di fatto diventa “internamento” senza garanzie giuridiche come il caso di Raffaele Cutolo, ex capo della nuova camorra organizzata negli anni 80, oggi ” convertito” senza giustizia”. Per questo chiedono con la petizione il “riaccertamento della pericolosita’ sociale e l’assegnazione a misure alternative al 41 bis” per l’ex ras della N.c.o.

La condizione di Cutolo, aggiungono gli estensori della petizione, è precaria dal punto di vista della salute; inoltre non è “inserito in nessun programma rieducativo e riabilitativo cosi come prevede il dettato costituzionale ed in situazione contraria di fatto alla giurisprudenza prevalente della corte europea di giustizia”. Vive da internato, nonostante si sia convertito sia alla Chiesa che alla “giustizia”. “Raffaele Cutolo oggi ha diritto- si legge nella petizione- come persona, alla possibilita’ di dimostrare che e’ cambiato e vuole rendersi utile alla societa’ pagando fino in fondo la sua pena e di dimostrare alla società democratica che e’ un uomo nuovo non solo perché ha pagato (circa 50 anni di carcere ,di cui 30 anni in regime di isolamento) ma anche perchè in lui vi e’ sicuramente oggi il germe di chi ha veramente compreso che il crimine non paga”.

Un altro giornale, Il Mediano.it, invece titola:

La denuncia. Fa più paura la camorra visibile o quella invisibile vestita da legalità?

22/07/2013
L
L'arresto di Cutolo
Nella città di Saviano, propongono una petizione per consentire a Cutolo la possibilità di interrompere il carcere duro. Analisi e domande sui giudizi populistici e sul rischio di dimenticare i reati.

Secondo la petizione con la raccolta di firme rivolta al ministro di Giustizia Annamaria Cancellieri, organizzata dal Centro Don Peppe Diana di Saviano, il boss Raffaele Cutolo, ha diritto a pagare la sua pena in un altro modo, non è giusto che stia ancora scontando la sua pena al carcere duro dopo aver trascorso cinquanta anni in carcere, dei quali trenta di isolamento.

La notizia ha scatenato reazioni differenti, c’è chi ritiene ignobile la proposta, c’è chi invece prende in considerazione l’idea con tolleranza. Va giustamente lasciato spazio alle libere interpretazioni di tutti i cittadini, conseguentemente poi, toccherà agli organi competenti valutare l’idea e affrontare l’eventuale procedura. La camorra è una cosa strana, spesso è un demone che si traveste da angelo. Una seria indagine ora andrebbe fatta non su Cutolo e sulle varianti che dovrebbero condurlo alla libertà, ma piuttosto, bisognerebbe capire bene chi sta dietro questa petizione. Qui c’è una domanda importante da fare, ma prima di farla è necessaria una premessa chiarificatrice. E’ troppo facile per i giornalisti, per i sociologi, per i “cavalieri” della legalità, ergersi a detentori della verità assoluta su ciò che è giusto in contrapposizione a ciò che è sbagliato.

Un mare di luoghi comuni populistici utili a distogliere l’attenzione dall’osservazione scientifica dei fenomeni. Ad esempio, Cutolo il cattivo lo conosciamo e tutti siamo pronti a crocefiggerlo, ma lo Stato che in quegli anni lo ha usato per miliardi d’interessi che aveva la politica del tempo? Di questo si parla poco. In molti di quelli che parlano e scrivono contro la camorra, c’è un’enorme dose di retorica, un giudizio forzato che all’istante ostracizza tutti coloro che non fanno parte della sacra cerchia della legalità. Ognuno dice la sua ed è tutto molto semplice, soprattutto se si tratta di crimine organizzato: si scrive contro la camorra, si giudica il boss e il gioco è fatto, l’intellettuale diventa eroe nel suo ruolo salvifico di difensore della giustizia e della moralità. Non sia anche quest’articolo un’ennesima tavola noiosa dei comandamenti.

Questa riflessione intende soltanto far suonare un campanello d’allarme, senza fanatismi e masturbazioni intellettuali attraverso narcisistiche condanne gridate a schiena dritta e petto in fuori, con tanto di indice accusatore. In questo caso c’è esclusivamente una volontà a definire un ragionamento comune, il ragionamento di tutte le persone dotate di un minimo di senso critico. Sulla base di ciò è forse il caso di pensare non tanto alla camorra e al suo comandante Cutolo, ma piuttosto a quei meccanismi che stanno alle spalle delle scelte elaborate dal crimine organizzato. Questa denuncia è un invito all’attenzione. Pur definendo che non esiste, nemmeno minimamente, il tentativo di voler calunniare il Centro Don Peppe Diana, che di sicuro è in buona fede e che agisce esclusivamente affinché sia garantita l’equità, bisognerebbe porsi alcune domande: qual è stata la scintilla che ha pilotato subdolamente l’origine di questa petizione?

Chi sta dietro questa scelta di carità cristiana che vede una petizione per salvare Cutolo? Chi sono i veri marionettisti di quest’atto di benevolenza e pietà? Il discorso è molto più ampio, qui c’è il rischio che non si tratti semplicemente della buona volontà di reinserire un imputato nella società. Qui c’è il rischio di sminuire il sangue delle vittime. Chi sta dietro di coloro che chiedono questa petizione? Siamo davvero sicuri che tutto ciò non sia pilotato da altre fonti vicine al vecchio leader della camorra? Forse la gente ha dimenticato chi è stato il fondatore della nuova camorra organizzata. Forse abbiamo dimenticato quanto è stato grande il suo potere e quali sono state le conseguenze politiche, economiche e sociali apportate da quest’uomo e dal suo “staff” negli anni gloriosi di quel sistema che ha condizionato direttamente o indirettamente la vita pubblica e privata di tantissime persone civili.

Non tutti ricordano la catena di morti generata dal potere di Raffaele Cutolo, un carisma talmente ampio da condizionare le scelte dello Stato. Ci sono stati momenti in cui era lo Stato che sottostava alle scelte di Cutolo, altri momenti invece, in cui “o’professore” non è servito più e quindi è stato fatto fuori, con tanto di arresto a vita con carcere duro. Esistono veri dubbi sulla cattiva condizione in cui vive il carcere il vecchio boss. Un uomo potente che non dice ancora tutta la verità o molto più probabilmente un uomo a cui non è consentito di pentirsi del tutto. Se parlasse Raffaele Cutolo, se dicesse realmente tutte le verità storiche, è possibile che molti esponenti del potere politico statale cadano dal loro pulpito di legali amministratori. E’ nel nostro istinto vedere ciò che vogliamo vedere.

La certezza della pena affinché non esistano precedenti emulatori, deve essere garantita con fermezza. Cutolo deve pagare totalmente e deve, indubbiamente, essere parte di un programma di riabilitazione sociale e rieducazione, così come dovrebbero pagare completamente tutti coloro che terrorizzano la vita e l’armonia collettiva. Tutti, camorristi, politi, governatori, ministri di Dio, eccetera. Bisogna fare molta attenzione dunque, sul rischio di collusione in questa scelta, andrebbero analizzate affondo le questioni: chi sta dietro questa valutazione? Quali sono i legami veri che intercorrono tra chi sta dietro la scelta di coloro che hanno proposto la petizione e i cutoliani?

Ecco, è questa la vera indagine che oggi andrebbe fatta. Appare davvero poco credibile che la decisione di questa petizione nasca in modo benevolo. Prima di garantire il riposo per Cutolo, bisogna pretendere che dalla sua bocca esca tutta la verità. Interamente. Dietro la faccia angelica di questa petizione forse esistono altre decisioni. Decisioni più grandi, studiate probabilmente a tavolino. Sarebbe dunque la prima volta che la camorra utilizza la legalità e la moralità esclusivamente per fini egoistici e criminali? Esagerazione? Allarmismo? Certo, esattamente come il fatto che nessuno sapeva dove si nascondeva Provenzano, così come sono tutte bugie quando si parla di legame tra Stato e mafia, così com’è un’esagerazione pensare che Falcone e Borsellino avessero intuito i legami tra politica e mafia.

Così come dovremmo credere che nessun amministratore politico era a conoscenza che dagli anni novanta si sotterravano rifiuti tossici nei sette ettari di terra a Caivano. Di quei veleni scoperti in quelle terre pochi giorni fa, sono tutti rimasti scandalizzati. Tutti politici in odore di santità che non erano a conoscenza di niente, e non dimentichiamoci inoltre che il ciuccio vola e che i regali a dicembre li porta Babbo Natale, senza sottovalutare inoltre che i bambini appena nati li porta la cicogna e che il topolino porta i soldini sotto il cuscino dei bimbi quando cadono i dentini di latte.

(Fonte foto: Rete Internet)






venerdì 13 luglio 2012

Michele Zaza, il Re del Contrabbando

Il Re del Contrabbando di sigarette
Michele Zaza
Michele Zaza (Napoli, 10 aprile 1945 – Roma, 18 aprile 1994) è considerato uno dei più importanti boss della camorra napoletana dedito al contrabbando e allo spaccio di droga. È parente dei camorristi Ciro, Gennaro e Vincenzo Mazzarella.

Figlio di un pescatore di Procida, Michele Zaza detto 'o pazzo è affiliato a Cosa Nostra ed è socio di Alfredo Bono. Zaza costruisce il suo potere criminale sul contrabbando, attività che nel corso degli anni '70 ed '80 costituisce una delle principali voci dell'economa campana. Nel tentativo di fermare il potere di Raffaele Cutolo, nel 1978 Zaza riunisce diversi boss nella cosiddetta "Onorata Fratellanza" e tenta di stabilire una spartizione del territorio tra cutoliani e anticutoliani. L'arroganza e la ferocia di Cutolo non rendono fattibile tale mediazione tanto che i boss si costituiscono come Nuova Famiglia inaugurando una delle più sanguinarie guerre di camorra del secolo. Lo scontro avviene anche nelle carceri tanto che si decise di dividere i galeotti appartenenti ai gruppi antagonisti. I morti, tra il 1980 e il 1984 sono 1242.

Il suo non era il cliché del mafioso silenzioso, che vive nell'ombra: si fece costruire due ville faraoniche,una a Posillipo e l'altra a Beverly Hills, viaggiando spesso tra la Francia e gli Stati Uniti. Rilasciò anche curiose interviste - l'ultima delle quali nel 1991 a un giornalista dell'agenzia di ANSA in Costa Azzurra. In essa proferì parole di stima per il giudice Giovanni Falcone È un grand'uomo e di ironia per i politici Se nasco un'altra volta mi butto in politica; Facevo il commerciante, perché i carichi di sigarette li pagavo e facevo vivere tante di quelle persone che a Napoli mi vogliono bene.

Arrestato una prima volta a Roma con indosso un giubbotto antiproiettile e un miliardo di lire, tra banconote e assegni, arrotolati nelle tasche, a Capodanno del 1984 evade dalla clinica "Mater Dei" di Roma per rifugiarsi in Francia. Catturato prima di imbarcarsi con la famiglia su un aereo per la California, torna in libertà per gravi problemi di salute.

Il 15 aprile 1989 viene arrestato in Francia a Villeneuve-Loubet il 12 maggio del 1993[1] con l'accusa di associazionemafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e duplice omicidio. Quest'ultimo reato si riferisce all'uccisione di due contrabbandieri siciliani, Alfredo Taborre e Giuseppe Barbera, assassinati nel giugno del1977. Zaza amava abitare in Francia dove aveva sposato una donna francese e aveva concepito 2 figli.

È morto a 49 anni al policlinico Umberto I di Roma il 18 luglio del 1994.

martedì 26 giugno 2012

Don Raffaé, la canzone che De André scrisse ispirandosi a Cutolo

"don Raffaè, Voi politicamente,
io ve lo giuro, sarebbe 'nu santo...
ma 'ca dinto voi state a pagà
e fora chist'ate se stanno a spassà"


E' senza ombra di dubbio da inserire tra le dieci canzoni italiane più belle mai scritte nel ventesimo secolo. Musica e parole degne veramente di un grande artista quale è stato Fabrizio De Andrè. Sul significato che esprime si potrebbero scrivere libri, e in effetti lo si sta facendo da qualche tempo a questa parte, da quando scrittori del calibro di Pino Aprile hanno ridato linfa alla vecchia "Questione Meridionale". Linfa che sta iniziando a scuotere le coscienze del popolo napoletano, ma non dei suoi politici: peggio per loro!

Sulla canzone vi sarebbero anche alcuni aneddoti che varrebbe la pena di citare. Primo fra tutti il carteggio tra Cutolo e il famoso cantautore genovese.


COME NELLA CANZONE " DON RAFFAE' "
De Andre' : io fui facile profeta, me lo confermo' Cutolo


Fabrizio de Andrè
Fabrizio De Andre' sta per salire sul palco per la prova generale del suo nuovo concerto. Per la seconda volta in pochi mesi un fatto di cronaca ricorda una sua canzone. Prima la professionista dell'amore cacciata dalle donne di un paese (come in "Bocca di Rosa"), ora la connivenza mafiosa del vicecapo degli agenti di custodia di un famoso carcere, proprio come viene narrato nella canzone "Don Raffae". "Be', sono un profeta, come Geremia, come Isaia - scherza De Andre' -. Non ci voleva molto per immaginare che un capo della camorra avesse al suo soldo qualcuno del carcere. Con gli stipendi che passa lo Stato ai secondini e la forte personalita' di certi capi camorristici e mafiosi non c'e' da stupirsi se si creano connivenze e legami profondi. La canzone "Don Raffae'" alludeva a Raffaele Cutolo, ma ovviamente ne' io ne' Massimo Bubola, coautore del brano, disponevamo di notizie di prima mano sulla sua detenzione. Immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto una lettera di Cutolo che mi faceva i complimenti per la canzone e aggiungeva: "Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalita' e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato". Non si era offeso e gli era piaciuto il verso "Don Raffae' voi politicamente, io ve lo ggiuro sarebbe nnu santo" ed anche quello in cui il secondino gli chiede il favore di trovare un posto di lavoro a un suo parente. Alla lettera Cutolo aveva allegato un libro di sue poesie. Almeno un paio davvero pregevoli. Gli ho riposto per ringraziarlo. Recentemente - conclude De Andre' - mi ha scritto ancora. Pero' stavolta non gli ho risposto. Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo. Per finire in manette basta assai meno".

Articolo del "Corriere della Sera" del 12 Febbraio 1997



Versione Registrata con immagini del Film "Il Camorrista"

Versione Live



Don Raffaè è una canzone scritta da Mauro Pagani per la musica e da Massimo Bubola e Fabrizio De André per il testo.

La canzone, tratta dall'album Le nuvole del 1990, è particolare in quanto cantata in napoletano. La canzone è stata anche incisa cantata in duetto con Roberto Murolo, che l'ha inserita nel suo album di duetti Ottantavogliadicantare (1992); tale versione è stata inserita anche nella raccolta del 2008 Effedia - Sulla mia cattiva strada. La canzone è stata altresì inserita nell'antologia postuma Da Genova, uscita alla fine del 1999.
Storia

Don Raffaè nasce dalla collaborazione di Fabrizio De André con Massimo Bubola per la stesura del testo, e con Mauro Pagani per la scrittura della musica. L'uso del dialetto non è comunque inusuale per lo stile dell'artista, in quanto appartenente al periodo della svolta world del cantautore.

La canzone è una denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni ottanta, e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose.

Don Raffaele Cutolo
Nel brano si narra infatti di Pasquale Cafiero, un brigadiere di Polizia Penitenziaria del carcere di Poggioreale ormai sottomesso e corrotto da un boss malavitoso in galera, il Don Raffaè del titolo, a cui la guardia chiede diversi favori (prestargli un cappotto, trovare un lavoro a un suo fratello disoccupato da anni) e offre ripetutamente un caffè, ma anche la condizione di vita agiata all'interno del carcere dello stesso bos. Il brigadiere ha come unica speranza di miglioramento della propria condizione, quella di chiedere intercessione al boss Don Raffaè: per trovare lavoro o una casa, per ottenere giustizia, ma anche per un cappotto elegante da poter usare ad un matrimonio.

Secondo le parole dello stesso De Andrè, «la canzone alludeva a Raffaele Cutolo» noto camorrista e fondatore dellaNuova Camorra Organizzata, sebbene né lo stesso De Andrè né il coautore Massimo Bubola disponessero «di notizie di prima mano sulla sua detenzione». Anche lo stesso Cutolo pensò a una dedica alla sua persona e scrisse al cantautore genovese per chiedergli se “Don Raffaè” fosse effettivamente lui e per complimentarsi, meravigliandosi inoltre di come De Andrè fosse riuscito a cogliere alcuni aspetti della personalità e della sua vita carceraria, senza avere a disposizione informazioni dettagliate. De Andrè rispose alla lettera di Cutolo per ringraziarlo, ma evitò di continuare il carteggio con il boss, e lasciandolo libero di pensare che la canzone fosse dedicata a lui o meno.

Il ritornello della canzone è ripreso chiaramente dal brano O ccafè di Domenico Modugno.

Una incisione del brano è stata realizzata in coppia con Roberto Murolo, ed una esecuzione è stata cantata dai due in occasione del Concerto del Primo Maggio del 1992.

giovedì 21 giugno 2012

Salvatore di Maio, detto Tore 'o Guaglione, capozona negli anni 80 per Cutolo nel salernitano


Incubo dei gioiellieri Era il luogotenente di don Raffaele
08 luglio 2010 — pagina 02 sezione: Nazionale

• Nato il 22 giugno 1958, nocerino, Salvatore Di Maio, soprannominato "Tore o’guaglione", all’inizio degli anni Ottanta, a soli 24 anni, era ritenuto uno spietato luogotenente del capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.
• Considerato il braccio armato del boss di Ottaviano nell’Agro-nocerino, tra l’ottobre del 1978 e lo stesso mese dell’80 contro di lui furono emessi 4 mandati di cattura. Di Maio inizia giovanissimo ad infrangere la legge: ad appena 15 anni viene multato per guida senza patente, quindi denunciato per il furto di una gettoniera telefonica. Negli anni successivi si specializza nelle rapine alle gioiellerie, ritenuto vicino al boss di Pagani, Salvatore Serra (detto "Cartuccia", morto "suicida" in carcere nel 1981, alcuni mesi dopo l’omicidio del suo legale, il sindaco di Pagani, Marcello Torre), cambia poi alleanza criminale passando dalla parte di Raffaele Cutolo che si opponeva a Serra per il controllo malavitoso dell’agro-nocerino. Assieme ad Antonio Benigno, Salvatore Di Maio nei primi anni Ottanta è il capo incontrastato della Nco nel Salernitano.
• Viene accusato di omicidi, tentati omicidi, rapine ed estorsioni. Arrestato dopo due anni di latitanza il 5 gennaio del 1981, evade dal vecchio carcere di Salerno il 15 giugno del 1982, due giorni dopo essere stato condannato dalla Corte d’Assise a 13 anni di reclusione per associazione per delinquere, rapina ed estorsione. La sua latitanza dura pochi mesi. Il 12 novembre dell’82 viene catturato dall’allora capitano dei carabinieri di Nocera Inferiore, Gennaro Niglio, che lo insegue sui tetti di una villetta di Pomezia. Imputato in numerosi processi ad affiliati alla Nuova Camorra di Cutolo, è stato indicato tra i killer e i mandanti di diversi delitti. Condannato a 6 ergastoli per altrettanti omicidi durante la mattanza di camorra, è stato prosciolto da alcuni reati ed assolto per altri delitti.
• Di Maio è stato assolto dall’accusa di aver fatto parte del commando che uccise Marcello Torre, il primo cittadino di Pagani freddato sotto casa l’11 dicembre del 1980, delitto per cui ventidue anni più tardi è stato condannato solo il mandante, Raffaele Cutolo. Assoluzione anche per l’omicidio della piccola Simonetta Lamberti, 10 anni, colpita per errore il 29 maggio del 1982, in un agguato il cui obiettivo della camorra era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, all’epoca procuratore di Sala Consilina. (a. r. c.)
fonte:La città di Salerno


Il cutoliano Salvatore Di Maio
in estate torna un uomo libero

Ex luogotenente di Cutolo è in carcere da quasi 30 anni,
finito il regime di carcere duro ha ottenuto permessi

Il maxi processo contro la Nco
Il maxi processo
contro la Nco
SALERNO Salvatore Di Maio, ex luogotenente di Raffaele Cutolo nell'Agro sarnese nocerino, entro la prossima estate sarà "uomo libero". Tore o´guaglione, dopo 30 anni di carcere, anche duro (41 bis), con più di 10 omicidi sulle spalle, e senza mai pentirsi, lascerà le patrie galere. Il traguardo sembra ormai solo questione di tempo.Un primo passo già è stato fatto. Faccia d´angelo (nomignolo datogli per l'espressione candida del suo viso), infatti, ha ottenuto un permesso premio, ad inizio anno, al quale farà seguito un secondo, a fine mese. Consentendogli di abbandonare, per qualche giorno, il penitenziario romano di Rebibbia. Ad accoglierlo, i religiosi di un istituto della capitale dove sembra si trovi bene. Per Legge, dopo dieci anni di carcerazione e buona condotta, il detenuto può avanzare richiesta di permesso. Se concesso, dovrà attendere 45 giorni e riformulare domanda. Un percorso "facile" ma non per chi, come Di Maio, ha avuto il 41 bis e non ha mai pensato, minimamente, di collaborare con lo Stato.
Noto esponente della Nco (nuova camorra organizzata) il 54enne, fedelissimo del "professore di Ottaviano", Raffaele Cutolo, controllava, incontrastato, la zona dell'Agro nocerino sarnese potendo contare sulla fiducia del "capo". A consentirgli il rilevante traguardo è stato il suo difensore, il penalista nocerino Antonio Sarno. "E´ il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis che ottiene tale beneficio - spiega l´avvocato Sarno. Il mio assistito ha già ottenuto un permesso-premio e non credo ci siano ostacoli tali da bloccarne altri, in futuro. E´ presto per dirlo ma se continuiamo nel solco intrapreso Di Maio potrebbe presto terminare la detenzione, almeno in carcere". L´avvocato è cauto e la parola "libertà" non la cita anche se il percorso intrapreso porta dritto dritto a quell´epilogo. Facendo due conti, infatti, Di Maio ha terminato la pena, i quasi 30 anni di carcere e l´aver ottenuto permessi-premio la dice lunga sul futuro che si prospetta, di qui a poco. E tutto questo, senza dimenticare che l´ex luogotenente di Cutolo non si è mai pentito. Non ha mai collaborato con la Giustizia, scegliendo la pena, il carcere. Una notizia che circolava da settimane ma che ha trovato ufficialità solo dopo il primo permesso, all´inizio dell´anno, quando il nocerino ha potuto passeggiare per le strade di Roma.
"Appena ottenuto il permesso ho sentito il mio assistito, spiega l´avvocato Sarno, e credo abbia provato sensazioni che non viveva da molto". Il noto penalista nocerino pesa le parole ma si intuisce "l´ emozione" avvertita per la libertà. Insomma, Di Maio, ex luogotenente Nco è il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis con permessi-premio e a breve la libertà. Sul suo conto si sono spesi fiumi di inchiostro. La sua militanza nell'organizzazione di Cutolo è stata di breve durata se si pensa che è finito in carcere poco più che ventenne. Si è arruolato giovanissimo conquistando la fiducia del "professore". Coinvolto in quasi 15 omicidi, Di Maio è finito nelle maglie della magistratura anche per omicidi considerati "eccellenti": Come la morte del sindaco di Pagani, Marcello Torre, nel 1980. Omicidio per il quale potrebbe anche essere riaperto il fascicolo, almeno come si sussurra da qualche mese. Come dimenticare la morte di Simonetta Lamberti, figlia di appena 10 anni del magistrato cavese Alfonso che, pur di individuare il colpevole non esitò a contattare Di Maio, per incontrarlo di persona. Poi, le numerose faide e le "trasferte" a Napoli, vicino al capo. Inizia pian piano il declino della Nco spa con guerre intestine che portano a 360 morti ammazzati, in un sol anno. Salvatore viene anche arrestato e clamorosamente evade dal carcere di Salerno. Ad acciuffarlo, tra Roma e Latina, è l'allora capitano dei carabinieri Gennaro Niglio.
Rosa Coppola
18 gennaio 2010
Il corriere della sera

lunedì 18 giugno 2012

VIncenzo Casillo, detto 'o Nirone, primo braccio destro di Raffaele Cutolo assieme ad Alfonso Rosanova



Vincenzo Casillo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vincenzo Casillo (San Giuseppe Vesuviano, ... – Roma, 29 gennaio 1983) è stato un criminale italiano, affiliato allaNuova Camorra Organizzata.


Vincenzo Casillo, detto o' Nirone per la sua capigliatura corvina, è stato uno degli uomini chiave della Nuova Camorra Organizzata svolgendo un ruolo attivo sul territorio mentre Raffaele Cutolo soggiornava nelle diverse carceri italiane. È ritenuto l'autore materiale dell'omicidio di Nino Galasso, fratello di Pasquale Galasso.


L'affiliazione di Casillo alla NCO è anomala. Casillo, a differenza dei primi affiliati, non è un galeotto né un pregiudicato. Figlio di un industriale, dirige una fabbrica di pantaloni a San Giuseppe Vesuviano. Alla fine degli anni 70' si presenta spontaneamente a Poggioreale e in un colloquio con Raffaele Cutolo offre una sostanziosa quota della sua ditta per assicurarsi una piena protezione del boss. Da allora, stringe un rapporto sempre più intenso con il boss di Ottaviano, diventando il suo braccio destro. Insieme ad Alfonso Rosanova, ha svolto un ruolo chiave nel corso del rapimento di Ciro Cirillo avvenuto il 24 aprile del 1981. Com'è noto, alcuni dirigenti della Democrazia Cristiana chiedono l'intervento di Cutolo per la liberazione di Cirillo e il primo contatto con la NCO avviene attraverso Francesco Pazienza, collaboratore dei servizi segreti, che il 17 luglio 1981 incontra ad Acerra Vincenzo Casillo. È proprio lui a gestire la trattativa tra SISMI, NCO, Brigate Rosse e dirigenti della DC. A seguito della liberazione di Cirillo (27 luglio) viene sospeso il decreto di carcerazione predisposto per Vincenzo Casillo. È possibile che questi fosse in possesso di un tesserino dei servizi

Nel 1981, Casillo fa da mediatore tra le famiglie della vecchia camorra campana e la NCO. In principio, si riesce a trovare un accordo per una spartizione territoriale; successivamente, l'accordo salta poiché Cutolo pretende una forte tangente sul contrabbando delle sigarette.

Il Banchiere Roberto Calvi
Secondo alcune fonti, è implicato nella morte di Roberto Calvi (giugno 1982). L'omicidio mascherato da suicidio sarebbe stato commissionato ad alcuni camorristi capeggiati da Casillo.

Il 29 gennaio 1983, a Roma, Vincenzo Casillo - in quel momento latitante - sale a bordo della sua automobile che esplode perché imbottita di tritolo. L'esplosione avviene in via Gregorio VII a poca distanza dalla sede del SISMI. Casillo muore mentre Mario Cuomo, seduto al suo fianco, perderà l'uso delle gambe. La sua compagna, la ballerina Giovanna Matarazzo, dichiarerà al giudice Alemi che la morte di Casillo è collegata all'omicidio Calvi. Il 2 febbraio 1984 la donna verrà ritrovata in un blocco di cemento.

In un primo momento, è lo stesso Raffaele Cutolo ad essere accusato di essere il mandante dell’omicidio di Vincenzo Casillo. Nel luglio del 1993, il pentito Pasquale Galasso, ha riferito che l'omicidio di Casillo fu un chiaro segnale della potenza del clan Alfieri con cui i politici cominciavano ad avere rapporti più stretti. Galasso ha inoltre riferito che il tritolo fu fornito dalla mafia. Per l'omicidio Casillo sono stati condannati all'ergastolo Ferdinando Cesarano e Pasquale Galasso.