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sabato 28 marzo 2015

Lo Stato e la camorra, Cutolo e Mancino: Amato racconta l’altra trattativa

Il giornalista: il tentativo fallì per il no della magistratura. Aufiero: non conosco il contenuto dei colloqui di Cutolo con i pm salernitani

Lo Stato e la camorra, Cutolo e Mancino: Amato racconta l’altra trattativa
C'è un'altra trattativa parallela a quella tra Stato e Mafia, che si svolge contestualmente in Campania e che a differenza di quella palermitana, gode della luce del sole. E' latrattativa Stato Camorra raccontata dal giornalista e scrittore Massimiliano Amato in"L'altra trattativa. La vera storia del fallito accordo Stato - camorra", libro presentato questo pomeriggio al circolo della stampa. A discuterne con l'autore Marco Cillo di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, l'avvocato Gaetano Aufiero Presidente della Camera Penale di Avellino e Gianni Colucci giornalista de Il Mattino.
«Nel 1994 - racconta Amato - mentre monta l'onda dei pentiti, un gruppo di boss della camorra si inventa un'altra strada per prendere le distanze dall'organizzazione criminale: la dissociazione che, a differenza del pentimento, è la presa di distanza completa dalla vecchia vita senza chiamate di correità. Della vicenda si fanno carico due sacerdoti: l'ex cappellano del carcere di Poggioreale e un alto prelato molto noto all'epoca per le sue battaglie contro la criminalità organizzata, il vescovo di Acerra don Antonio Riboldi. Dietro questa operazione c'è la consulenza giuridica dell'avvocato Saverio Senese, difensore di Angelo Moccia il numero tre della Nuova Famiglia, il camorrista che di fatto cerca di portare a compimento questa operazione che si infrange contro il no della magistratura».
Figura chiave del fallimento di questa trattativa è l'allora Ministro dell'Interno Nicola Mancino, il cui volto si affaccia dalla copertina del libro. «Mancino – racconta Amato - prima decide di fare un'esplorazione della situazione, infatti manda in Campania il capo della polizia Vincenzo Prrisi, poi si accorge che la strada della dissociazione è impraticabile. Mancino diede parere negativo dopo essersi accertato che la richiesta di don Riboldi e di quanti si erano proposti per la trattativa, non era attuabile. Si mostra un po' più disponibile invece l'allora ministro della giustizia Giovanni Conso ma in quel momento, con i partiti e le istituzioni travolti dalle inchieste di Mani Pulite, l'unico corpo dello Stato che ha ancora una qualche legittimità è la magistratura e di fronte al secco no di quest'ultima la trattativa si arena».
Raffaele Cutolo in tribunale
Tutto parte con una notizia bomba data in tv da don Riboldi il 16 febbraio del '94 secondo cui 5mila mafiosi erano pronti a pentirsi. «Una delle caratteristiche di questa trattativa è che si svolge alla luce del sole, gode della ribalta mediatica mentre quella tra Stato e cosa nostra, che ha dato vita al processo in corso a Palermo, si sviluppa in silenzio. Di fronte al no della Procura distrettuale antimafia di Napoli, questi 5mila mafiosi si ridurranno ad uno solo. L'unico dissociato resta infatti Angelo Moccia che proprio in questi giorni ha finito di scontare il suo debito con la giustizia. In questo clima si inserisce anche una vicenda molto strana, un tentativo di pentimento di Raffaele Cutolo che in quel momento ha perso la sua guerra, la Nuova camorra organizzata è stata sconfitta dalla Nuova Famiglia. Cutolo fa trapelare la volontà di raccontare la sua verità ed inizia a riempire verbali di interrogatori. Una notte quando stanno per trasferirlo in una località protetta per porre in essere il suo passaggio tra i collaboratori di giustizia, si ferma. Ed è una strategia che negli anni successivi adotterà spesso».
Amato traccia le differenze tra quella trattativa e la più nota Stato-Mafia: «La trattativa di Palermo – dice - metteva in discussione equilibri importanti, veniva subito dopo la strage di Capaci, immediatamente prima della strage di via D'Amelio e resta l'ipotesi investigativa secondo la quale Borsellino sia stato ucciso proprio perché aveva capito.Quella campana invece era una trattativa molto più innocua, perché la camorra in quel momento era in una condizione di generale smobilitazione, i grandi capi come Pasquale Galasso e Carmine Alfieri si erano pentiti. Ma soprattutto perché la camorra si era trasformata, era diventata affare. Oggi infatti non ha più bisogno di trattare perché camorra, economia e politica in certe circostanze si sono fuse. La Campania è la regione dove il tessuto democratico è maggiormente a rischio e quindi mi auguro che per le prossime candidature alle regionali tutti i partiti, di centro sinistra e centro destra, applichino il codice etico, mettano in campo liste pulite perché la regione in questo momento, grazie ai fondi europei, è il più grande centro di spesa».
Un libro interessante per l'avvocato Aufiero, che è tra i difensori di Raffaele Cutolo. E proprio sull'ultimo capitolo dedicato al suo assistito avanza qualche perplessità: «credo che tra questa proposta di trattativa e la vicenda Cutolo ci sia solo una coincidenza temporale ma non sono collegate. Non ero presente ai suoi incontri con i magistrati salernitani quindi non ne conosco i contenuti, così come non conosco i motivi che abbiano portato Cutolo, eventualmente, a tornare sui suoi passi. So per certo che dopo alcune settimane di questi incontri, avvenuti in modo interlocutorio senza la presenza di un avvocato, furono interrotti nonostante fosse già stato predisposto il programma di protezione».
di Rossella Fierro
fonte: IlCiriaco.it

martedì 25 dicembre 2012

Arrestato per droga Antonio Dignitoso, uomo di fiducia del super latitante (?) Scotti, braccio destro di Cutolo


Ex cutoliano cegliese preso con droga
Un arresto da parte dei carabinieri
Un pregiudicato originario di Ceglie Messapica, da lungo tempo legato a famiglie della camorra napoletana, Antonio Dignitoso di 58 anni, è stato arrestato dai carabinieri mentre trasportava in auto un chilo e cento grammi di cocaina, destinati al mercato di Chiaravalle e Falconara Marittima (Ancona). I militari hanno fermato la sua Peugeot presa a noleggio all’uscita del casello di Mondolfo, lungo l’A14.
Portato in caserma, Dignitoso ha finto un malore, ma poi ha attuato un tentativo di fuga andato a vuoto. La droga, proveniente dalla Lombardia, era divisa in due pacchi. In casa dell’arrestato, perquisita praticamente poco dopo l’arresto, gli investigatori hanno trovato anche 20 mila euro. Dignitoso, originario di Ceglie Messapica (Brindisi), ha precedenti per omicidio, soppressione di cadavere e rapina.
Dignitoso era un uomo di fiducia del braccio destro di Raffaele Cutolo, Pasquale Scotti, misteriosamente scomparso molti anni fa. La condanna a 30 anni di carcere per omicidio se la prese nell’ultimo maxi-processo alla camorra celebrato con il vecchio rito, processo in cui un altro ergastolo fu inflitto a Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, dalla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere.
L'introvabile Pasquale Scotti, braccio destro di Cutolo
Il procedimento si concluse nel 2005 con 13 condanne a vita, 16 assoluzioni e 8 a pene che variavano da uno a 30 anni di reclusione, e durò ben sedici anni, ed era a carico di 33 esponenti della Nco di Raffaele Cutolo. Solo l’istruttoria dibattimentale durò sei anni. Il procedimento era arrivato alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere nel 1989. I fatti contestati agli imputati, tra cui, il capo dell’organizzazione Raffaele Cutolo, ed esponenti di rilievo dello stesso clan, Pasquale Scotti, Mauro Marra e Raffaele Catapano, si riferivano a episodi accaduti tra il 1982 e 1983 in piena guerra tra la Nco e la Nuova Famiglia.
Antonio Dignitoso in quel processo risultava come pentito. Nell’agosto del 2006 fu poi arrestato dai carabinieri a Falconara Marittima, durante un altro trasporto di droga: 200 grammi di cocaina e 100 di hascisc, in parte nascosti a bordo di una Renault Megane.  Dignitoso è sposato con Teresa Vanacore, sorella del boss napoletano della cocaina Giulio Vanacore, a sua volta finita in manette nel 2009 per spaccio: era uscita di casa, a Falconara, con 220 grammi di cocaina nella borsa.
di Mar.Orl. » 22 dicembre 2012 alle 19:37
articolo tratto da Brindisi Report

Antonio Schirato, Clemente e Pasqualino Perna, Ciro Starace, i quattro della Nco di Avellino


29 maggio 1983. L’evasione degli emissari della Nco


 – Quel 29 maggio 1983 era una calda domenica di primavera inoltrata: a mezzogiorno dal muro di cinta del carcere di via Dalmazia che si trova al centro di Avellino (il carcere Borbonico oggi diventato museo), si calano uno alla volta quattro detenuti appartenenti alla Nco di Cutolo, la nuova camorra organizzata. Un commando armato di complici in moto li aspetta fuori. Uno dei tre, il killer Antonio Schirato (30 anni) non riesce però a scappare, perché cade e si frattura un femore. Gli altri tre, i cugini Clemente e Pasqualino Perna (di 29 e 32 anni) e Ciro Starace (29 anni), si dileguano: Starace verrà arrestato, casualmente, quattro mesi più tardi, dopo aver forzato un posto di blocco dei carabinieri.
Tutti e quattro erano considerati gli emissari della nuova camorra organizzata in Irpinia. Nel giro di 24 ore il procuratore capo di Avellino, Antonio Gagliardi, emette una lunga serie di provvedimenti giudiziari, ipotizzando pesanti responsabilità a carico dei sette agenti di polizia giudiziaria e dello stesso direttore del carcere Umberto Solimene: quattro mesi dopo vennero condannati in primo grado per il reato di “procurata evasione colposa” (con pene dai sei mesi ad un anno).
Erano gli anni della guerra di camorra, gli anni in cui aveva già raggiunto l’apice l’impero di Raffaele Cutolo (o’ professore), ed erano anche gli anni di piombo, anni in cui si respirava violenza quotidianamente, dove magari era più difficile resistere alle minacce di una camorra che sembrava invincibile. Anche qui in Irpinia. Erano infatti gli anni in cui il sindaco di Quindici dell’epoca, Raffaele Graziano, venne destituito dal prefetto per sospetti rapporti con la camorra (proprio con Cutolo). Un sindaco, l’allora 42enne Raffaele Graziano, che tra l’altro era stato eletto mentre era in carcere, sospettato di essere il mandante di un delitto.
L’anno prima, nel 1982, il procuratore Gagliardi era stato ferito in un attentato camorristico lungo la strada Nazionale che collega Monteforte al Baianese. Nel novembre del 1981 Antonio Schirato, quello con il femore rotto, aveva gambizzato, su ordine del numero due della Nco Enzo Casillo (Cutolo era contrario) il giornalista sportivo della Rai Luigi Necco. Si era azzardato ad accostare, per la prima volta in quegli anni, il mondo del calcio a quello della malavita organizzata. Erano gli anni dell’Avellino in serie A. La camorra si era riversata in città per succhiare i soldi che dovevano servire per i terremotati. Non se ne è più andata.
Articolo tratto da Avellino Ottopagine

venerdì 14 dicembre 2012

I codici della camorra: da Raffaele Cutolo a Paolo Di Lauro


Si può parlare, senza aprir bocca. Si può comandare o minacciare, senza aprir bocca. Lo sanno bene quelli che vivono nei quartieri-Stato dove la camorra ha cambiato non solo le regole di vita, ma anche quelle della comunicazione, piegandole – le une e le altre – alle proprie sporche esigenze. Chi abita alle latitudini della Bestia capisce presto come decifrare i segnali impercettibili del linguaggio invisibile dei clan. Un linguaggio d’amore e morte. Un linguaggio fatto di gesti, di sguardi, di una grammatica del potere criminale che gli investigatori hanno dovuto, a loro volta, imparare a decifrare per intercettare i messaggi della malavita, per sabotarne piani e per stroncare l’evoluzione della specie (mafiosa). Il bacio, ad esempio. Quello che Raffaele Cutolo-Ben Gazzara, nel film “Il camorrista”, stampa sulle labbra del picciotto che lo ha tradito ha il significato di una sentenza capitale, una sentenza inappellabile. Quello che un affiliato agli scissionisti ha rubato, invece, a Daniele D’Agnese – piccolo kapò di Secondigliano – davanti alla Questura di Napoli (8 giugno 2011) ha tutt’altro sapore: è un invito
 a non mollare, a non lasciarsi travolgere dai dubbi e dai timori. A diradare la nebbia della paura della galera. A non cedere alla tentazione di pentirsi. Quel bacio è un’assicurazione sulla vita e un impegno di continuità. Così com’era un impegno di continuità nella gestione del potere criminale il gesto di Carmine Alfieri (nella foto a destra), vecchio capocamorra degli anni Ottanta, di portare con sé una coppola rossa al momento dell’arresto. Quel copricapo stretto tra i pugni ammanettati aveva un solo scopo: tranquillizzare i soldatidella famiglia e ribadire che il capo sarebbe rimasto lui, anche in carcere. Che poi Alfieri abbia deciso, di lì a qualche mese, di iniziare a collaborare con la giustizia, raccontando vent’anni di orrore ai magistrati, è un’altra storia. Ci sono poi le azioni, i segni che vengono affidati non a un singolo momento ma alla memoria. Nel mondo della camorra uno spazio importante, in questa direzione, l’hanno conquistato i tatuaggi: la famiglia Amato, fondatori del clan degli scissionisti, ha come simbolo uno scorpione perché è il segno zodiacale del capoclan, Raffaele ’o spagnolo. I giovani secondiglianesi che trafficano cocaina ce l’hanno marchiato sui bicipiti o, molto più frequentemente, sull’avambraccio, e qualcuno, raccontano gli investigatori, se l’è fatto disegnare finanche sulla targa dell’auto, a dimostrazione imperitura della fedeltà al capo e di senso di appartenenza. In economia, tutto questo si chiamerebbe brand, ma questo i camorristi non lo sanno e usano mezzi un po’ più primitivi per far passare l’idea. Regalando un Rolex Daytona e un motorino Sh ai nuovi affiliati, quelli che hanno deciso di entrare nella chiesa con la speranza di poter diventare, un giorno, killer o capopiazza. Un capopiazza come Paolo Gervasio, soprannominato zio Paolo, potente e spregiudicato broker del narcotraffico sulla rotta Barcellona-Napoli. Un tipo visionario, che – raccontano le indagini della Dda – aspirava a diventare il re della cocaina a Napoli tanto da farsiscrivere su un muro, a pochi metri dai depositi di droga del suo gruppo, a caratteri cubitali: Zio Paolo = Pablo Escobar. Un delirio di onnipotenza che ha messo gli uomini del nucleo investigativo di Castello di Cisterna e gli 007 dei servizi segreti civili sulle sue tracce lungo una campagna di caccia che si è conclusa con l’arresto inevitabile di zio Paolo.Spiega un investigatore: “Quella frase era un po’ come un’iscrizione su un monumento: era ammonizione per i nemici (perché zio Paolo poteva diventare sanguinario come il suo idolo colombiano) e incoraggiamento per gli amici (a non temere alcunché perché c’era lui a proteggerli)”. Quell’iscrizione è diventata la frase finale sui titoli di coda della sua assurda vita da trafficante di morte. Navigando su Google street view ancora oggi si possono notare, dalle parti di corso Secondigliano, slogan inneggianti alla faida tra la potente famiglia Di Lauro e gli spagnoli di Raffaele Amato (“Il leone è ferito, ma non è morto”, un chiaro riferimento al boss Ciruzzo ’o milionario, condannato a trent’anni di carcere per droga, o ancora “Benvenuti alla scissione”). Si tratta di messaggi cifrati, che soltanto i picciottiriescono a interpretare. È una litania che vola sopra la testa dei passanti, che si disperde nell’aria senza bisogno di onde elettromagnetiche e sintetizza, ben più dei 160 caratteri di un sms, che qualcosa sta cambiando da quelle parti o che qualcosa è già cambiato. Come quando una mano anonima, armata di una bomboletta spray, segnò sul metallo arruginito di una vecchia saracinesca: “Cosimo e Vincenzo”. Due nomi come tanti, altrove, ma non in quel luogo, non in quel tempo. Cosimo e Vincenzo sono i figli di Ciruzzo ’o milionario e quel messaggio indicava, a mo’ di colonne d’Ercole, che quello era territorio sotto il protettorato del clan. Ultimamente si è favoleggiato, invece, sui significati nascosti della (questo sì, strana) coincidenza che accomuna un po’ di latitanti arrestati negli ultimi tempi: vestono tutti lo stesso tipo di maglia, con su impressa le facce ribelli e maledette di James Dean e di Steve McQueen. Qualcuno ha ipotizzato che si tratti di una informazione cifrata, anche se gli stessi investigatori non sono riusciti, ancora oggi, a darsi una risposta convincente. Cos’è? Un invito a continuare con la vita spericolata? È una divisa sociale del clan? E che c’entrano gli attori? Di certo c’è solo una cosa: non portano bene a chi le indossano.
Servizio in Cronana tratto dal sito Notix.it

sabato 6 ottobre 2012

Giovanni Melluso detto "il bello" o "Cha cha cha"

Giovanni Melluso (nato nel 1959) è stato un criminale italiano associato al  boss milanese Francis Turatello che in seguito divenne un importante  informatore contro la Nuova  Camorra Organizzata (NCO).

E 'particolarmente famoso per il caso Enzo Tortora , conduttore tv falsamente accusato di traffico di cocaina e di aver fatto parte della NCO.


Carriera penale

Nato in Sicilia , Melluso era emigrato a Milano all'età di 15 nel 1974. E 'stato durante questo periodo che conobbe Francis Turatello, il boss della malavita italiana di Milano. Secondo Melluso, Turatello gli aveva chiesto di diventare un membro della sua organizzazione. Melluso ha rifiutato, accettando solo lavoro come terzista cocaina occupa nello show-business mondiale. Melluso arrotondato l'attività di spacciatore di Turatello, lavorando come un pappone e occasionalmente commettere furti piccoli. Durante questo periodo, ha anche adottato numerose false identità tra cui Michele Tiano, Sante Breguglio, Mario Dalleri, Giuseppe Montalbano, Vincenzo Campo, e Paolo Belvisi. Melluso ha scelto di operare nella Riviera Italiana, e ha avuto un buon funzionamento in esecuzione fino alla fine del 1978, quando è stato arrestato per rapina a mano armata e condannato a 16 anni di carcere.
[ modifica ]Come diventare un pentito

Dopo sei anni di carcere duro, Melluso ha deciso di diventare un pentito . Il 2 marzo 1984, quando le udienze preliminari del processo contro la camorra Nuova Organizzata (NCO) erano già in moto, ha chiesto di essere trasferito dalla sua cella al Carabinieri caserma. Lì, ha dichiarato il giudice istruttore della sua decisione di cambiare la sua vita perché era stanco delle condizioni delle carceri e anche perché uno dei suoi ex soci, Andrea Villa, aveva già deciso di collaborare e aveva coinvolto Melluso nella sua testimonianza. Nel lungo periodo, Melluso voleva una riduzione della sua pena detentiva, in cambio della sua testimonianza.

Dopo esser divenuto pentito, Melluso è stato concesso un alloggio in caserma dei carabinieri, dove è stato trattato più come un ospite che come un prigioniero. Ha ricevuto diverse visite da sua moglie, che si dice è rimasta incinta durante questo periodo. Era in grado di vestirsi bene, e abbiamo una vita facile sotto la protezione dei carabinieri. Anche quando altri pentiti dovuto tornare in loro prigione, Melluso è stato in grado di prolungare la sua permanenza cronometrando il recapito delle sue informazioni, in uno scambio qualificato di prove di vantaggi. Quando suo fratello è stato ucciso qualche tempo dopo la sua denuncia delle attività della banda Turatello, Melluso usato questo fatto come merce di scambio di cui lamentarsi e chiedere maggiore sicurezza.

Giovanni Melluso non era un napoletano, non vivere a Napoli, e non era conosciuto come un camorrista dal Dipartimento di Giustizia. Dal momento che aveva sempre operato nel Nord Italia, non aveva alcuna conoscenza intima della malavita di Napoli. Egli ha affermato di essere stato solo un ousider Turatello nel mondo degli affari e di non aver mai appartenuto alla sua organizzazione. Egli ha anche negato l'appartenenza alla NCO. A differenza di altri pentiti come Pasquale Barra, Giovanni Pandico e Luigi Riccio, Melluso mai ammesso alcun crimine orribile. Tuttavia, il pentimento Melluso aveva un certo valore per il Dipartimento di Giustizia, perché bisogno di qualche prova per i suoi procedimenti di connessioni NCO nel settore dello spettacolo nel Nord Italia. In tribunale, Melluso dimostrato di essere un artista abile, in grado di rispondere a un segnale, respingere gli attacchi della difesa, e per animare i suoi conti con dettagli precisi e aneddoti colorati. falsa testimonianza contro Enzo Tortora
Enzo Tortora essere guidati dalla polizia
durante il suo processo del 1985.
Nel 1983, il Dipartimento di Giustizia aveva arrestato alcuni ben rispettati membri dell'industria italiana dello spettacolo, che era stato in precedenza suspiscion, attirando così l'attenzione del pubblico tanto necessaria al lavoro di forze dell'ordine nella lotta alla criminalità organizzata. Questa mossa è stata ispirata dalla percezione del Dipartimento di Giustizia che l'unità contro la criminalità organizzata può avere successo solo se l'opinione pubblica si è concentrata su di esso, e si misero a discutere molto difficile da trovare alcuna prova incriminante contro le persone in grado di attirare l'attenzione dei media.

Giovanni Melluso è stato il testimone chiave contro Enzo Tortora , forse più famoso d'Italia ospite di talk show, che è stato accusato di aver ricevuto e la vendita di oltre dieci chili di cocaina in diverse occasioni da persone affiliate alla NCO. E 'diventato utile per aiutare il Dipartimento di Giustizia a sostegno delle sue accuse contro Tortora, quando ha confessato di aver avuto vari incontri con Tortora nella fornitura di lui cocaina.

Melluso ha sostenuto che questi rapporti ha avuto luogo nel 1976 per le strade di Milano, dove entrambi gli uomini vivevano. Più tardi, verso la fine dello stesso anno, Melluso andato in ufficio di un avvocato, Cacciola, dove ha presumibilmente incontrato Tortora e altre due persone, che egli in seguito identificati come Roberto Calvi e Francesco Pazienza . Secondo Melluso, Tortora avuto un caso cosmetico pieno di soldi che ha mostrato a Calvi e Pazienza. Dopo tre ore di conversazione, l'avvocato Cacciola Tortora ha presentato con un sacchetto di cocaina e lo ha consegnato al Melluso per consegnarlo a Roma . Prima del suo arresto nel 1978, Melluso consegnata due volte la cocaina a Tortora, 5 o 7 chili la prima volta in un night club chiamato Derby in Viale Monterosa, e il pacchetto più piccolo per la seconda volta in una piazza pubblica, Piazzale Loreto o piazza Corveto). A testimonianza del suo buon rapporto con Tortora, Melluso ha affermato di aver avuto una fotografia che mostra i due insieme, ma di averlo distrutto dopo l'arresto di Tortora nel 1983.

Testimonianza di Melluso è stata confermata da altri sette pentiti, tra i quali, Giovanni Pandico , Luigi Riccio , Mario Incarnato , Pasquale Barra , ecc Sulla base di queste testimonianze, Tortora finalmente è stato condannato per traffico di cocaina e l'appartenenza NCO nel 1985 e condannato a dieci anni di carcere  Tortora è stato detenuto per anni prima di essere eliminato della carica da una corte d'appello. Ha sviluppato il cancro ed è morto poco dopo il caso è stato finalmente risolto, alcuni dicono a causa della emotivo lo stress della sua prigionia.
Testimonianza contro altri soci

Nel marzo 1984, l'Ufficio Indagini del Tribunale di Napoli ha dato la Procura di Milano, una copia delle dichiarazioni rese dal Melluso riguardante l'attività della droga presunta tratta di Walter Chiari, Patrizia Caselli e Antonino Cusumano. Melluso aveva fatto accuse contro queste persone che erano molto simili a quelle concernenti Tortora: acquisto e vendita di notevoli quantità di cocaina, fornire un dettagliato resoconto degli incontri con i due attori. Il 19 luglio 1986, il giudice istruttore ha assolto i tre imputati.

Ha motivato la frase come segue:"L'indagine ha dimostrato in modo chiaro ed evidente che l'accusa è infondata. Melluso mente deliberatamente quando accusa le persone di cui sopra". In secondo luogo, l'assiduità preventiva con altri collaboratori della giustizia appare altamente sospetto, per la ragionevole possibilità che vi sia una influenza reciproca, e nella circostanza specifica reso evidente dal fatto che il primo ingresso per l'indagine è stata fornita proprio da quel Villa Andrea qua
La credibilità di cui trattasi

Giovanni Melluso credibilità come testimone è stata contestata e minato fin dall'inizio. Egli è stato accusato di mentire sul banco dei testimoni, al fine di approfondire la sua importanza e l'affidabilità come testimone. Per esempio, nello studio di Enzo Tortora, molti dei pentiti altro che confermato le sue accuse avrebbe poi ritrattare le loro dichiarazioni

Il primo è stato Mario Incarnato che ha dichiarato di essere stato costretto ad accusare Tortora dopo nove mesi. Un altro pentito, Catapano Guido, scrisse a Tortora in carcere che aveva diviso la cella con Melluso per sei mesi nel penitenziario di Campobasso, ed era ben consapevole che le accuse contro di lui erano calunnie. Egli ha dichiarato che Melluso aveva ammesso di mentire e che l'unica volta che aveva visto Tortora era in uno show televisivo. Egli ha inoltre affermato che Melluso ammesso di essere stato in Sicilia al momento del presunto incontro, e aveva paura di essere contraddetto. Un altro pentito, Roberto Sganzerla ha scritto una lettera simile conferma questo fatto. Uno dei testimoni principali contro la NCO Pasquale D'Amico , ha scritto anche a Tortora affermando che Melluso è stato un gran bugiardo.

Un pentito, Michele Tassini, che ha testimoniato il 14 maggio 1986 dinanzi al Tribunale di Napoli contro la banda Giuliano, ha dichiarato che Riccio, Incarnato e Melluso voleva rendere dichiarazioni contro Tortora per promuovere le proprie dichiarazioni e che era lo stesso che era Melluso più profondamente coinvolti nella vicenda. Ancora un altro pentito, Salvatore Sanfilippo, chiese perdono in una lettera a Tortora. Ha dichiarato di essere stato minacciato di omicidio da Pandico, Melluso e gli altri pentiti, se non è riuscito a sostenere le loro accuse. Gli è stato chiesto di dire tra le tante cose che Tortora stava tramando un attentato contro la Procura della Repubblica, Diego Marmo, per essere più credibile nella riconferma delle accuse. Inoltre, i giudici del terzo ramo hanno detto che gli stessi pentiti evocato queste accuse.

Inoltre, Melluso ha affermato di aver dato un chilo di cocaina a Tortora tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976, che era semplicemente impossibile, come Melluso era nel carcere di Sciacca dal 19 novembre 1975 al 6 aprile 1976.

Melluso di associazione con Francis Turatello è anche venuto sotto attacco da molti magistrati inquirenti e pentiti altri. Nel corso del dibattito del quarto ramo del processo contro la NCO, Roberto Sganzerla ha dichiarato che Melluso non è mai stato uno spacciatore di lavoro per Turatello. Ciò è stato ulteriormente confermato il 9 luglio 1983, da Angelo Epaminonda, successore di Turatello che è diventato un pentito dopo il suo arresto, ed era considerato estremamente affidabile dai magistrati di Milano.
[ modifica ]Nuovo carcere



Il 24 luglio 2012, Melluso è stato arrestato a causa di una carica di sfruttamento della prostituzione.

Arrestato Gianni il bello - Giovanni Melluso - per sfruttamento prostituzione a Sciacca: accusò Enzo Tortora

Prostituzione: arrestato "Gianni il bello", l'accusatore di Enzo Tortora

Operazione antiprostituzione tra Sciacca, Menfi e Sambuca di Sicilia (Agrigento): Giovanni Salvatore Melluso a capo di un'organizzazione dedita allo sfruttamento di giovani straniere

di Redazione 24/07/2012
gianni il bello-2I carabinieri di Sciacca hanno eseguito questa mattina quattro ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip su richiesta della Procura di Sciacca, nei confronti di altrettanti appartenenti ad un'organizzazione dedita allo sfruttamento sessuale di giovani straniere.

A capo del clan, Giovanni Melluso detto 'Gianni il bello' - già sorvegliato speciale di pubblica sicurezza fino al 2011 - fra gli accusatori del presentatore televisivo Enzo Tortora, arrestato nel 1983 per reati in materia di stupefacenti e per l'ipotizzata appartenenza alla "Nuova Camorra Organizzata" di Raffaele Cutolo. Accuse che si rivelarono poi infondate con la conseguente assoluzione dell'imputato.

OPERAZIONE PORTOBELLO - L'operazione antiprostituzione è stata denominata, simbolicamente, "Portobello" (il celebre programma televisivo condotto da Tortora). I miliari dell'Arma di Sciacca e quelli del reparto operativo di Agrigento stanno eseguendo anche delle misure di sequestro per un club privé e per due appartamenti a Menfi (Agrigento) dove l'associazione avrebbe fatto prostituire donne straniere.


LE INDAGINI - L'inchiesta antiprostituzione è stata avviata nell'aprile scorso. Durante questo breve lasso di tempo, i carabinieri hanno accertato che Melluso, in associazione con altri cinque indagati (tre di essi sono gli altri destinatari di misura cautelare e fra questi vi sarebbe anche la compagna del Melluso) aveva organizzato, in un immobile in contrada San Marco, a Sciacca, una casa di prostituzione in un 'club privato', ufficialmente non riconducibile a lui. Nel locale sarebbero state ospitate prostitute straniere, del circuito 'escort in tour', e trans.
AFFITTI STELLARI E ANNUNCI SUI GIORNALI - L'organizzazione chiedeva alle giovani straniere un anticipo minimo di 420 euro per una settimana di 'affitto' di una stanza. Il gruppo reclutava le prostitute anche tramite annunci su quotidiani o siti internet e, a seguito dell'accordo, le ragazze venivano invitate a raggiungere Sciacca o Menfi dove l'associazione aveva nella disponibilità altri due appartamenti. I carabinieri hanno appurato che ogni giovane straniera riuscisse ad incassare fino a 1.000 euro al giorno. (da AgrigentoNotizie)

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giovedì 21 giugno 2012

Giovanni Pandico, detto 'o Pazzo

















Il »grande accusatore di Enzo Tortora, Giovanni Pandico, diventò camorrista in carcere. A Poggioreale entrò circa dodici anni fa, dopo aver provocato una vera e propria strage al municipio di Liveri di Nola, il suo paese natale. Bisogna tornare indietro nel tempo: il 19 giugno 1970 Pandico si presenta negli uffici del Comune in cui è nato 40 anni prima, chiede di poter rinnovare il proprio atto di nascita, perché quello di cui è in possesso» è vecchio e sgualcito . L'impiegato Silvio Nappi comincia a chiedere i dati anagrafici, ma Pandico ha una reazione di stizza:  Ho fretta, non posso attendere . A quel punto entrano altri impiegati dell'anagrafe per rassicurarlo sulla celerità della pratica. Il futuro camorrista pentito, però, è ormai colto da un vero e proprio "raptus schizoide paranoico" : estrae una Beretta calibro nove, di quelle in dotazione alle forze dell'ordine, e comincia a sparare all'impazzata. Sono minuti di terrore nel piccolo municipio di Liveri di Nola; Pandico, ormai fuori di sé, entra nell'ufficio del sindaco democristiano Nicola Nappi e anche lì inizia a sparare. Invano, il vigile sanitario Guido Adrianopoli tenterà di disarmarlo; pagherà con la vita il suo eroico quanto inutile gesto. Alla fine della sparatoria, Pandico si lascia dietro due morti (oltre al vigile, anche l'impiegato Giuseppe Gaetano) e un ferito grave, il consigliere comunale Pasquale Scala.

In carcere, dopo l'arresto, Pandico viene sottoposto a diverse perizie psichiatriche. Il responso è sempre lo stesso: »delirio schizoide di sindrome paranoica . In pratica il Pandico è afflitto da vere e proprie manie di persecuzione, che nei momenti più acuti si traducono in allucinazioni e in deliri. Secondo i suoi compagni di cella nacque così, in un raptus, l'idea di Pandico di »fargliela pagare a quel Tortora . Sta di fatto che l'episodio che lo spedì in galera non fu l'unico né il primo della serie. Già diciannovenne minacciò di morte il padre e alcuni familiari in uno dei suoi raptus omicidi. Fu denunciato per tentato omicidio e arrestato, ma dopo pochi mesi era di nuovo libero.

Di lui Cutolo ha detto che non contava nulla nell'organizzazione della Nco e che il suo unico ruolo era quello di scrivere appunti per lui in carcere. Pandico è anche famoso per essere il pentito più intervistato d'Italia. All'»Espresso , il 24/7/1983, indicò anche i motivi della propria dissociazione. Sostanzialmente, ha detto di essersi convinto a »dissociarsi dalla Nco di Cutolo (Pandico rifiuta l'etichetta di pentito), perché il capo era pronto a concedere la testa di ben »7 compagni nostri dei più valorosi per accordarsi con il clan dei Nuvoletta. Pandico ha detto che per lui la goccia che fece traboccare il vaso fu l'attentato a Casillo deciso da Cutolo, per ritorsione contro il proprio ex luogotenente. In un'altra intervista Pandico arrivò addirittura al colmo di censurare l'operato di Tortora. Rimane tuttora misterioso il canale, il tramite attraverso cui il camorrista pentito è riuscito a fare filtrare tutto questo materiale coperto dal segreto istruttorio. Per ora Pandico si consola giocando a carte in una caserma dei Carabinieri di Napoli e godendo dei privilegi negati ad altri detenuti. Inutile dire che il pentito della Nco spera di ottenere dallo Stato gli stessi privilegi finora ottenuti solo dai terroristi.

Giovanni Pandico è uno degli uomini famosi del clan di Cutolo, personaggio psicolabile e paranoico fino all'inverosimile, è stato descritto e raccontato in centinaia di articoli di giornali italiani come uno spregiodicato che ha fatto soffrire centinaia di persone, ultimo il noto conduttore televisivo Enzo Tortora, cittadino onesto ed esemplare come l'Italia ne ha avuto pochi e a cui tutti gli italiani devono ancora molto.


Pubblichiamo di seguito un articolo di Lino Jannuzzi tratto da Il Giornale del 21 Maggio del 2006 che racconta proprio le vicende legate a Tortora e in cui si traccia un profilo del noto criminale Giovanni Pandico.


Il 18 maggio, giorno dell’Ingiustizia

Il 18 maggio ha segnato il diciottesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Per ricordarlo Mauro Mellini, che fu a lungo deputato radicale e fu anche membro del Consiglio superiore della magistratura, ha lanciato a nome dei Riformatori liberali-radicali per la libertà un appello per istituire una giornata nazionale in omaggio alle vittime dell'ingiustizia: «Una giornata in cui il pensiero vada a coloro che, per errore di uomini o per imperfezione e stravolgimento di istituzioni e di leggi, per devianze delle finalità che la giustizia deve perseguire, sono sacrificati e soffrono, lottando perch´ sia conosciuto il loro buon diritto ma invece, vinti e dimenticati, subiscono pene e umiliazioni che non hanno meritato». Una proposta che ha già raccolto illustri consensi e firmatari: i senatori Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Alfredo Biondi; i deputati Gaetano Pecorella e Stefania Craxi; i politici Clelio Darida e Benedetto Della Vedova; il giudice Corrado Carnevale; gli avvocati Mimmo Contestabile ed Ettore Randazzo.
Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino in un albergo di Roma il 17 giugno del 1983, fu trattenuto fino alle 11 in questura, il tempo necessario perch´ la notizia si diffondesse e si raccogliesse dinanzi al portone una torma di giornalisti, fotografi e teleoperatori, per poi trasferirlo ammanettato e fotografato al carcere di Regina Coeli. L'ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di armi e di stupefacenti fu spiccato dalla procura di Napoli per le accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto 'o animale, è un feroce assassino, particolarmente famoso perch´ ha assassinato in carcere Francis Turatello, gli ha sventrato a calci il torace, gli ha strappato il cuore e se lo è mangiato. Giovanni Pandico, psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage sul municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie, uccidendo gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.
Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», quel «venerdì nero» vennero spiccati 855 mandati di cattura e vennero arrestati, assieme a Tortora, 412 persone: 87 di costoro saranno scarcerati, perch´ sono stati arrestati per sbaglio, per «omonimia», si chiamavano come quelli indicati da Barra e da Pandico, ma non erano loro. Dopo sei mesi Tortora, che era stato trasferito nel carcere di Bergamo per ragioni di salute, viene trasportato in ambulanza a Napoli, dove nella caserma Pastrengo viene messo a confronto con due nuovi «pentiti», Gianni Melluso, detto «cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che gli viene presentato con la testa coperta da un cappuccio nero e giura che Tortora a Milano andava a pranzo e a cena con Francis Turatello. Il 17 agosto 1984, più di un anno dopo l'arresto, Tortora viene rinviato a giudizio e nel frattempo i «pentiti» che lo accusano sono diventati prima 8, poi 12, poi 19. Il tribunale, presieduto dal giudice Luigi Sansone, condanna Tortora a dieci anni di reclusione. Il pm Diego Marmo nel corso della requisitoria finale lo definisce «un cinico mercante di morte».
Ancora un anno, e il 15 settembre 1986 Tortora che nel frattempo è stato eletto deputato europeo, ma si è dimesso per farsi processare, viene assolto con formula piena nel processo d'appello: nella sentenza di assoluzione viene rivelato che i pentiti che accusavano Tortora venivano trattenuti tutti insieme nella caserma Pastrengo e la notte le porte delle celle venivano lasciate aperte perch´ potessero riunirsi, bere e mangiare assieme e concordare le accuse. Assieme a Tortora vennero assolti 114 dei 191 rinviati a giudizio, che assieme agli 87 «omonimi» già liberati e ai 60 già assolti nel processo di primo grado fanno 260, più della metà di quelli arrestati nella famosa retata del «venerdì nero». Otto mesi dopo, il 18 maggio 1987, la Cassazione completerà l'opera, confermando l'assoluzione di Tortora e degli altri 131 imputati e annullando un altro po' di condanne. Ma un anno dopo Tortora morirà, stroncato dal tumore. In quelle orrende mura del carcere, dirà nell'ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell'ospedale: «Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro... ». Nessun risarcimento alla famiglia, nessuno dei «pentiti» che l'hanno calunniato è stato incriminato (anzi è stata la figlia di Tortora, che aveva querelato il «pentito» Melluso, a essere condannata a pagare le spese), nessuno dei magistrati che l'hanno inquisito, processato e condannato ha pagato (anzi hanno fatto tutti una brillante carriera).
«Il caso Tortora - dice Mauro Mellini - è stato troppo facilmente dimenticato. E dopo la sua vicenda non è cambiato nulla, non solo nella carriera dei magistrati, ma anche nel codice penale. Non si è tratto nessun insegnamento dal caso Tortora. Al contrario, sono convinto che quella storia, una volta che si è messa in movimento e che si è sviluppata come si è sviluppata, ha rappresentato una sorta di prova tecnica di Mani pulite. È a Napoli con il caso Tortora che sono stati provati gli strumenti, i rapporti con l'opinione pubblica, la disponibilità della stampa e dei giornalisti, l'assenza totale di ogni senso critico in ordine alle dichiarazioni dei "pentiti", tutta una serie di cose che hanno dato ai magistrati un senso di onnipotenza nell'uso e nell'abuso dei mezzi che hanno nelle mani. L'unica reazione che allora ci fu, il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, proposto dai radicali e dai socialisti, e stravinto con più dell'80 per cento dei voti dei cittadini italiani, fu vanificato perch´ fu fatta una legge che in pratica ha blindato l'impunità dei magistrati. E i magistrati pretendono che nessuno si permetta di denunciare i loro errori, e i pochi giornalisti che si azzardano a farlo, vengono querelati e condannati dai colleghi di corporazione e di corrente dei querelanti. E la magistratura tende sempre più a dilatare la sua funzione e ad assoggettare le altre funzioni dello Stato... ».