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martedì 25 dicembre 2012

Antonio Schirato, Clemente e Pasqualino Perna, Ciro Starace, i quattro della Nco di Avellino


29 maggio 1983. L’evasione degli emissari della Nco


 – Quel 29 maggio 1983 era una calda domenica di primavera inoltrata: a mezzogiorno dal muro di cinta del carcere di via Dalmazia che si trova al centro di Avellino (il carcere Borbonico oggi diventato museo), si calano uno alla volta quattro detenuti appartenenti alla Nco di Cutolo, la nuova camorra organizzata. Un commando armato di complici in moto li aspetta fuori. Uno dei tre, il killer Antonio Schirato (30 anni) non riesce però a scappare, perché cade e si frattura un femore. Gli altri tre, i cugini Clemente e Pasqualino Perna (di 29 e 32 anni) e Ciro Starace (29 anni), si dileguano: Starace verrà arrestato, casualmente, quattro mesi più tardi, dopo aver forzato un posto di blocco dei carabinieri.
Tutti e quattro erano considerati gli emissari della nuova camorra organizzata in Irpinia. Nel giro di 24 ore il procuratore capo di Avellino, Antonio Gagliardi, emette una lunga serie di provvedimenti giudiziari, ipotizzando pesanti responsabilità a carico dei sette agenti di polizia giudiziaria e dello stesso direttore del carcere Umberto Solimene: quattro mesi dopo vennero condannati in primo grado per il reato di “procurata evasione colposa” (con pene dai sei mesi ad un anno).
Erano gli anni della guerra di camorra, gli anni in cui aveva già raggiunto l’apice l’impero di Raffaele Cutolo (o’ professore), ed erano anche gli anni di piombo, anni in cui si respirava violenza quotidianamente, dove magari era più difficile resistere alle minacce di una camorra che sembrava invincibile. Anche qui in Irpinia. Erano infatti gli anni in cui il sindaco di Quindici dell’epoca, Raffaele Graziano, venne destituito dal prefetto per sospetti rapporti con la camorra (proprio con Cutolo). Un sindaco, l’allora 42enne Raffaele Graziano, che tra l’altro era stato eletto mentre era in carcere, sospettato di essere il mandante di un delitto.
L’anno prima, nel 1982, il procuratore Gagliardi era stato ferito in un attentato camorristico lungo la strada Nazionale che collega Monteforte al Baianese. Nel novembre del 1981 Antonio Schirato, quello con il femore rotto, aveva gambizzato, su ordine del numero due della Nco Enzo Casillo (Cutolo era contrario) il giornalista sportivo della Rai Luigi Necco. Si era azzardato ad accostare, per la prima volta in quegli anni, il mondo del calcio a quello della malavita organizzata. Erano gli anni dell’Avellino in serie A. La camorra si era riversata in città per succhiare i soldi che dovevano servire per i terremotati. Non se ne è più andata.
Articolo tratto da Avellino Ottopagine

lunedì 2 luglio 2012

Immacolata Iacone, la moglie del boss Raffaele Cutolo

Immacolata Iacone, moglie del
noto boss della Camorra
Raffaele Cutolo
NAPOLI - "Se ti sposi con me è come essere vedova". Queste le parole che Raffaele Cutolo, ex boss della Nuova Camorra Organizzata, ha pronunciato a colei che sarebbe diventata sua moglie nel 1983. Lei, mmacolata Iacone, ne parla a Tu Style, il settimanale diretto da Marisa Deimichei, in edicola domani 8 aprile. ra tutta la la sua è vita è la figlia Denise, nata con inseminazione artificiale."Quando l´ho conosciuto non mmaginavo chi fosse, ma tutti lo chiamavano ´O Professore´. Avevo 17 anni e lui 37, era già in prigione". mmacolata lo conosce quando va a trovare in carcere il fratello, accusato di omicidio e poi assolto. Dopo un paio di settimane Cutolo le fa avere un biglietto: "Sono rimasto colpito per la spontaneità di una ragazza acqua e sapone". Mesi dopo Immacolata torna in carcere: "Era l´8 maggio del 1981, all´ingresso del penitenziario distribuivano rose rosse. Ne diedero una anche a me. Quando mi avvicinai per salutarlo disse: ´Quella rosa e´ un mio regalo. Mi sentivo un uomo spento, ma con te sono rinatò, poi mi chiese di sposarlo e aggiunse: ´Devo scontare ancora due anni di carcere, ma una volta fuori faremo una vita bellissima´, io a quel punto - continua Immacolata - gli risposi: ´Non sono niente due anni, ti aspetterei anche 20´´. Dopo avere chiesto la mano al padre della ragazza, arrivò il primo bacio, che fu anche l´ultimo e poi più niente, nessun contatto, poiché la speranza di detenzione di due anni per Cutolo si trasformò in una lunga serie di trasferimenti da carcere a carcere. 

Immacolata Iacone, moglie di
Raffaele Cutolo, oggi
"Ci sposammo - aggiunge Immacolata Iacone - il 26 maggio del1983, indossai l´abito bianco e all´altare mi portò l´avvocato. Raffaele mi aspettava di fronte all´altare. Era la prima volta che lo vedevo dalla testa ai piedi. Mi baciò la mano e la fronte. Dall´emozione inciampai nel vestito. Stavo per cadere, lui mi sostenne. Quella è stata l´unica volta che l´ho visto fuori da una cella, senza il filtro di un vetro". Dopo quel giorno per la moglie di colui che trasformò la camorra da fenomeno locale in un´organizzazione a livello nazionale, iniziò un periodo tragico: accusata di fare da complice al marito venne arrestata e in un secondo momento scagionata. Le ammazzarono padre e fratello, poi toccò allo zio, e nello scorso luglio anche la madre è stata uccisa. Immacolata continua, confidando a Tu Style: "L´unica colpa che ho è di essermi innamorata di un uomo che si chiama Cutolo. Quando l´ho conosciuto non sapevo chi fosse e ancora oggi non so bene cos´abbia fatto. Ma di una cosa sono certa: qualsiasi atrocità abbia commesso, sta pagando in carcere a differenza di altri che sono fuori. E sto pagando anche io con lui. Sto segregata in casa perché mi dicono che è un disonore uscire essendo moglie di un carcerato. E´ durissimo vivere così". Ora la Iacone vive per la figlia Denise, nata il 30 ottobre scorso. "Mi ha ridato la forza di vivere, di passeggiare, di uscire a fare le spese, di invitare gli amici a cena. Sogno di andare lontano con lei, per regalarle il futuro che merita".
07/04/2009



La moglie del noto boss fondatore della NCO Raffele Cutolo si racconta in una storica trasmissione della Rai, Storie Maledette, condotta dalla giornalista Franca Leosini


Video n°1

Video n°2

Video n°3

Video n°4

Video n°5

Video n°6

martedì 26 giugno 2012

Don Raffaé, la canzone che De André scrisse ispirandosi a Cutolo

"don Raffaè, Voi politicamente,
io ve lo giuro, sarebbe 'nu santo...
ma 'ca dinto voi state a pagà
e fora chist'ate se stanno a spassà"


E' senza ombra di dubbio da inserire tra le dieci canzoni italiane più belle mai scritte nel ventesimo secolo. Musica e parole degne veramente di un grande artista quale è stato Fabrizio De Andrè. Sul significato che esprime si potrebbero scrivere libri, e in effetti lo si sta facendo da qualche tempo a questa parte, da quando scrittori del calibro di Pino Aprile hanno ridato linfa alla vecchia "Questione Meridionale". Linfa che sta iniziando a scuotere le coscienze del popolo napoletano, ma non dei suoi politici: peggio per loro!

Sulla canzone vi sarebbero anche alcuni aneddoti che varrebbe la pena di citare. Primo fra tutti il carteggio tra Cutolo e il famoso cantautore genovese.


COME NELLA CANZONE " DON RAFFAE' "
De Andre' : io fui facile profeta, me lo confermo' Cutolo


Fabrizio de Andrè
Fabrizio De Andre' sta per salire sul palco per la prova generale del suo nuovo concerto. Per la seconda volta in pochi mesi un fatto di cronaca ricorda una sua canzone. Prima la professionista dell'amore cacciata dalle donne di un paese (come in "Bocca di Rosa"), ora la connivenza mafiosa del vicecapo degli agenti di custodia di un famoso carcere, proprio come viene narrato nella canzone "Don Raffae". "Be', sono un profeta, come Geremia, come Isaia - scherza De Andre' -. Non ci voleva molto per immaginare che un capo della camorra avesse al suo soldo qualcuno del carcere. Con gli stipendi che passa lo Stato ai secondini e la forte personalita' di certi capi camorristici e mafiosi non c'e' da stupirsi se si creano connivenze e legami profondi. La canzone "Don Raffae'" alludeva a Raffaele Cutolo, ma ovviamente ne' io ne' Massimo Bubola, coautore del brano, disponevamo di notizie di prima mano sulla sua detenzione. Immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto una lettera di Cutolo che mi faceva i complimenti per la canzone e aggiungeva: "Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalita' e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato". Non si era offeso e gli era piaciuto il verso "Don Raffae' voi politicamente, io ve lo ggiuro sarebbe nnu santo" ed anche quello in cui il secondino gli chiede il favore di trovare un posto di lavoro a un suo parente. Alla lettera Cutolo aveva allegato un libro di sue poesie. Almeno un paio davvero pregevoli. Gli ho riposto per ringraziarlo. Recentemente - conclude De Andre' - mi ha scritto ancora. Pero' stavolta non gli ho risposto. Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo. Per finire in manette basta assai meno".

Articolo del "Corriere della Sera" del 12 Febbraio 1997



Versione Registrata con immagini del Film "Il Camorrista"

Versione Live



Don Raffaè è una canzone scritta da Mauro Pagani per la musica e da Massimo Bubola e Fabrizio De André per il testo.

La canzone, tratta dall'album Le nuvole del 1990, è particolare in quanto cantata in napoletano. La canzone è stata anche incisa cantata in duetto con Roberto Murolo, che l'ha inserita nel suo album di duetti Ottantavogliadicantare (1992); tale versione è stata inserita anche nella raccolta del 2008 Effedia - Sulla mia cattiva strada. La canzone è stata altresì inserita nell'antologia postuma Da Genova, uscita alla fine del 1999.
Storia

Don Raffaè nasce dalla collaborazione di Fabrizio De André con Massimo Bubola per la stesura del testo, e con Mauro Pagani per la scrittura della musica. L'uso del dialetto non è comunque inusuale per lo stile dell'artista, in quanto appartenente al periodo della svolta world del cantautore.

La canzone è una denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni ottanta, e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose.

Don Raffaele Cutolo
Nel brano si narra infatti di Pasquale Cafiero, un brigadiere di Polizia Penitenziaria del carcere di Poggioreale ormai sottomesso e corrotto da un boss malavitoso in galera, il Don Raffaè del titolo, a cui la guardia chiede diversi favori (prestargli un cappotto, trovare un lavoro a un suo fratello disoccupato da anni) e offre ripetutamente un caffè, ma anche la condizione di vita agiata all'interno del carcere dello stesso bos. Il brigadiere ha come unica speranza di miglioramento della propria condizione, quella di chiedere intercessione al boss Don Raffaè: per trovare lavoro o una casa, per ottenere giustizia, ma anche per un cappotto elegante da poter usare ad un matrimonio.

Secondo le parole dello stesso De Andrè, «la canzone alludeva a Raffaele Cutolo» noto camorrista e fondatore dellaNuova Camorra Organizzata, sebbene né lo stesso De Andrè né il coautore Massimo Bubola disponessero «di notizie di prima mano sulla sua detenzione». Anche lo stesso Cutolo pensò a una dedica alla sua persona e scrisse al cantautore genovese per chiedergli se “Don Raffaè” fosse effettivamente lui e per complimentarsi, meravigliandosi inoltre di come De Andrè fosse riuscito a cogliere alcuni aspetti della personalità e della sua vita carceraria, senza avere a disposizione informazioni dettagliate. De Andrè rispose alla lettera di Cutolo per ringraziarlo, ma evitò di continuare il carteggio con il boss, e lasciandolo libero di pensare che la canzone fosse dedicata a lui o meno.

Il ritornello della canzone è ripreso chiaramente dal brano O ccafè di Domenico Modugno.

Una incisione del brano è stata realizzata in coppia con Roberto Murolo, ed una esecuzione è stata cantata dai due in occasione del Concerto del Primo Maggio del 1992.

giovedì 21 giugno 2012

Salvatore di Maio, detto Tore 'o Guaglione, capozona negli anni 80 per Cutolo nel salernitano


Incubo dei gioiellieri Era il luogotenente di don Raffaele
08 luglio 2010 — pagina 02 sezione: Nazionale

• Nato il 22 giugno 1958, nocerino, Salvatore Di Maio, soprannominato "Tore o’guaglione", all’inizio degli anni Ottanta, a soli 24 anni, era ritenuto uno spietato luogotenente del capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.
• Considerato il braccio armato del boss di Ottaviano nell’Agro-nocerino, tra l’ottobre del 1978 e lo stesso mese dell’80 contro di lui furono emessi 4 mandati di cattura. Di Maio inizia giovanissimo ad infrangere la legge: ad appena 15 anni viene multato per guida senza patente, quindi denunciato per il furto di una gettoniera telefonica. Negli anni successivi si specializza nelle rapine alle gioiellerie, ritenuto vicino al boss di Pagani, Salvatore Serra (detto "Cartuccia", morto "suicida" in carcere nel 1981, alcuni mesi dopo l’omicidio del suo legale, il sindaco di Pagani, Marcello Torre), cambia poi alleanza criminale passando dalla parte di Raffaele Cutolo che si opponeva a Serra per il controllo malavitoso dell’agro-nocerino. Assieme ad Antonio Benigno, Salvatore Di Maio nei primi anni Ottanta è il capo incontrastato della Nco nel Salernitano.
• Viene accusato di omicidi, tentati omicidi, rapine ed estorsioni. Arrestato dopo due anni di latitanza il 5 gennaio del 1981, evade dal vecchio carcere di Salerno il 15 giugno del 1982, due giorni dopo essere stato condannato dalla Corte d’Assise a 13 anni di reclusione per associazione per delinquere, rapina ed estorsione. La sua latitanza dura pochi mesi. Il 12 novembre dell’82 viene catturato dall’allora capitano dei carabinieri di Nocera Inferiore, Gennaro Niglio, che lo insegue sui tetti di una villetta di Pomezia. Imputato in numerosi processi ad affiliati alla Nuova Camorra di Cutolo, è stato indicato tra i killer e i mandanti di diversi delitti. Condannato a 6 ergastoli per altrettanti omicidi durante la mattanza di camorra, è stato prosciolto da alcuni reati ed assolto per altri delitti.
• Di Maio è stato assolto dall’accusa di aver fatto parte del commando che uccise Marcello Torre, il primo cittadino di Pagani freddato sotto casa l’11 dicembre del 1980, delitto per cui ventidue anni più tardi è stato condannato solo il mandante, Raffaele Cutolo. Assoluzione anche per l’omicidio della piccola Simonetta Lamberti, 10 anni, colpita per errore il 29 maggio del 1982, in un agguato il cui obiettivo della camorra era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, all’epoca procuratore di Sala Consilina. (a. r. c.)
fonte:La città di Salerno


Il cutoliano Salvatore Di Maio
in estate torna un uomo libero

Ex luogotenente di Cutolo è in carcere da quasi 30 anni,
finito il regime di carcere duro ha ottenuto permessi

Il maxi processo contro la Nco
Il maxi processo
contro la Nco
SALERNO Salvatore Di Maio, ex luogotenente di Raffaele Cutolo nell'Agro sarnese nocerino, entro la prossima estate sarà "uomo libero". Tore o´guaglione, dopo 30 anni di carcere, anche duro (41 bis), con più di 10 omicidi sulle spalle, e senza mai pentirsi, lascerà le patrie galere. Il traguardo sembra ormai solo questione di tempo.Un primo passo già è stato fatto. Faccia d´angelo (nomignolo datogli per l'espressione candida del suo viso), infatti, ha ottenuto un permesso premio, ad inizio anno, al quale farà seguito un secondo, a fine mese. Consentendogli di abbandonare, per qualche giorno, il penitenziario romano di Rebibbia. Ad accoglierlo, i religiosi di un istituto della capitale dove sembra si trovi bene. Per Legge, dopo dieci anni di carcerazione e buona condotta, il detenuto può avanzare richiesta di permesso. Se concesso, dovrà attendere 45 giorni e riformulare domanda. Un percorso "facile" ma non per chi, come Di Maio, ha avuto il 41 bis e non ha mai pensato, minimamente, di collaborare con lo Stato.
Noto esponente della Nco (nuova camorra organizzata) il 54enne, fedelissimo del "professore di Ottaviano", Raffaele Cutolo, controllava, incontrastato, la zona dell'Agro nocerino sarnese potendo contare sulla fiducia del "capo". A consentirgli il rilevante traguardo è stato il suo difensore, il penalista nocerino Antonio Sarno. "E´ il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis che ottiene tale beneficio - spiega l´avvocato Sarno. Il mio assistito ha già ottenuto un permesso-premio e non credo ci siano ostacoli tali da bloccarne altri, in futuro. E´ presto per dirlo ma se continuiamo nel solco intrapreso Di Maio potrebbe presto terminare la detenzione, almeno in carcere". L´avvocato è cauto e la parola "libertà" non la cita anche se il percorso intrapreso porta dritto dritto a quell´epilogo. Facendo due conti, infatti, Di Maio ha terminato la pena, i quasi 30 anni di carcere e l´aver ottenuto permessi-premio la dice lunga sul futuro che si prospetta, di qui a poco. E tutto questo, senza dimenticare che l´ex luogotenente di Cutolo non si è mai pentito. Non ha mai collaborato con la Giustizia, scegliendo la pena, il carcere. Una notizia che circolava da settimane ma che ha trovato ufficialità solo dopo il primo permesso, all´inizio dell´anno, quando il nocerino ha potuto passeggiare per le strade di Roma.
"Appena ottenuto il permesso ho sentito il mio assistito, spiega l´avvocato Sarno, e credo abbia provato sensazioni che non viveva da molto". Il noto penalista nocerino pesa le parole ma si intuisce "l´ emozione" avvertita per la libertà. Insomma, Di Maio, ex luogotenente Nco è il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis con permessi-premio e a breve la libertà. Sul suo conto si sono spesi fiumi di inchiostro. La sua militanza nell'organizzazione di Cutolo è stata di breve durata se si pensa che è finito in carcere poco più che ventenne. Si è arruolato giovanissimo conquistando la fiducia del "professore". Coinvolto in quasi 15 omicidi, Di Maio è finito nelle maglie della magistratura anche per omicidi considerati "eccellenti": Come la morte del sindaco di Pagani, Marcello Torre, nel 1980. Omicidio per il quale potrebbe anche essere riaperto il fascicolo, almeno come si sussurra da qualche mese. Come dimenticare la morte di Simonetta Lamberti, figlia di appena 10 anni del magistrato cavese Alfonso che, pur di individuare il colpevole non esitò a contattare Di Maio, per incontrarlo di persona. Poi, le numerose faide e le "trasferte" a Napoli, vicino al capo. Inizia pian piano il declino della Nco spa con guerre intestine che portano a 360 morti ammazzati, in un sol anno. Salvatore viene anche arrestato e clamorosamente evade dal carcere di Salerno. Ad acciuffarlo, tra Roma e Latina, è l'allora capitano dei carabinieri Gennaro Niglio.
Rosa Coppola
18 gennaio 2010
Il corriere della sera

Salvatore Serra, detto a' Cartuccia. Uomo di fiducia di Cutolo poi dissociatosi

'COSI' COSTRINSERO UN DETENUTO A TOGLIERSI LA VITA IN CELLA'
19 febbraio 1985 — pagina 13 sezione: CRONACA

NAPOLI - Ecco come viene "suicidato" un boss della mala organizzata, prima amico di Cutolo e poi suo acerrimo avversario. Una lunga "guerra di nervi", messaggi sprezzanti e minacciosi tipo: "Ormai quello non è più un uomo. E' uno che porta in giro il suo cadavere". Salvatore Serra, soprannominato "Cartuccia", era un temuto padrino di Pagani con influenza su un vasto territorio che comprendeva altri centri dell' area salernitana: da Nocera ad Andri a Scafati. Entra a un certo punto in rotta di collisione con il super padrino di Ottaviano, gli fa una spietata concorrenza nel controllo dei traffici illeciti. La reazione del capo della Nco non si fa attendere: sentenza di morte. "Cartuccia" si trova nel supercarcere di Ascoli Piceno, in una cella attigua a quella di Raffaele Cutolo. "Diventerà presto la sua tomba", afferma con durezza il superboss. Pian piano i nervi di Salvatore Serra cedono. Ha un forte esaurimento nervoso. Il racconto della sua morte è riecheggiato ieri mattina nell' aula-bunker grande come uno stadio, all' interno del carcere di Poggioreale dove si celebra il processo al primo troncone della Nuova camorra. E' Giovanni Pandico, uno dei primi camorristi pentiti, a fare l' agghiacciante racconto: "E' stato Gennaro Chiariello, l' ex vice brigadiere che comandava gli agenti di custodia di Ascoli Piceno - dice - a prostrare psicologicamente SalVatore Serra. Lo ha fatto impazzire. Lo ha indotto a salire su un termosifone e a mettere la testa in un cappio. Salvatore Serra minacciava di togliersi la vita e lui lo ha aiutato. Su suggerimento di Cutolo ha dato un calcio al termosifone e "Cartuccia" è rimasto appeso. E' stata una scena straziante". Davanti ai giudici l' ex vice brigadiere protesta la sua innocenza e la sua totale estraneità al fatto. "Non ho commesso niente di quello che mi viene attribuito. Sono tutte infamie. Voglio un confronto diretto con Pandico e gli altri che mi accusano, compreso Ciro Starace. I camorristi cutoliani io li conoscevo soltanto perchè stavano nel carcere dove io prestavo servizio, ma non perchè avessi rapporti con loro". Contro Gennaro Chiariello nessun provvedimento della magistratura di Ascoli Piceno è stato adottato in seguito al suicidio del boss di Pagani. In questo processo, l' ex sottufficiale deve rispondere soltanto di associazione per delinquere e di affiliazione alla Nco. E' stata la giornata di altre guardie carcerarie, a testimonianza delle complicità e delle coperture di cui godevano i camorristi nel supercarcere di Ascoli dove per un lungo periodo è stato detenuto anche Raffaele Cutolo. Pandico e Pasquale Barra hanno fatto i nomi del maresciallo Guarracino e di Rosario Adamo: questi avrebbe consegnato tre pistole a Renato Vallanzasca "in cambio di una notte d' amore con la moglie del bandito". Gli interrogatori sono proseguiti uno dietro l' altro, per diverse ore. Sono stati sentiti alcuni imputati beneventani, poi Giuseppe Radunanza, cugino del più conosciuto Domenico, capozona a San Giuseppe Vesuviano. Angelo Santaniello si è scagliato contro Barra: "E' un menzognero. Ho conosciuto Cutolo ed altri camorristi solo perchè stavamo nello stesso carcere". Pasquale Sassolino, Francesco Batti, i fratelli baresi Angelo e Cosimo Linetti (difesi dall' avvocato Michele Cerabona) che si sono definiti "non gangster, ma borseggiatori non violenti". Cosimo ha detto: "Mi chiamano mani di velluto, ma non ho mai sparato. Ho avuto anche molta sfortuna e sono stato in carcere per venticinque anni. Però il marchio di camorrista non si addice alla mia persona". Emerge una linea di difesa comune per i 251 imputati di questo primo troncone: non conosciamo Cutolo e lo abbiamo visto qualche volta. Non abbiamo partecipato alle azioni della Nco. C' è stato un momento di tensione quando il presidente Luigi Sansone ha allontanato Chiti, Fiorella Pignozzo e Mario Astorina che aveva chiesto ai giudici: "Mi date carta e penna per scrivere un' istanza?". Quando gli è stato risposto di no ha reagito: "Ma allora voi non siete dei giudici. Siete una corte marziale!". Domani arriva Enzo Tortora, incriminato per associazione per delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Dopo l' autorizzazione a procedere data dal Parlamento europeo, l' ex presentatore di Portobello entrerà nel processo al primo troncone della camorra cutoliana. Arriverà a Poggioreale quasi sicuramente in compagnia di Marco Pannella. Per questa mattina, nella sede del gruppo consiliare radicale, Tortora terrà una conferenza stampa. - 
di ERMANNO CORSI
La Repubblica

domenica 17 giugno 2012

Il Camorrista (il romanzo di Giuseppe Marrazzo)

"Il camorrista" 
Autore Giuseppe Marrazzo
1ª ed. originale 1984
Genere romanzo 
Sottogenere biografia 
Lingua originale italiano
Protagonisti Raffaele Cutolo

Il camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo è un romanzo del 1984 di Giuseppe Marrazzo. Il libro è incentrato sulla vita di Raffaele Cutolo, uno dei boss più potenti della camorra degli anni settanta e ottanta, fondatore della Nuova camorra organizzata (NCO).

Il romanzo è strutturato in dodici capitoli e narra la vita di Cutolo in prima persona, come una sorta di memoriale in cui il boss, al termine della sua parabola, ripercorre i momenti salienti della propria vicenda umana e criminale. La narrazione comincia dal momento finale, ossia dal trasferimento di Cutolo al carcere di massima sicurezza dell'Asinara nel 1982, che segna la conclusione del suo potere sulla malavita campana. Da qui ha inizio il lungo flashback nel quale Cutolo si racconta, a partire dagli anni dell'infanzia.

Nato e cresciuto ad Ottaviano, paese del Vesuviano, da una famiglia di contadini, il giovane Raffaele si rende responsabile di un omicidio a diciannove anni e finisce nel carcere di Poggioreale, dove in pochi anni costruisce una nuova organizzazione criminale a cui darà il nome di Nuova Camorra Organizzata. L'associazione a delinquere si fonda principalmente sulle estorsioni e il contrabbando di sigarette, oltre a una piccola fetta dello spaccio di droga destinata a crescere negli anni successivi. Grazie ad una gestione decisa e carismatica, Cutolo crea intorno a sé una corte di fedelissimi fra i quali spiccano la sorella Rosetta e l'amico d'infanzia Vincenzo Casillo detto 'o Nirone, che fungono da suoi emissari al di fuori del carcere.

Quando la potenza della Nco cresce al punto da intralciare gli affari delle altre famiglie della camorra tradizionale, Cutolo scatena una guerra spietata che insanguinerà per anni il territorio di Napoli e dell'intera Campania, con centinaia di morti ammazzati da entrambe le parti.

Nel frattempo il boss, che molti chiamano 'o Professore per la sua aria da intellettuale, tesse una rete di legami con le altre organizzazioni criminali (mafia, 'ndrangheta, ma anche mafia italo-americana) e con esponenti della politica locale e nazionale, ottenendo protezioni, favori, trasferimenti in carceri più adatte al suo ruolo di comando (come ad esempio il carcere di Ascoli Piceno, dove Cutolo vivrà a lungo da ospite di riguardo più che da recluso). L'occasione d'oro per l'affermazione della Nco nel panorama criminale italiano è offerta dal terremoto del 1980, che apre a Cutolo la possibilità di accedere ai sostanziosi appalti della ricostruzione, ma che acuisce anche la rivalità con gli altri clan, causando un nuovo efferato bagno di sangue.


L'inizio della fine della parabola di Cutolo coincide anche con il momento del massimo riconoscimento della sua potenza. Dopo il sequestro dell'assessore campano Ciro Cirillo, esponente della Democrazia cristiana, da parte delle Brigate rosse, il boss viene contattato dai Servizi segreti e da colleghi di partito dell'assessore affinché interceda, attraverso i suoi contatti con brigatisti detenuti, presso i sequestratori. In cambio, Cutolo ottiene la promessa di importanti privilegi, come la permanenza nel carcere di Ascoli e l'allentamento della pressione delle forze dell'ordine sul territorio di Napoli. La liberazione di Cirillo, ribadisce l'io narrante, non è voluta dallo Stato per la salvezza di un essere umano, ma per il timore che la pressione del sequestro lo induca a rivelare particolari scottanti sui legami della Democrazia cristiana con le organizzazioni criminali.

Cutolo negozia coi brigatisti, che si accontentano di una somma di denaro quale riscatto e rilasciano Cirillo indenne. Ma anziché ricevere la sua contropartita, Cutolo viene abbandonato al suo destino, trasferito nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara per ordine del presidente della Repubblica Sandro Pertini e qui tenuto a lungo in isolamento. Convinto di essere stato abbandonato anche dal suo luogotenente Casillo, che ha avviato trattative di alleanza con le altre famiglie rivali, Cutolo emette la sua ultima sentenza di condanna a morte attraverso i suoi avvocati. Il 29 gennaio1983 Vincenzo Casillo viene fatto saltare in aria nella sua auto, con grande soddisfazione del boss che apprende la notizia dal telegiornale.

Adattamento cinematografico 

Al libro di Marrazzo è liberamente ispirato il film del 1986 Il camorrista, che segna l'esordio alla regia di Giuseppe Tornatore. Protagonista della pellicola è l'attore italoamericano Ben Gazzara, che veste i panni di Raffaele Cutolo.





Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

giovedì 7 giugno 2012

Raffaele Cutolo depone in merito ai rapporti con Giovanni Pandicoin un raro documento cinematografico.



Il capo della nuova camorra organizzata testimonia in tribunale a Napoli sui suoi rapporti con Giovanni Pandico, e contesta la testimonianza da questo resa precedentemente.
Raffaele Cutolo depone in Tribunale

Raffaele Cutolo, detto 'O Prufessore 'e Ottaviano


Raffaele Cutolo, detto il professore
di Vesuviano, in un immagine degli
anni 80
Raffaele Cutolo nasce il 20 dicembre del 1941 ad Ottaviano, da Michele e Carolina Ambrosio. È fratello di Rosetta e di Pasquale, entrambi futuri criminali. Il padre, detto 'O monaco per la sua religiosità, è uno zappatore mezzadro più volte sottoposto alle vessazioni del padronato tanto da ricorrere ai favori del boss locale, Alfredo Maisto, responsabile delmercato nero campano al pari di Pasquale Simonetti, detto Pascalone 'e Nola. È proprio grazie all'influenza di Maisto che il giovane Cutolo prende parte ad un omicidio avvenuto al mercato di Aversa: un luogotenente di Maisto, Aniello Scamardella, porta con sé il ragazzo e gli affida una pistola che utilizzerà per l'assassinio di un mercante per motivi legati alla trattativa di bestiame.
Raffaele, dopo la licenza elementare, non prosegue gli studi e svolge numerosi lavori come garzone presso artigiani locali. L'infanzia e l'adolescenza di Cutolo si completano in un quadro di degrado sociale e culturale dove è palese l'assenza dello Stato e l'egemonia dei latifondisti e della camorra rurale.
Cutolo ha riconosciuto legalmente due figli, Roberto - nato dalla breve relazione (8 mesi) con Filomena Liguori, denunciata più volte per sfruttamento della prostituzione - e Denise. Roberto, pregiudicato, è stato ucciso a Tradate inLombardia dalla 'ndrangheta per una vendetta trasversale il 19 dicembre 1990. Nel corso della latitanza, Raffaele Cutolo conosce Lidarsa Bent Brahim Radhia, una donna tunisina cui dedicò una poesia. Dalla relazione, nasce Yosra.

Nel 1980 Cutolo compra da Maria Capece Minutolo, vedova del Principe Lancillotti di Lauro, il Castello Mediceo, per una spesa di 270 milioni [1]. Il Castello, già appartenuto dal 1567 alla famiglia principesca dei de' Medici di Ottajano, fu per pochissimi anni adibito a quartier generale della NCO, che Cutolo provvedeva a dirigere direttamente dalle carceri di Poggioreale e di Ascoli Piceno.
Il suddetto Castello Mediceo (detto anche Palazzo del Principe), fu nel 1991 confiscato dallo Stato e dato in proprietà al Comune di Ottaviano. In seguito, tra l'altro, è divenuto Sede del Parco Nazionale del Vesuvio.
Nel 1983 sposa Immacolata Jacone, figlia di Salvatore[2], sorella di Giovanni[3] e Luigi Jacone[4], tutti pregiudicati. Il matrimonio viene celebrato dallo storico cappellano del carcere dell'Asinara, don Giorgio Curreli. Contrariamente a quanto si vede nel film a lui ispirato, Raffaele Cutolo sposa Immacolata Jacone nella suggestiva chiesa di Cala d’Oliva. Di quell'evento, che non mancò di suscitare polemiche, restano 36 foto mai rese pubbliche[5].
Il 30 ottobre 2007 diventa di nuovo padre[6]. La bambina viene concepita attraverso l'inseminazione artificiale cui si sottopose la moglie Immacolata Jacone grazie ad una speciale autorizzazione ottenuta nel 2001.
Raffaele Cutolo è stato condannato a 4 ergastoli da scontare (dal 1995) in regime di 41 bis. Il boss ha più volte criticato tale regime che, a suo parere, viola i diritti umani tanto da preferire la pena di morte [2].
Ha trascorso gran parte della sua vita in carcere, proprio come Salvatore De Crescenzo detto Tore e' Crescienzo, esponente della vecchia camorra ottocentesca. È stato ospitato da diverse carceri italiane e dal 2007 è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Terni nella cella che fu di Bernardo Provenzano. Attualmente è difeso dai penalisti Gaetano Aufiero e Paolo Trofino.

Una carriera criminale [modifica]

Il primo incontro con il carcere[modifica]

Raffaele Cutolo detto
'o prufessore 'e Vesuvano
La storia criminale di Raffaele Cutolo inizia nel 1963 con l'omicidio di un ragazzo del suo stesso paese, Michele Viscido. Raffaele Cutolo percorreva il viale principale di Ottaviano con l'auto in folle per mancanza di benzina. Era l'ora del passeggio e, nella confusione, urtò leggermente le gambe di una ragazza, Nunzia Arpaia. La ragazza protestò, lui la schiaffeggiò e ne nacque una lite che coinvolse altre persone. Cutolo sparò e uccise Viscido, poi scappò per presentarsi due giorni dopo alle forze dell'ordine. Per questo reato Cutolo fu condannato all'ergastolo, pena ridotta inappello a 24 anni di reclusione.
Per il delitto Viscido, Cutolo varca le porte del carcere di Poggioreale nel 1963. Nel corso della detenzione, Cutolo elabora, sul modello della Bella Società Riformata, il suo progetto criminale ispirato ad "un’ideologia pseudo-ribellista di impronta meridionalistica, che attingeva in parte alla propaganda delle organizzazioni terroristiche"[7].
È dunque nel carcere che crea le basi per una organizzazione criminale cui saranno affiliati, in primo luogo, i detenuti di cui Cutolo conosce profondamente le esigenze, i bisogni, le velleità. Il boss fa leva su una giustizia di matrice popolare di cui il sottoproletariato sente il bisogno e ne rimane affascinato. In tal senso, è utile ricordare una dichiarazione di Cutolo riportata da Sales: Dicono che ho organizzato la nuova Camorra. Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta[8]. La stessa ideologia traspare nella celebre intervista rilasciata a Enzo Biagi nel 1986 [3].
Dietro le sbarre ha modo di sfidare il famoso capocamorra Antonio Spavone, detto o' malommo o guappo gentiluomo. Spavone è un boss alla vecchia maniera, gode di privilegi all'interno del carcere senza condividerli con gli altri. Con questo pretesto, Cutolo sfida il capocamorra a duello (o Zumpata, come viene definito il duello all'arma bianca[9]) ma questi non si presenta. In ogni caso, l'episodio lo rende popolare tra i detenuti che, sempre più numerosi, chiedono la sua protezione.

La nascita della NCO 

Raffaele Cutolo in una rara intervista alla Rai
Il 24 ottobre 1970 (San Raffaele) nasce la "Nuova Camorra Organizzata" (NCO). Si tratta di un'organizzazione piramidale e paramilitare, basata sul culto di una sola personalità. Questi sono i ruoli assunti dagli affiliati: il picciotto, il camorrista, lo sgarrista, il capozona e infine il santista. Al vertice c'è solo Raffaele Cutolo detto "Vangelo"[10]. Tra i primi affiliati si ricordano i detenuti Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra[11], Giuseppe Puca, Michele Iafulli. Il grado di santista (braccio destro di Cutolo) è raggiunto solo dall'imprenditore Vincenzo Casillo, Pasquale Barra, Davide Sorrentino, Antonino Cuomo e Giuseppe Puca. Un ruolo particolare spetta a Alfonso Rosanova, imprenditore e mente economica della NCO, e a Rosetta Cutolo. Ma soprattutto, Cutolo conta su un esercito di giovani - la cosiddetta manovalanza cutoliana - affiliati tra le maglie del sottoproletariato.
L'affiliazione prevede l'adesione totale alla volontà del capo. Questa è simbolicamente rappresentata da un rituale diiniziazione per il quale i nuovi adepti giurano fedeltà ripetendo un testo ispirato ai cerimoniali di stampo massonico. Il testo è stato ritrovato grazie all'arresto di Giuseppe Palillo, e proprio per questo è detto Giuramento di Palillo. Alcuni storiografi ritengono che si tratti di un rituale mutuato da quello della 'ndrangheta alla quale Cutolo si affiliò tramite iPiromalli e Paolo De Stefano[12].
L'adesione alla NCO è stimolata da un ritorno economico: i proventi di un qualunque attività illegale (gioco d'azzardo, lotto nero, totonero, spaccio di droga, contrabbando di armi e sigarette, rapine, estorsioni, tangenti, truffe sui fondi comunitari, furto e ricettazione, usura) erano suddivisi tra gli autori, Cutolo stesso, ed una "cassa comune" destinata al mantenimento delle famiglie dei carcerati ed al pagamento degli studi dei loro figli più promettenti. In realtà, la NCO si trasforma in breve tempo in una vera e propria holding del crimine che gioca la propria affermazione sul territorio attraverso tre fattori:
  • 1. L'omicidio di coloro che (dall'interno o dall'esterno, legalmente o illegalmente) tentano di contrastare il potere di Cutolo
  • 2. Una larga convivenza con il potere politico. Secondo la Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, è evidente che la collusione tra politica e camorra ha legittimato la NCO [4].
  • 3. Il potere di seduzione su una vasta popolazione che, anche inconsapevolmente, ha accettato la presenza tangibile di un'organizzazione paramilitare e parastatale[13].
Nel 1970, viene scarcerato per decorrenza dei termini. Cutolo è in attesa di giudizio, ma quando la Cassazioneconferma la condanna si dà alla latitanza fino al 25 marzo 1971. Cutolo ritorna nel carcere di Poggioreale. Vi rimane fino a quando, nel maggio del 1977, la sentenza della Corte d'Appello riconosce al boss l'infermità mentale, disponendone il ricovero per un periodo non inferiore a 5 anni. È in osservazione nel manicomio giudiziario di Napoli, poi è trasferito al manicomio giudiziario di Aversa da cui evade in modo clamoroso il 5 febbraio 1978: una carica di nitroglicerina squarcia dall'esterno l'edificio permettendo la fuga del boss.

La latitanza e l'affermazione [modifica]

Nel corso della latitanza avvia rapporti con la malavita pugliese, con la 'ndrangheta, con le bande lombarde di Renato Vallanzasca e Francis Turatello per il commercio della cocaina. Con il falso nome di Prisco Califano, Cutolo gira l'Italia, si reca ad Ottaviano dal sindaco Salvatore La Marca, va negli Usa e incontra Carlo Gambino. In poco tempo, la NCO penetra tutti i settori dell'economia campana e, anche grazie alla connivenza e l'assenso dei politici locali, riesce ad usufruire dei fondi della CEE destinati ai produttori di conserve.
Il 10 maggio 1979 telefona alla redazione de Il Mattino intimando ai rapitori di un ragazzo, Gaetano Casillo, di liberare immediatamente l'ostaggio. Poco dopo, il rapitore sarà assassinato.
Il 15 maggio 1979, Cutolo viene catturato in un casolare ad Albanella in provincia di Salerno.

Il terremoto [modifica]

Il 23 novembre 1980 un terremoto colpisce l'Italia meridionale. Quella notte, il carcere di Poggioreale è teatro di una resa dei conti tra detenuti appartenenti o meno alla NCO: il bilancio è di tre morti e otto feriti.
La criminalità organizzata si insinua per intercettare il denaro stanziato per la ricostruzione (50mila miliardi di lire) anche grazie alla grande discrezionalità conferita alle amministrazioni locali nella gestione degli aiuti. In pochi osano opporsi a Cutolo, pena la morte. È il caso di Marcello Torre, sindaco di Pagani, "reo" di aver bloccato l'assegnazione di un appalto per la rimozione delle macerie ad un'impresa organizzata[14].
La detenzione non è un problema. Cutolo riceve l'onorevole Mirtello e l'assenso di Luciano Leggio, potente boss mafioso. Ottiene il trasferimento nel carcere di Ascoli Piceno, diretto da Cosimo Giordano, dove può gestire la sua organizzazione in grande tranquillità.

La guerra tra NCO e Nuova Famiglia [modifica]

La graduale crescita del potere della NCO non può che disturbare le famiglie della vecchia camorra campana, come gliZaza (affiliati alla mafia siciliana) e i Giuliano di Forcella che si riuniscono in un'associazione provvisoria detta Onorata Fratellanza. In principio, si riesce a trovare un accordo per una spartizione territoriale; successivamente, l'accordo salta poiché Cutolo pretende una forte tangente sul contrabbando delle sigarette.
In questo momento nasce la Nuova Famiglia o NF rappresentata da Lorenzo NuvolettaCarmine AlfieriMichele Zazaed Antonio Bardellino, fondatore del clan dei casalesi. La lotta al potere è spietata, nulla la differenzia da una guerra le cui vittime sono 295 nell'81, 273 nel 1982, 290 nel 1983.
Uno degli episodi della mattanza riguarda la famiglia Cutolo: il 30 maggio 1981 un ordigno esplode nei pressi della villa di Raffaele Cutolo, probabilmente per ordine di Antonio Bardellino.
Nell'estate del 1981 presso la masseria dei Nuvoletta - presente, per Cosa Nostra siciliana, anche il capo dei Corleonesi Totò Riina - i boss si riuniscono per porre fine alla mattanza, una tregua che Cutolo non sembra volere accettare. Infatti, dopo poco tempo i cutoliani uccidono Salvatore Alfieri e la guerra riprende, a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti. A tal fine, le carceri sono suddivise in due sezioni separate, una per i cutoliani (in numero maggiore) e l'altra per gli affiliati alla Nuova Famiglia (militarmente meglio organizzati).
Alcuni sostengono che il fattore decisivo per le sorti della guerra sia in realtà stata la graduale perdita di appoggio politico da parte di Cutolo. Appoggio che comincia a mancare quando Cutolo minaccia i politici in seguito alle mancate contropartite offerte nel corso del rapimento Cirillo.

La mediazione di Cutolo nel sequestro Cirillo [modifica]

Il 27 aprile 1981, l'assessore Ciro Cirillo - responsabile amministrativo della ricostruzione postsismica - viene rapito dalle Brigate Rosse dirette da Giovanni Senzani. Alcuni esponenti della DC e rappresentanti dei servizi segreti chiedono la collaborazione di Cutolo. In particolare, le richieste sarebbero pervenute da Giuliano Granata (sindaco di Giugliano), Silvio GavaFrancesco PazienzaFlaminio PiccoliFrancesco PatriarcaVincenzo Scotti ed Antonio Gava. Testimoni delle "visite" ad Ascoli Piceno sono il direttore e il cappellano del carcere, il luogotenente di Cutolo Vincenzo Casillo e Alfonso Rosanova.
Attraverso le informazioni dei brigatisti Luigi Bosso e Sante Notarnicola, Cutolo riesce a conoscere i nomi dei carcerieri di Cirillo: Pasquale Aprea e Rosario Perna, guidati da Senzani. Cutolo riesce a stabilire una cifra per la liberazione dell'assessore napoletano che avviene il 24 luglio 1981. Tutto si risolve in un reciproco scambio di favori tra uomini della DC, servizi segreti, NCO e Brigate Rosse. Tra i "favori" delle Br a Cutolo, è possibile annoverare il delitto Ammaturo. Il 15 luglio 1982, il vicequestore Antonio Ammaturo, da sempre impegnato nella lotta alla camorra, viene ucciso dalle Brigate Rosse. Cutolo avanza alcune richieste che non saranno mai accolte (la seminfermità mentale e alcuni trattamenti di favore per sé e per gli affiliati).
In realtà, di questa vicenda non si sa nulla fino al 16 marzo 1982 quando su L'Unità appare una notizia sconvolgente firmata da Marina Maresca[15]. Seguiranno altri servizi che riportano i nomi delle personalità in "visita" al carcere di Ascoli Piceno[16]. La notizia si basa su un documento (un foglio intestato Mininter) che si rivelerà falso, anche se i contenuti troveranno riscontro grazie al lavoro del giudice Carlo Alemi che il 28 luglio 1988 deposita una sentenza di 1.531 pagine in cui si ritiene che alcuni esponenti della DC abbiano avviato una trattativa con Cutolo. Solo dopo 12 anni dal sequestro, una sentenza di appello dà ragione ad Alemi[17].

L'esilio all'Asinara e la fine della NCO [modifica]

Nel 1982, l'attività di Cutolo e della NCO subisce un forte rallentamento. Il merito è del Presidente della RepubblicaSandro Pertini che chiede con forza il trasferimento dal carcere di Ascoli Piceno al carcere di massima sicurezza dell'Asinara.
Il passaggio dal carcere di Ascoli Piceno all'Asinara determina il tramonto di Raffaele Cutolo. Si ricordi che ad Ascoli il detenuto soggiornava in una camera elegantemente arredata e aveva alle sue dipendenze Giovanni Pandico che svolgeva mansioni di segreteria e il tuttofare Giuseppe Palillo. All'Asinara, sarà completamente isolato; gli affiliati cominciano a dissociarsi o a pentirsi: le loro rivelazioni consentono il maxi-blitz del 17 giugno 1983 che prevede più di 1200 mandati di cattura contro i cutoliani. Si scoprono, inoltre, i mandanti di alcuni omicidi eccellenti come quello eseguito ai danni del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia[18] colpevole di aver trattato Cutolo come un normale detenuto.

Le perizie psichiatriche [modifica]

Raffaele Cutolo è stato sottoposto a numerose perizie psichiatriche e solo nell’aprile 1984[19] - all’epoca della detenzione all’Asinara - è stato dichiarato chiaramente capace di intendere e di volere.
In precedenza, Cutolo è stato dichiarato infermo di mente e, dunque, non responsabile delle sue azioni. Va ricordata la perizia prodotta nel 1974 dai professori Failla e Villardi secondo la quale la personalità di Cutolo è caratterizzata da gravi manifestazioni paranoicali e epilettoidi. La perizia favorevole ha permesso a Cutolo di trascorrere molto tempo in due manicomi, il manicomio napoletano di Sant'Eframo e quello di Aversa i cui direttori - Giacomo Rosapepe eDomenico Ragozzino - si sono tolti la vita.
Nel 1984, i professori Battista Marineddu, Giancarlo Nivoli e Adriano Senini dichiarano Cutolo perfettamente lucido, anche se non escludono tratti paranoidi.

Opere a lui ispirate [modifica]


Ben Gazzara ne "Il Camorrista"
  • La canzone di Fabrizio De André Don Raffaè (da Le nuvole) è stata considerata un riferimento esplicito alla figura del boss di Ottaviano. Infatti, Cutolo fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte il cantautore in diverse lettere in cui chiedeva come fosse a conoscenza dei dettagli della vita in carcere. Inoltre, inviò a De André delle poesie da musicare[21][22].
  • A Raffaele Cutolo è ispirato il film d'esordio di Giuseppe Tornatore del 1986 Il camorrista, tratto dall'omonimo libro diGiuseppe Marrazzo. Il personaggio di Cutolo è interpretato daBen Gazzara doppiato da Mariano Rigillo. Il boss non ha gradito né il film, né il libro[23]. Secondo Roberto Saviano, grande ammiratore di Giuseppe Marrazzo, il romanzo è stato capace di svelare i meccanismi e le dialettiche dell’Italia democristiana e dell’ascesa di un personaggio, Cutolo, da assassino per caso in statista di primo ordine.
  • Nel 2007, dal carcere di Novara, Raffaele Cutolo ha querelato Roberto Saviano. Il boss contesta un passaggio del libro dove si ritiene Cutolo il mandante dell'omicidio di una bambina, Simonetta Lamberti[24]. C'è da dire che lo scrittore ha ricevuto querele dai maggiori esponenti della malavita campana e, ad oggi, non è mai stato condannato.
  • Ancora oggi Raffaele Cutolo gode di una certa notorietà tanto che alle sue gesta sono dedicati diversi video e social forum[25].
Fonte:Wikipedia


In questo video una rara intervista di Enzo Biagi fatta a Raffaele Cutolo




Raffaele Cutolo - O’ Prufessore
Nel caso di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, quello di «professore» era un titolo che i suoi adepti gli riconoscevano non perché lui correggesse l’ipermetropia con lenti montate in oro, ma proprio perché lo consideravano uomo di cultura. Cutolo è autore di vari libri di poesia. In più aveva studiato, e con attenzione, tutta la letteratura dedicata alla vecchia camorra. Il suo disegno di far risorgere in pieno secolo xx la camorra storica se non come setta almeno come «azienda unica» è stato pienamente attuato, sia pure per un breve periodo. In quanto alle qualifiche, più che ai banali soprannomi, Cutolo ha di volta in volta preferito quella di Capo dello Stato di Poggioreale (il carcere di Napoli), quella di Principe della N.C.O. e, a tutto tondo, quella di «Sommo».
Alle concezioni camorristiche Cutolo approdò dopo un lungo rodaggio. Nato a Ottaviano il 20 dicembre 1941, figlio di piccoli proprietari terrieri, appartenente a una famiglia in cui abbondavano gli schizofrenici (un cugino del padre e due nipoti) e gli idioti congeniti (uno zio e una zia), Raffaele si segnalò invece fin da piccolo per la sua intelligenza, oltre che per la sua furbizia. Sospesi gli studi dopo le classi elementari, si convinse di essere un genio e di possedere facoltà taumaturgiche. Garzone prima presso un falegname poi presso un fabbro, spesso s’industriava a fare il guaritore. Questa attività, saltuaria ben s’intende, la iniziò nel 1959, quando aveva diciotto anni. Si accostò al capezzale di una zia, che tutti in famiglia consideravano prossima a morire, e urlò: «Alzati, non abbiamo i soldi per pagarti il funerale». Subito, la vecchia balzò in piedi e, anzi, andò con le sue mani a prepararsi il caffè.
In quegli anni, Raffaele Cutolo si impegnò in piccoli furti. Si mise anche alla testa di una banda paesana specializzata in estorsioni; e tuttavia non si può dire che svolgesse specifica attività camorristica. Del resto la commissione antimafia, nel 1962, ritenne superfluo occuparsi di Napoli e del circondario napoletano: segno, appunto, che la camorra, almeno come organizzazione, non si era ancora palesata.

Ecco comunque che, esattamente il 24 febbraio 1963 Raffaele per la prima volta fa interessare di sé i cronisti di nera uccidendo, a pistolettate, un automobilista, tale Mario Viscido, che, a un incrocio, ha osato fare qualche apprezzamento sulle doti di sua sorella Rosetta. Colei che verrà indicata come «Rosetta dagli occhi di ghiaccio» e che sarà l’autentica «first lady» della camorra fu anche l’involontaria causa del primo impatto di Raffaele con la legge. Condannato all’ergastolo, il giovane Cutolo si vide, in appello, la pena ridotta a ventiquattro anni; ricorse in cassazione, tuttavia, e, per decorrenza dei termini, nel maggio del 1970 riacquistò la libertà.
I sette anni trascorsi in carcere si rivelarono determinanti, ai fini della formazione del futuro capocamorrista. Durante quella sua prima detenzione Cutolo si convinse che, di ogni organizzazione criminosa, le fondamenta dovessero essere gettate appunto in un carcere; e che in un carcere essa dovesse avere il suo quartiere generale e il suo capo carismatico; e che i furti, le rapine, le estorsioni dovessero essere pilotati dall’interno di un carcere. Quei primi sette anni di detenzione servirono a Cutolo per iniziare al suo credo molti giovanotti onorati, ma anche per tentare qualche gesto clamoroso. Fu nel cortile del carcere di Poggioreale che «’O professore» sfidò a duello il celebre guappo Antonio Spavone (foto a sinistra).

«Uff! Questi ragazzini vogliono proprio morire!», si limitò a proferire «’O malommo», e il duello andò a monte.
Ad ogni buon conto anche fuori dal carcere Cutolo si adoperò per la realizzazione del suo piano. Andò a New York, per incontrarsi con i capi di Cosa Nostra, andò a Milano per costituirsi una rete di rapporti nella malavita locale. Basta con le sigarette, aveva deciso: la camorra, quella da lui concepita, non doveva limitarsi a percepire tangenti sul contrabbando, ma essenzialmente sul traffico della droga, sui cantieri edili e sulle attività commerciali. Questo, in prospettiva. Nel frattempo, gruppi di suoi adepti tallonavano i contrabbandieri che recavano in città casse di sigarette scaricate dalle navi provenienti da Tangeri, e pretendevano una quota di cinquecentomila lire al giorno. «Mi manda il professore», dicevano. A quanto pare, in questo stesso periodo furono gli stessi trafficanti americani e siciliani a favorire il disegno accentratore di Cutolo. Piuttosto che con varie «carte di tressette», i grossi trafficanti di «bionde», ma soprattutto quelli di droga, preferivano competere con un unico interlocutore.
Ed ecco dunque che in pieno 1970, Cutolo fonda la Nuova Camorra Organizzata. La corte di cassazione ha confermato la sentenza di secondo grado e lui, anziché costituirsi, si dà alla latitanza e, appunto, ufficializza la nascita del criminoso sodalizio che, da allora, avrà come sede un castello mediceo di Ottaviano, quello stesso in cui, nel 1892, era andato ad abitare, con l’amante del momento Maria Gravina Cruyllas e con i quattro figli di lei, Gabriele D’Annunzio. Fu, probabilmente, sulla stessa scrivania seduto alla quale l’immaginifico aveva scritto poesie e novelle, che Raffaele Cutolo compilò il protocollo della cerimonia di iniziazione alla Nuova Camorra Organizzata, discendente legittima, secondo lui, dell’antica setta importata dalla Spagna.
A differenza dei vecchi camorristi dell’Ottocento, i documenti scritti a Cutolo piacciono. Non per nulla è un «professore», lui; e non dà peso al fatto che le carte possano finire nelle mani della polizia o della magistratura, il prestigio ha il suo prezzo. Proprio da un documento è stato possibile desumere i gradi della Nuova Camorra Organizzata: capizona, sgarristi, santisti, fuochisti e picciotti. Privilegio di ciascun capozona è quello di raccogliere parti delle tangenti versategli dai sottoposti, ma anche quello di dover deporre, indipendentemente dagli introiti, 500.000 lire fisse al mese nelle mani di Rosetta, la «donna dagli occhi di ghiaccio». Da accorto «professore», c’è da aggiungere, Raffaele Cutolo ha apportato diverse innovazioni nell’allestimento dei documenti.

Essenzialmente si è avvalso delle registrazioni su nastro. Una sorta di proclama meridionalista, per esempio, risulta inciso con la sua viva voce, e con adeguato sottofondo musicale, su una cassetta riprodotta a centinaia di copie:



Un camorrista deve sempre ragionare con la mente, mai col cuore. Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavi, quel giorno la Campania ha vinto veramente. Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d’onore, d’omertà e di sani principi, siamo signori del bene, della pace e dell’umiltà, ma anche padroni della vita e della morte. La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce. Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori dei diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai ricchi, e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare intensamente, in senso vero di giustizia, rischiando la propria vita e questo per la società, vuoi dire camorra, allora ben mi sta questa ennesima etichetta

La latitanza di Cutolo finì il 25 marzo 1971, a Nola, dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri. Guadagnò una nuova condanna, a quattordici anni questa volta, ma in appello gli venne riconosciuta l’infermità mentale. Il rituale per il conseguimento di questo vantaggio è sempre uguale, nella recente storia della camorra. «Il mio cliente è pazzo», sostiene l’avvocato della difesa. «Non sono pazzo. Pazzo è il mio avvocato», interviene il camorrista.

Cutolo viene internato nel manicomio giudiziario di Sant’Efrem, prima, in quello di Aversa dopo. Sia l’uno che l’altro luogo di pena divennero, per la presenza appunto di Cutolo, le cattedrali della risorta camorra. Dalla sua cella, munita peraltro di tutti i conforti, «’O professore» dirigeva inflessibilmente la Nuova Camorra Organizzata.

Era lui, dal chiuso di quella cella, a scegliere quali commercianti taglieggiare, quali cantieri tenere sotto controllo, dove e quandro far scaricare partite di eroina. E se un camorrista veniva arrestato,
un collegio di avvocati era pronto a difenderlo. Figli di camorristi, per ordine di Cutolo si iscrivevano all’Università, facoltà di giurisprudenza. Per quanto personalmente lo riguardava, lì, nel manicomio giudiziario, Cutolo veniva rifornito di cravatte reggimentali, di scarpe di coccodrillo, di pigiami di seta, di occhiali cerchiati d’oro.
Ebbe forse la conferma, Cutolo, che è dal chiuso di un carcere che il capo della camorra deve comandare. E tuttavia adesso che la N.C.O. era diventata effettivamente l’unica interlocutrice di Cosa Nostra e della mafia siciliana, adesso avvertiva la necessità di godere di un periodo di libertà. Doveva necessariamente guardare negli occhi certe persone che, a differenza di tante altre, non erano disposte a farsi arrestare per incontrarsi con lui. Le «carte di tressette», quelle vecchie e quelle nuove, premevano per riacquistare potere, bisognava neutralizzarle. Il 5 febbraio 1978 una carica di tritolo fece esplodere un muro del carcere di Aversa. Il «professore» scavalcò le macerie. La macchina che lo attendeva ripartì a tutta velocità.
Aveva le sue buone ragioni, Raffaele Cutolo, a voler riacquistare, sia pure per un limitato periodo, la piena libertà dei movimenti. Il mito del trono in una cella non poteva condizionarlo. Sempre più spesso i suoi capizona venivano contestati da uomini i quali non riconoscevano l’autorità della Nuova Camorra Organizzata. In molti casi erano dovuti intervenire i «fuochisti», e a una sparatoria ne era seguita un’altra. Sia da una parte che dalle altre si incominciavano a contare i morti.
La realtà era abbastanza semplice, pur nella sua spietatezza.

Almeno sette «carte di tressette» non avevano accettato che «’O professore» fosse l’unico punto di riferimento camorristico per Cosa Nostra e per la mafia siciliana. Camorristi inquadrati in sette gruppi autonomi, quelli capeggiati dagli Zaza, dai Bardellino, dai Giuliano, dai Vollaro, dai Nuvoletta, dagli Ammaturo e dagli Alfieri, negavano agli affiliati della Nuova Camorra Organizzata il diritto a percepire tangenti nelle zone o sui mercati da essi controllati; meno che mai si dichiaravano disposti a pagare tangenti in prima persona.
Una volta fuori dal manicomio, Raffaele Cutolo incominciò a ripristinare certi contatti. Viaggiava in macchine blindate, affiancato da una bellissima tunisina, Radhia, la donna che aveva eletto a sua compagna, in sostituzione della troppo casalinga Filomena Liguori, che pure gli aveva dato un figlio, Roberto. Fra un appuntamento con un boss siciliano e uno milanese, Raffaele Cutolo non trascurava di passare da qualche gioielleria: lasciava che Radhia scegliesse bracciali, anelli e collane, e invece del portafogli tirava fuori la pistola; quasi un gioco, per lui. Gli affari, in apparenza, sembravano procedere per il verso giusto.



E infatti i grandi trafficanti gli assicuravano che mai avrebbero messo in discussione la sua autorità e nemmeno il suo diritto esclusivo, e che solo nella N.C.O. e dunque a lui sarebbero andate le tangenti.
Ma, a Napoli e in Campania, quei gruppi irriducibilmente autonomi di camorristi esistevano, facevano di tutto per mettersi in mostra, ora avevano addirittura incominciato a prendere accordi tra di loro. Nel
mese di dicembre del 1978, gli esponenti delle sette maggiori famiglie camorristiche contrarie a Cutolo, si incontrarono e decisero di sostenersi l’un l’altro. Denominarono Nuova Famiglia la loro alleanza e previdero che essa sarebbe stata temporanea, limitata e finalizzata unicamente, cioè, alla lotta contro la Nuova Camorra Organizzata e all’annientamento di Raffaele Cutolo. Una volta raggiunti questi obiettivi, fu concordato, ciascun gruppo avrebbe recuperato in pieno la propria autonomia. Primo atto di guerra della Nuova Famiglia contro la Nuova Camorra Organizzata fu l’uccisione di Roberto Cutolo, figlio del «professore».
Come la Nuova Camorra Organizzata, anche la Nuova Famiglia si dotò di un codice, di un tribunale, di riti di affiliazione. Trattandosi di un apparato orizzontale, venne deliberatamente ignorata la figura di un capo e si preferì, più ambiguamente, far riferimento a un «fratello invisibile, sovrano alle onorate famiglie di fratellanza». L’allusione a un «grande vecchio» della camorra, mutuato dal «grande vecchio» sovente affibbiato al terrorismo politico, ormai da qualche anno in pieno sviluppo, è abbastanza plausibile; non è tuttavia da escludere si volesse far credere che, in testa a tutte le «famiglie camorristiche», fosse un uomo politico. In quanto al codice, le pene che la Nuova Famiglia comminava ai traditori erano, se possibile, più severe di quelle enunciate dal codice della Nuova Camorra Organizzata. 
La lotta fra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata iniziò subito su tutti i fronti, da quello del contrabbando a quello degli stupefacenti a quello dei taglieggiamenti sul commercio e sull’industria. Sia la N.C.O. che la N.F. dovettero, plausibilmente, disegnare mappe di Napoli e di altre città della Campania in modo da individuare le zone d’influenza. I cutoliani, è stato accertato, si avvalevano di una grossa agenda sulla cui copertina era segnato «Distribuzione porta a porta di biancheria» e che conteneva i nomi e gli indirizzi dei commercianti presi o da prendere di mira. I commercianti erano, fra le vittime, quelle più indifese. Una volta al mese, o una volta alla settimana, un camorrista entrava in un negozio e pretendeva una percentuale sugli incassi in ragione del dieci per cento. L’approccio era spesso fantasioso.

Il camorrista recitava nel ruolo del cliente di passaggio, sceglieva un oggetto, se lo faceva incartare, poi anziché pagare diceva: «Lo trattengo come anticipo sulla somma tot che da oggi in poi mi dovete». Oppure chiedeva un obolo a favore di questa o di quella festa religiosa dichiarando di essere uno zelatore. Bombe fatte esplodere accanto alla saracinesca, incendi dell’intero locale o di parte di esso erano gli «avvertimenti» per chi avesse mostrato scarso entusiasmo nel pagare. A mano a mano, poi, che la lotta fra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata diventava più accesa, si verificavano sovrapposizioni di «competenze» per cui un’azienda commerciale era spesso costretta a pagare due tangenti. Raffaele Cutolo, a questo punto, decise di ricorrere a soluzioni estreme: sia nella città che nelle campagne, sia nelle carceri che nei penitenziari, i camorristi incominciarono ad ammazzarsi fra di loro. La lotta era diventata guerra.
Raffaele Cutolo, lui, gli ordini talvolta li dava in versi, attraverso poesie che, però, ben presto risulteranno scopiazzate da qua o da là, ma che comunque rappresentano la testimonianza della sua effettiva dimestichezza con i libri. Continuava a spostarsi e a viaggiare, e aveva trasformato in bunker un cascinale di Albanella, comune in provincia di Salerno. Il 15 maggio 1979, quel cascinale fu circondato dai carabinieri. Il «professore» non oppose resistenza. All’appuntato che lo ammanettava, disse: «Chi ti credi di essere? Il generale Dalla Chiesa, forse? Solo lui meriterebbe lo sfizio di arrestare un grande capo come me».

Fu condannato a dieci anni.
Ora, gli ordini ai suoi fedeli, Raffaele Cutolo li impartiva dall’interno di un carcere. E, come del resto lui aveva previsto, la sua potenza crebbe a dismisura, anche se in uno scenario sempre più sanguinoso: nel biennio 1980-81 furono circa quattrocento i camorristi, dell’una e dell’altra fazione, ad essere uccisi, fuori e dentro le carceri. Al momento dell’ingresso nelle carceri, i camorristi venivano obbligati a dichiarare il gruppo di appartenenza, se N.C.O. o se N.F.: questo per evitare che, venendo a contatto, si scannassero.

Tre camorristi della N.F. furono massacrati e altri otto più o meno gravemente feriti, dietro ordine di Cutolo, nel carcere di Poggioreale, il 23 novembre 1980, giorno del terremoto: gli agenti di custodia avevano aperto le celle affinché i detenuti potessero salvarsi… I nomi degli omicidi? Pasquale Barradetto «Animale» e Raffaele Cataldo detto «’O boia», entrambi cutoliani, naturalmente.
E fu nelle carceri che si svilupparono nuovi importanti rapporti. Da Poggioreale Cutolo era stato trasferito ad Ascoli Piceno, ma anche lì ebbe modo di ricevere e di comunicare. Da parte loro uomini della Nuova Camorra Organizzata strinsero amicizia, dietro le sbarre, con terroristi delle Brigate Rosse; a vicenda gli uni e gli altri cercavano di catechizzarsi.
Quei contatti servirono soprattutto ad aumentare la potenza di Raffaele Cutolo.

Il 27 aprile 1981, a Torre del Greco, uomini delle Brigate Rosse rapirono l’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, dopo avere ucciso i suoi due uomini di scorta. Ciro Cirillo era anche presidente della Commissione della Ricostruzione e, per salvargli la vita, la Democrazia Cristiana fece quello che non aveva fatto per Aldo Moro: scese a patti, cioè, con le Brigate Rosse cui venne versato un miliardo e mezzo circa di lire. Ma chi stabilì il contatto fra le Brigate Rosse e gli amici di Ciro Cirillo? «’O professore», «Il sommo», «Il principe» naturalmente. Per giorni e giorni nella cella di Cutolo ad Ascoli Piceno erano venuti, supplici, con la coda fra le gambe, agenti dei servizi segreti, senatori, deputati… Anche qualche ministro? Forse anche qualche ministro, i registri del carcere di Ascoli Piceno sono stati manipolati, non si saprà mai tutta la verità.

«Professor Cutolo, voi che avete tante amicizie, salvate Ciro Cirillo. Professò, salvatelo.»
Il 25 luglio 1981, dopo tre mesi di prigionia, Ciro Cirillo venne rilasciato. Raffaele Cutolo sta vivendo il suo momento di maggior gloria. Le istituzioni hanno riconosciuto la sua autorità, già questo lo esalta. Sta pensando, chissà, a «Tore ‘e Criscienzo» cui un ministro di polizia affidò il mantenimento dell’ordine pubblico a Napoli, in vista dell’arrivo di Garibaldi. Ma cosa ebbe «Tore ‘e Criscienzo»?

Lui, Cutolo ha ottenuto il trasferimento in carceri più comode di una cinquantina di detenuti camorristi,nonché alcune promesse che saranno puntualmente mantenute, come quella di far partecipare certe persone alla ricostruzione delle zone terremotate.

Nel giugno del 1993 al processo di appello per il rapimento di Cirillo, Cutolo negherà di aver avuto incontri con esponenti politici nel carcere di Ascoli.

«E’ vero», disse, «salvai Cirillo, ma minacciando gli uomini delle Brigate Rosse di ritorsioni contro di loro e contro le loro famiglie. Non voglio dire altro e non voglio pentirmi. Io non sono un infame.»

Nel 1991, si torna a parlare di Cutolo: sotto i riflettori il castello di Ottaviano. Lo storico complesso, costruito nel XVI secolo (ha 56 stanze ed è circondato da un parco di 13.000 metri quadrati) fu sequestrato dal Tribunale Antimafia.
Poi nel 2005 Cutolo chiede la grazia. Ma a molti la sua è parsa una provocazione, più che una richiesta seria.