giovedì 7 giugno 2012

Raffaele Cutolo, detto 'O Prufessore 'e Ottaviano


Raffaele Cutolo, detto il professore
di Vesuviano, in un immagine degli
anni 80
Raffaele Cutolo nasce il 20 dicembre del 1941 ad Ottaviano, da Michele e Carolina Ambrosio. È fratello di Rosetta e di Pasquale, entrambi futuri criminali. Il padre, detto 'O monaco per la sua religiosità, è uno zappatore mezzadro più volte sottoposto alle vessazioni del padronato tanto da ricorrere ai favori del boss locale, Alfredo Maisto, responsabile delmercato nero campano al pari di Pasquale Simonetti, detto Pascalone 'e Nola. È proprio grazie all'influenza di Maisto che il giovane Cutolo prende parte ad un omicidio avvenuto al mercato di Aversa: un luogotenente di Maisto, Aniello Scamardella, porta con sé il ragazzo e gli affida una pistola che utilizzerà per l'assassinio di un mercante per motivi legati alla trattativa di bestiame.
Raffaele, dopo la licenza elementare, non prosegue gli studi e svolge numerosi lavori come garzone presso artigiani locali. L'infanzia e l'adolescenza di Cutolo si completano in un quadro di degrado sociale e culturale dove è palese l'assenza dello Stato e l'egemonia dei latifondisti e della camorra rurale.
Cutolo ha riconosciuto legalmente due figli, Roberto - nato dalla breve relazione (8 mesi) con Filomena Liguori, denunciata più volte per sfruttamento della prostituzione - e Denise. Roberto, pregiudicato, è stato ucciso a Tradate inLombardia dalla 'ndrangheta per una vendetta trasversale il 19 dicembre 1990. Nel corso della latitanza, Raffaele Cutolo conosce Lidarsa Bent Brahim Radhia, una donna tunisina cui dedicò una poesia. Dalla relazione, nasce Yosra.

Nel 1980 Cutolo compra da Maria Capece Minutolo, vedova del Principe Lancillotti di Lauro, il Castello Mediceo, per una spesa di 270 milioni [1]. Il Castello, già appartenuto dal 1567 alla famiglia principesca dei de' Medici di Ottajano, fu per pochissimi anni adibito a quartier generale della NCO, che Cutolo provvedeva a dirigere direttamente dalle carceri di Poggioreale e di Ascoli Piceno.
Il suddetto Castello Mediceo (detto anche Palazzo del Principe), fu nel 1991 confiscato dallo Stato e dato in proprietà al Comune di Ottaviano. In seguito, tra l'altro, è divenuto Sede del Parco Nazionale del Vesuvio.
Nel 1983 sposa Immacolata Jacone, figlia di Salvatore[2], sorella di Giovanni[3] e Luigi Jacone[4], tutti pregiudicati. Il matrimonio viene celebrato dallo storico cappellano del carcere dell'Asinara, don Giorgio Curreli. Contrariamente a quanto si vede nel film a lui ispirato, Raffaele Cutolo sposa Immacolata Jacone nella suggestiva chiesa di Cala d’Oliva. Di quell'evento, che non mancò di suscitare polemiche, restano 36 foto mai rese pubbliche[5].
Il 30 ottobre 2007 diventa di nuovo padre[6]. La bambina viene concepita attraverso l'inseminazione artificiale cui si sottopose la moglie Immacolata Jacone grazie ad una speciale autorizzazione ottenuta nel 2001.
Raffaele Cutolo è stato condannato a 4 ergastoli da scontare (dal 1995) in regime di 41 bis. Il boss ha più volte criticato tale regime che, a suo parere, viola i diritti umani tanto da preferire la pena di morte [2].
Ha trascorso gran parte della sua vita in carcere, proprio come Salvatore De Crescenzo detto Tore e' Crescienzo, esponente della vecchia camorra ottocentesca. È stato ospitato da diverse carceri italiane e dal 2007 è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Terni nella cella che fu di Bernardo Provenzano. Attualmente è difeso dai penalisti Gaetano Aufiero e Paolo Trofino.

Una carriera criminale [modifica]

Il primo incontro con il carcere[modifica]

Raffaele Cutolo detto
'o prufessore 'e Vesuvano
La storia criminale di Raffaele Cutolo inizia nel 1963 con l'omicidio di un ragazzo del suo stesso paese, Michele Viscido. Raffaele Cutolo percorreva il viale principale di Ottaviano con l'auto in folle per mancanza di benzina. Era l'ora del passeggio e, nella confusione, urtò leggermente le gambe di una ragazza, Nunzia Arpaia. La ragazza protestò, lui la schiaffeggiò e ne nacque una lite che coinvolse altre persone. Cutolo sparò e uccise Viscido, poi scappò per presentarsi due giorni dopo alle forze dell'ordine. Per questo reato Cutolo fu condannato all'ergastolo, pena ridotta inappello a 24 anni di reclusione.
Per il delitto Viscido, Cutolo varca le porte del carcere di Poggioreale nel 1963. Nel corso della detenzione, Cutolo elabora, sul modello della Bella Società Riformata, il suo progetto criminale ispirato ad "un’ideologia pseudo-ribellista di impronta meridionalistica, che attingeva in parte alla propaganda delle organizzazioni terroristiche"[7].
È dunque nel carcere che crea le basi per una organizzazione criminale cui saranno affiliati, in primo luogo, i detenuti di cui Cutolo conosce profondamente le esigenze, i bisogni, le velleità. Il boss fa leva su una giustizia di matrice popolare di cui il sottoproletariato sente il bisogno e ne rimane affascinato. In tal senso, è utile ricordare una dichiarazione di Cutolo riportata da Sales: Dicono che ho organizzato la nuova Camorra. Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta[8]. La stessa ideologia traspare nella celebre intervista rilasciata a Enzo Biagi nel 1986 [3].
Dietro le sbarre ha modo di sfidare il famoso capocamorra Antonio Spavone, detto o' malommo o guappo gentiluomo. Spavone è un boss alla vecchia maniera, gode di privilegi all'interno del carcere senza condividerli con gli altri. Con questo pretesto, Cutolo sfida il capocamorra a duello (o Zumpata, come viene definito il duello all'arma bianca[9]) ma questi non si presenta. In ogni caso, l'episodio lo rende popolare tra i detenuti che, sempre più numerosi, chiedono la sua protezione.

La nascita della NCO 

Raffaele Cutolo in una rara intervista alla Rai
Il 24 ottobre 1970 (San Raffaele) nasce la "Nuova Camorra Organizzata" (NCO). Si tratta di un'organizzazione piramidale e paramilitare, basata sul culto di una sola personalità. Questi sono i ruoli assunti dagli affiliati: il picciotto, il camorrista, lo sgarrista, il capozona e infine il santista. Al vertice c'è solo Raffaele Cutolo detto "Vangelo"[10]. Tra i primi affiliati si ricordano i detenuti Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra[11], Giuseppe Puca, Michele Iafulli. Il grado di santista (braccio destro di Cutolo) è raggiunto solo dall'imprenditore Vincenzo Casillo, Pasquale Barra, Davide Sorrentino, Antonino Cuomo e Giuseppe Puca. Un ruolo particolare spetta a Alfonso Rosanova, imprenditore e mente economica della NCO, e a Rosetta Cutolo. Ma soprattutto, Cutolo conta su un esercito di giovani - la cosiddetta manovalanza cutoliana - affiliati tra le maglie del sottoproletariato.
L'affiliazione prevede l'adesione totale alla volontà del capo. Questa è simbolicamente rappresentata da un rituale diiniziazione per il quale i nuovi adepti giurano fedeltà ripetendo un testo ispirato ai cerimoniali di stampo massonico. Il testo è stato ritrovato grazie all'arresto di Giuseppe Palillo, e proprio per questo è detto Giuramento di Palillo. Alcuni storiografi ritengono che si tratti di un rituale mutuato da quello della 'ndrangheta alla quale Cutolo si affiliò tramite iPiromalli e Paolo De Stefano[12].
L'adesione alla NCO è stimolata da un ritorno economico: i proventi di un qualunque attività illegale (gioco d'azzardo, lotto nero, totonero, spaccio di droga, contrabbando di armi e sigarette, rapine, estorsioni, tangenti, truffe sui fondi comunitari, furto e ricettazione, usura) erano suddivisi tra gli autori, Cutolo stesso, ed una "cassa comune" destinata al mantenimento delle famiglie dei carcerati ed al pagamento degli studi dei loro figli più promettenti. In realtà, la NCO si trasforma in breve tempo in una vera e propria holding del crimine che gioca la propria affermazione sul territorio attraverso tre fattori:
  • 1. L'omicidio di coloro che (dall'interno o dall'esterno, legalmente o illegalmente) tentano di contrastare il potere di Cutolo
  • 2. Una larga convivenza con il potere politico. Secondo la Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, è evidente che la collusione tra politica e camorra ha legittimato la NCO [4].
  • 3. Il potere di seduzione su una vasta popolazione che, anche inconsapevolmente, ha accettato la presenza tangibile di un'organizzazione paramilitare e parastatale[13].
Nel 1970, viene scarcerato per decorrenza dei termini. Cutolo è in attesa di giudizio, ma quando la Cassazioneconferma la condanna si dà alla latitanza fino al 25 marzo 1971. Cutolo ritorna nel carcere di Poggioreale. Vi rimane fino a quando, nel maggio del 1977, la sentenza della Corte d'Appello riconosce al boss l'infermità mentale, disponendone il ricovero per un periodo non inferiore a 5 anni. È in osservazione nel manicomio giudiziario di Napoli, poi è trasferito al manicomio giudiziario di Aversa da cui evade in modo clamoroso il 5 febbraio 1978: una carica di nitroglicerina squarcia dall'esterno l'edificio permettendo la fuga del boss.

La latitanza e l'affermazione [modifica]

Nel corso della latitanza avvia rapporti con la malavita pugliese, con la 'ndrangheta, con le bande lombarde di Renato Vallanzasca e Francis Turatello per il commercio della cocaina. Con il falso nome di Prisco Califano, Cutolo gira l'Italia, si reca ad Ottaviano dal sindaco Salvatore La Marca, va negli Usa e incontra Carlo Gambino. In poco tempo, la NCO penetra tutti i settori dell'economia campana e, anche grazie alla connivenza e l'assenso dei politici locali, riesce ad usufruire dei fondi della CEE destinati ai produttori di conserve.
Il 10 maggio 1979 telefona alla redazione de Il Mattino intimando ai rapitori di un ragazzo, Gaetano Casillo, di liberare immediatamente l'ostaggio. Poco dopo, il rapitore sarà assassinato.
Il 15 maggio 1979, Cutolo viene catturato in un casolare ad Albanella in provincia di Salerno.

Il terremoto [modifica]

Il 23 novembre 1980 un terremoto colpisce l'Italia meridionale. Quella notte, il carcere di Poggioreale è teatro di una resa dei conti tra detenuti appartenenti o meno alla NCO: il bilancio è di tre morti e otto feriti.
La criminalità organizzata si insinua per intercettare il denaro stanziato per la ricostruzione (50mila miliardi di lire) anche grazie alla grande discrezionalità conferita alle amministrazioni locali nella gestione degli aiuti. In pochi osano opporsi a Cutolo, pena la morte. È il caso di Marcello Torre, sindaco di Pagani, "reo" di aver bloccato l'assegnazione di un appalto per la rimozione delle macerie ad un'impresa organizzata[14].
La detenzione non è un problema. Cutolo riceve l'onorevole Mirtello e l'assenso di Luciano Leggio, potente boss mafioso. Ottiene il trasferimento nel carcere di Ascoli Piceno, diretto da Cosimo Giordano, dove può gestire la sua organizzazione in grande tranquillità.

La guerra tra NCO e Nuova Famiglia [modifica]

La graduale crescita del potere della NCO non può che disturbare le famiglie della vecchia camorra campana, come gliZaza (affiliati alla mafia siciliana) e i Giuliano di Forcella che si riuniscono in un'associazione provvisoria detta Onorata Fratellanza. In principio, si riesce a trovare un accordo per una spartizione territoriale; successivamente, l'accordo salta poiché Cutolo pretende una forte tangente sul contrabbando delle sigarette.
In questo momento nasce la Nuova Famiglia o NF rappresentata da Lorenzo NuvolettaCarmine AlfieriMichele Zazaed Antonio Bardellino, fondatore del clan dei casalesi. La lotta al potere è spietata, nulla la differenzia da una guerra le cui vittime sono 295 nell'81, 273 nel 1982, 290 nel 1983.
Uno degli episodi della mattanza riguarda la famiglia Cutolo: il 30 maggio 1981 un ordigno esplode nei pressi della villa di Raffaele Cutolo, probabilmente per ordine di Antonio Bardellino.
Nell'estate del 1981 presso la masseria dei Nuvoletta - presente, per Cosa Nostra siciliana, anche il capo dei Corleonesi Totò Riina - i boss si riuniscono per porre fine alla mattanza, una tregua che Cutolo non sembra volere accettare. Infatti, dopo poco tempo i cutoliani uccidono Salvatore Alfieri e la guerra riprende, a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti. A tal fine, le carceri sono suddivise in due sezioni separate, una per i cutoliani (in numero maggiore) e l'altra per gli affiliati alla Nuova Famiglia (militarmente meglio organizzati).
Alcuni sostengono che il fattore decisivo per le sorti della guerra sia in realtà stata la graduale perdita di appoggio politico da parte di Cutolo. Appoggio che comincia a mancare quando Cutolo minaccia i politici in seguito alle mancate contropartite offerte nel corso del rapimento Cirillo.

La mediazione di Cutolo nel sequestro Cirillo [modifica]

Il 27 aprile 1981, l'assessore Ciro Cirillo - responsabile amministrativo della ricostruzione postsismica - viene rapito dalle Brigate Rosse dirette da Giovanni Senzani. Alcuni esponenti della DC e rappresentanti dei servizi segreti chiedono la collaborazione di Cutolo. In particolare, le richieste sarebbero pervenute da Giuliano Granata (sindaco di Giugliano), Silvio GavaFrancesco PazienzaFlaminio PiccoliFrancesco PatriarcaVincenzo Scotti ed Antonio Gava. Testimoni delle "visite" ad Ascoli Piceno sono il direttore e il cappellano del carcere, il luogotenente di Cutolo Vincenzo Casillo e Alfonso Rosanova.
Attraverso le informazioni dei brigatisti Luigi Bosso e Sante Notarnicola, Cutolo riesce a conoscere i nomi dei carcerieri di Cirillo: Pasquale Aprea e Rosario Perna, guidati da Senzani. Cutolo riesce a stabilire una cifra per la liberazione dell'assessore napoletano che avviene il 24 luglio 1981. Tutto si risolve in un reciproco scambio di favori tra uomini della DC, servizi segreti, NCO e Brigate Rosse. Tra i "favori" delle Br a Cutolo, è possibile annoverare il delitto Ammaturo. Il 15 luglio 1982, il vicequestore Antonio Ammaturo, da sempre impegnato nella lotta alla camorra, viene ucciso dalle Brigate Rosse. Cutolo avanza alcune richieste che non saranno mai accolte (la seminfermità mentale e alcuni trattamenti di favore per sé e per gli affiliati).
In realtà, di questa vicenda non si sa nulla fino al 16 marzo 1982 quando su L'Unità appare una notizia sconvolgente firmata da Marina Maresca[15]. Seguiranno altri servizi che riportano i nomi delle personalità in "visita" al carcere di Ascoli Piceno[16]. La notizia si basa su un documento (un foglio intestato Mininter) che si rivelerà falso, anche se i contenuti troveranno riscontro grazie al lavoro del giudice Carlo Alemi che il 28 luglio 1988 deposita una sentenza di 1.531 pagine in cui si ritiene che alcuni esponenti della DC abbiano avviato una trattativa con Cutolo. Solo dopo 12 anni dal sequestro, una sentenza di appello dà ragione ad Alemi[17].

L'esilio all'Asinara e la fine della NCO [modifica]

Nel 1982, l'attività di Cutolo e della NCO subisce un forte rallentamento. Il merito è del Presidente della RepubblicaSandro Pertini che chiede con forza il trasferimento dal carcere di Ascoli Piceno al carcere di massima sicurezza dell'Asinara.
Il passaggio dal carcere di Ascoli Piceno all'Asinara determina il tramonto di Raffaele Cutolo. Si ricordi che ad Ascoli il detenuto soggiornava in una camera elegantemente arredata e aveva alle sue dipendenze Giovanni Pandico che svolgeva mansioni di segreteria e il tuttofare Giuseppe Palillo. All'Asinara, sarà completamente isolato; gli affiliati cominciano a dissociarsi o a pentirsi: le loro rivelazioni consentono il maxi-blitz del 17 giugno 1983 che prevede più di 1200 mandati di cattura contro i cutoliani. Si scoprono, inoltre, i mandanti di alcuni omicidi eccellenti come quello eseguito ai danni del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia[18] colpevole di aver trattato Cutolo come un normale detenuto.

Le perizie psichiatriche [modifica]

Raffaele Cutolo è stato sottoposto a numerose perizie psichiatriche e solo nell’aprile 1984[19] - all’epoca della detenzione all’Asinara - è stato dichiarato chiaramente capace di intendere e di volere.
In precedenza, Cutolo è stato dichiarato infermo di mente e, dunque, non responsabile delle sue azioni. Va ricordata la perizia prodotta nel 1974 dai professori Failla e Villardi secondo la quale la personalità di Cutolo è caratterizzata da gravi manifestazioni paranoicali e epilettoidi. La perizia favorevole ha permesso a Cutolo di trascorrere molto tempo in due manicomi, il manicomio napoletano di Sant'Eframo e quello di Aversa i cui direttori - Giacomo Rosapepe eDomenico Ragozzino - si sono tolti la vita.
Nel 1984, i professori Battista Marineddu, Giancarlo Nivoli e Adriano Senini dichiarano Cutolo perfettamente lucido, anche se non escludono tratti paranoidi.

Opere a lui ispirate [modifica]


Ben Gazzara ne "Il Camorrista"
  • La canzone di Fabrizio De André Don Raffaè (da Le nuvole) è stata considerata un riferimento esplicito alla figura del boss di Ottaviano. Infatti, Cutolo fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte il cantautore in diverse lettere in cui chiedeva come fosse a conoscenza dei dettagli della vita in carcere. Inoltre, inviò a De André delle poesie da musicare[21][22].
  • A Raffaele Cutolo è ispirato il film d'esordio di Giuseppe Tornatore del 1986 Il camorrista, tratto dall'omonimo libro diGiuseppe Marrazzo. Il personaggio di Cutolo è interpretato daBen Gazzara doppiato da Mariano Rigillo. Il boss non ha gradito né il film, né il libro[23]. Secondo Roberto Saviano, grande ammiratore di Giuseppe Marrazzo, il romanzo è stato capace di svelare i meccanismi e le dialettiche dell’Italia democristiana e dell’ascesa di un personaggio, Cutolo, da assassino per caso in statista di primo ordine.
  • Nel 2007, dal carcere di Novara, Raffaele Cutolo ha querelato Roberto Saviano. Il boss contesta un passaggio del libro dove si ritiene Cutolo il mandante dell'omicidio di una bambina, Simonetta Lamberti[24]. C'è da dire che lo scrittore ha ricevuto querele dai maggiori esponenti della malavita campana e, ad oggi, non è mai stato condannato.
  • Ancora oggi Raffaele Cutolo gode di una certa notorietà tanto che alle sue gesta sono dedicati diversi video e social forum[25].
Fonte:Wikipedia


In questo video una rara intervista di Enzo Biagi fatta a Raffaele Cutolo




Raffaele Cutolo - O’ Prufessore
Nel caso di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, quello di «professore» era un titolo che i suoi adepti gli riconoscevano non perché lui correggesse l’ipermetropia con lenti montate in oro, ma proprio perché lo consideravano uomo di cultura. Cutolo è autore di vari libri di poesia. In più aveva studiato, e con attenzione, tutta la letteratura dedicata alla vecchia camorra. Il suo disegno di far risorgere in pieno secolo xx la camorra storica se non come setta almeno come «azienda unica» è stato pienamente attuato, sia pure per un breve periodo. In quanto alle qualifiche, più che ai banali soprannomi, Cutolo ha di volta in volta preferito quella di Capo dello Stato di Poggioreale (il carcere di Napoli), quella di Principe della N.C.O. e, a tutto tondo, quella di «Sommo».
Alle concezioni camorristiche Cutolo approdò dopo un lungo rodaggio. Nato a Ottaviano il 20 dicembre 1941, figlio di piccoli proprietari terrieri, appartenente a una famiglia in cui abbondavano gli schizofrenici (un cugino del padre e due nipoti) e gli idioti congeniti (uno zio e una zia), Raffaele si segnalò invece fin da piccolo per la sua intelligenza, oltre che per la sua furbizia. Sospesi gli studi dopo le classi elementari, si convinse di essere un genio e di possedere facoltà taumaturgiche. Garzone prima presso un falegname poi presso un fabbro, spesso s’industriava a fare il guaritore. Questa attività, saltuaria ben s’intende, la iniziò nel 1959, quando aveva diciotto anni. Si accostò al capezzale di una zia, che tutti in famiglia consideravano prossima a morire, e urlò: «Alzati, non abbiamo i soldi per pagarti il funerale». Subito, la vecchia balzò in piedi e, anzi, andò con le sue mani a prepararsi il caffè.
In quegli anni, Raffaele Cutolo si impegnò in piccoli furti. Si mise anche alla testa di una banda paesana specializzata in estorsioni; e tuttavia non si può dire che svolgesse specifica attività camorristica. Del resto la commissione antimafia, nel 1962, ritenne superfluo occuparsi di Napoli e del circondario napoletano: segno, appunto, che la camorra, almeno come organizzazione, non si era ancora palesata.

Ecco comunque che, esattamente il 24 febbraio 1963 Raffaele per la prima volta fa interessare di sé i cronisti di nera uccidendo, a pistolettate, un automobilista, tale Mario Viscido, che, a un incrocio, ha osato fare qualche apprezzamento sulle doti di sua sorella Rosetta. Colei che verrà indicata come «Rosetta dagli occhi di ghiaccio» e che sarà l’autentica «first lady» della camorra fu anche l’involontaria causa del primo impatto di Raffaele con la legge. Condannato all’ergastolo, il giovane Cutolo si vide, in appello, la pena ridotta a ventiquattro anni; ricorse in cassazione, tuttavia, e, per decorrenza dei termini, nel maggio del 1970 riacquistò la libertà.
I sette anni trascorsi in carcere si rivelarono determinanti, ai fini della formazione del futuro capocamorrista. Durante quella sua prima detenzione Cutolo si convinse che, di ogni organizzazione criminosa, le fondamenta dovessero essere gettate appunto in un carcere; e che in un carcere essa dovesse avere il suo quartiere generale e il suo capo carismatico; e che i furti, le rapine, le estorsioni dovessero essere pilotati dall’interno di un carcere. Quei primi sette anni di detenzione servirono a Cutolo per iniziare al suo credo molti giovanotti onorati, ma anche per tentare qualche gesto clamoroso. Fu nel cortile del carcere di Poggioreale che «’O professore» sfidò a duello il celebre guappo Antonio Spavone (foto a sinistra).

«Uff! Questi ragazzini vogliono proprio morire!», si limitò a proferire «’O malommo», e il duello andò a monte.
Ad ogni buon conto anche fuori dal carcere Cutolo si adoperò per la realizzazione del suo piano. Andò a New York, per incontrarsi con i capi di Cosa Nostra, andò a Milano per costituirsi una rete di rapporti nella malavita locale. Basta con le sigarette, aveva deciso: la camorra, quella da lui concepita, non doveva limitarsi a percepire tangenti sul contrabbando, ma essenzialmente sul traffico della droga, sui cantieri edili e sulle attività commerciali. Questo, in prospettiva. Nel frattempo, gruppi di suoi adepti tallonavano i contrabbandieri che recavano in città casse di sigarette scaricate dalle navi provenienti da Tangeri, e pretendevano una quota di cinquecentomila lire al giorno. «Mi manda il professore», dicevano. A quanto pare, in questo stesso periodo furono gli stessi trafficanti americani e siciliani a favorire il disegno accentratore di Cutolo. Piuttosto che con varie «carte di tressette», i grossi trafficanti di «bionde», ma soprattutto quelli di droga, preferivano competere con un unico interlocutore.
Ed ecco dunque che in pieno 1970, Cutolo fonda la Nuova Camorra Organizzata. La corte di cassazione ha confermato la sentenza di secondo grado e lui, anziché costituirsi, si dà alla latitanza e, appunto, ufficializza la nascita del criminoso sodalizio che, da allora, avrà come sede un castello mediceo di Ottaviano, quello stesso in cui, nel 1892, era andato ad abitare, con l’amante del momento Maria Gravina Cruyllas e con i quattro figli di lei, Gabriele D’Annunzio. Fu, probabilmente, sulla stessa scrivania seduto alla quale l’immaginifico aveva scritto poesie e novelle, che Raffaele Cutolo compilò il protocollo della cerimonia di iniziazione alla Nuova Camorra Organizzata, discendente legittima, secondo lui, dell’antica setta importata dalla Spagna.
A differenza dei vecchi camorristi dell’Ottocento, i documenti scritti a Cutolo piacciono. Non per nulla è un «professore», lui; e non dà peso al fatto che le carte possano finire nelle mani della polizia o della magistratura, il prestigio ha il suo prezzo. Proprio da un documento è stato possibile desumere i gradi della Nuova Camorra Organizzata: capizona, sgarristi, santisti, fuochisti e picciotti. Privilegio di ciascun capozona è quello di raccogliere parti delle tangenti versategli dai sottoposti, ma anche quello di dover deporre, indipendentemente dagli introiti, 500.000 lire fisse al mese nelle mani di Rosetta, la «donna dagli occhi di ghiaccio». Da accorto «professore», c’è da aggiungere, Raffaele Cutolo ha apportato diverse innovazioni nell’allestimento dei documenti.

Essenzialmente si è avvalso delle registrazioni su nastro. Una sorta di proclama meridionalista, per esempio, risulta inciso con la sua viva voce, e con adeguato sottofondo musicale, su una cassetta riprodotta a centinaia di copie:



Un camorrista deve sempre ragionare con la mente, mai col cuore. Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavi, quel giorno la Campania ha vinto veramente. Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d’onore, d’omertà e di sani principi, siamo signori del bene, della pace e dell’umiltà, ma anche padroni della vita e della morte. La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce. Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori dei diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai ricchi, e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare intensamente, in senso vero di giustizia, rischiando la propria vita e questo per la società, vuoi dire camorra, allora ben mi sta questa ennesima etichetta

La latitanza di Cutolo finì il 25 marzo 1971, a Nola, dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri. Guadagnò una nuova condanna, a quattordici anni questa volta, ma in appello gli venne riconosciuta l’infermità mentale. Il rituale per il conseguimento di questo vantaggio è sempre uguale, nella recente storia della camorra. «Il mio cliente è pazzo», sostiene l’avvocato della difesa. «Non sono pazzo. Pazzo è il mio avvocato», interviene il camorrista.

Cutolo viene internato nel manicomio giudiziario di Sant’Efrem, prima, in quello di Aversa dopo. Sia l’uno che l’altro luogo di pena divennero, per la presenza appunto di Cutolo, le cattedrali della risorta camorra. Dalla sua cella, munita peraltro di tutti i conforti, «’O professore» dirigeva inflessibilmente la Nuova Camorra Organizzata.

Era lui, dal chiuso di quella cella, a scegliere quali commercianti taglieggiare, quali cantieri tenere sotto controllo, dove e quandro far scaricare partite di eroina. E se un camorrista veniva arrestato,
un collegio di avvocati era pronto a difenderlo. Figli di camorristi, per ordine di Cutolo si iscrivevano all’Università, facoltà di giurisprudenza. Per quanto personalmente lo riguardava, lì, nel manicomio giudiziario, Cutolo veniva rifornito di cravatte reggimentali, di scarpe di coccodrillo, di pigiami di seta, di occhiali cerchiati d’oro.
Ebbe forse la conferma, Cutolo, che è dal chiuso di un carcere che il capo della camorra deve comandare. E tuttavia adesso che la N.C.O. era diventata effettivamente l’unica interlocutrice di Cosa Nostra e della mafia siciliana, adesso avvertiva la necessità di godere di un periodo di libertà. Doveva necessariamente guardare negli occhi certe persone che, a differenza di tante altre, non erano disposte a farsi arrestare per incontrarsi con lui. Le «carte di tressette», quelle vecchie e quelle nuove, premevano per riacquistare potere, bisognava neutralizzarle. Il 5 febbraio 1978 una carica di tritolo fece esplodere un muro del carcere di Aversa. Il «professore» scavalcò le macerie. La macchina che lo attendeva ripartì a tutta velocità.
Aveva le sue buone ragioni, Raffaele Cutolo, a voler riacquistare, sia pure per un limitato periodo, la piena libertà dei movimenti. Il mito del trono in una cella non poteva condizionarlo. Sempre più spesso i suoi capizona venivano contestati da uomini i quali non riconoscevano l’autorità della Nuova Camorra Organizzata. In molti casi erano dovuti intervenire i «fuochisti», e a una sparatoria ne era seguita un’altra. Sia da una parte che dalle altre si incominciavano a contare i morti.
La realtà era abbastanza semplice, pur nella sua spietatezza.

Almeno sette «carte di tressette» non avevano accettato che «’O professore» fosse l’unico punto di riferimento camorristico per Cosa Nostra e per la mafia siciliana. Camorristi inquadrati in sette gruppi autonomi, quelli capeggiati dagli Zaza, dai Bardellino, dai Giuliano, dai Vollaro, dai Nuvoletta, dagli Ammaturo e dagli Alfieri, negavano agli affiliati della Nuova Camorra Organizzata il diritto a percepire tangenti nelle zone o sui mercati da essi controllati; meno che mai si dichiaravano disposti a pagare tangenti in prima persona.
Una volta fuori dal manicomio, Raffaele Cutolo incominciò a ripristinare certi contatti. Viaggiava in macchine blindate, affiancato da una bellissima tunisina, Radhia, la donna che aveva eletto a sua compagna, in sostituzione della troppo casalinga Filomena Liguori, che pure gli aveva dato un figlio, Roberto. Fra un appuntamento con un boss siciliano e uno milanese, Raffaele Cutolo non trascurava di passare da qualche gioielleria: lasciava che Radhia scegliesse bracciali, anelli e collane, e invece del portafogli tirava fuori la pistola; quasi un gioco, per lui. Gli affari, in apparenza, sembravano procedere per il verso giusto.



E infatti i grandi trafficanti gli assicuravano che mai avrebbero messo in discussione la sua autorità e nemmeno il suo diritto esclusivo, e che solo nella N.C.O. e dunque a lui sarebbero andate le tangenti.
Ma, a Napoli e in Campania, quei gruppi irriducibilmente autonomi di camorristi esistevano, facevano di tutto per mettersi in mostra, ora avevano addirittura incominciato a prendere accordi tra di loro. Nel
mese di dicembre del 1978, gli esponenti delle sette maggiori famiglie camorristiche contrarie a Cutolo, si incontrarono e decisero di sostenersi l’un l’altro. Denominarono Nuova Famiglia la loro alleanza e previdero che essa sarebbe stata temporanea, limitata e finalizzata unicamente, cioè, alla lotta contro la Nuova Camorra Organizzata e all’annientamento di Raffaele Cutolo. Una volta raggiunti questi obiettivi, fu concordato, ciascun gruppo avrebbe recuperato in pieno la propria autonomia. Primo atto di guerra della Nuova Famiglia contro la Nuova Camorra Organizzata fu l’uccisione di Roberto Cutolo, figlio del «professore».
Come la Nuova Camorra Organizzata, anche la Nuova Famiglia si dotò di un codice, di un tribunale, di riti di affiliazione. Trattandosi di un apparato orizzontale, venne deliberatamente ignorata la figura di un capo e si preferì, più ambiguamente, far riferimento a un «fratello invisibile, sovrano alle onorate famiglie di fratellanza». L’allusione a un «grande vecchio» della camorra, mutuato dal «grande vecchio» sovente affibbiato al terrorismo politico, ormai da qualche anno in pieno sviluppo, è abbastanza plausibile; non è tuttavia da escludere si volesse far credere che, in testa a tutte le «famiglie camorristiche», fosse un uomo politico. In quanto al codice, le pene che la Nuova Famiglia comminava ai traditori erano, se possibile, più severe di quelle enunciate dal codice della Nuova Camorra Organizzata. 
La lotta fra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata iniziò subito su tutti i fronti, da quello del contrabbando a quello degli stupefacenti a quello dei taglieggiamenti sul commercio e sull’industria. Sia la N.C.O. che la N.F. dovettero, plausibilmente, disegnare mappe di Napoli e di altre città della Campania in modo da individuare le zone d’influenza. I cutoliani, è stato accertato, si avvalevano di una grossa agenda sulla cui copertina era segnato «Distribuzione porta a porta di biancheria» e che conteneva i nomi e gli indirizzi dei commercianti presi o da prendere di mira. I commercianti erano, fra le vittime, quelle più indifese. Una volta al mese, o una volta alla settimana, un camorrista entrava in un negozio e pretendeva una percentuale sugli incassi in ragione del dieci per cento. L’approccio era spesso fantasioso.

Il camorrista recitava nel ruolo del cliente di passaggio, sceglieva un oggetto, se lo faceva incartare, poi anziché pagare diceva: «Lo trattengo come anticipo sulla somma tot che da oggi in poi mi dovete». Oppure chiedeva un obolo a favore di questa o di quella festa religiosa dichiarando di essere uno zelatore. Bombe fatte esplodere accanto alla saracinesca, incendi dell’intero locale o di parte di esso erano gli «avvertimenti» per chi avesse mostrato scarso entusiasmo nel pagare. A mano a mano, poi, che la lotta fra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata diventava più accesa, si verificavano sovrapposizioni di «competenze» per cui un’azienda commerciale era spesso costretta a pagare due tangenti. Raffaele Cutolo, a questo punto, decise di ricorrere a soluzioni estreme: sia nella città che nelle campagne, sia nelle carceri che nei penitenziari, i camorristi incominciarono ad ammazzarsi fra di loro. La lotta era diventata guerra.
Raffaele Cutolo, lui, gli ordini talvolta li dava in versi, attraverso poesie che, però, ben presto risulteranno scopiazzate da qua o da là, ma che comunque rappresentano la testimonianza della sua effettiva dimestichezza con i libri. Continuava a spostarsi e a viaggiare, e aveva trasformato in bunker un cascinale di Albanella, comune in provincia di Salerno. Il 15 maggio 1979, quel cascinale fu circondato dai carabinieri. Il «professore» non oppose resistenza. All’appuntato che lo ammanettava, disse: «Chi ti credi di essere? Il generale Dalla Chiesa, forse? Solo lui meriterebbe lo sfizio di arrestare un grande capo come me».

Fu condannato a dieci anni.
Ora, gli ordini ai suoi fedeli, Raffaele Cutolo li impartiva dall’interno di un carcere. E, come del resto lui aveva previsto, la sua potenza crebbe a dismisura, anche se in uno scenario sempre più sanguinoso: nel biennio 1980-81 furono circa quattrocento i camorristi, dell’una e dell’altra fazione, ad essere uccisi, fuori e dentro le carceri. Al momento dell’ingresso nelle carceri, i camorristi venivano obbligati a dichiarare il gruppo di appartenenza, se N.C.O. o se N.F.: questo per evitare che, venendo a contatto, si scannassero.

Tre camorristi della N.F. furono massacrati e altri otto più o meno gravemente feriti, dietro ordine di Cutolo, nel carcere di Poggioreale, il 23 novembre 1980, giorno del terremoto: gli agenti di custodia avevano aperto le celle affinché i detenuti potessero salvarsi… I nomi degli omicidi? Pasquale Barradetto «Animale» e Raffaele Cataldo detto «’O boia», entrambi cutoliani, naturalmente.
E fu nelle carceri che si svilupparono nuovi importanti rapporti. Da Poggioreale Cutolo era stato trasferito ad Ascoli Piceno, ma anche lì ebbe modo di ricevere e di comunicare. Da parte loro uomini della Nuova Camorra Organizzata strinsero amicizia, dietro le sbarre, con terroristi delle Brigate Rosse; a vicenda gli uni e gli altri cercavano di catechizzarsi.
Quei contatti servirono soprattutto ad aumentare la potenza di Raffaele Cutolo.

Il 27 aprile 1981, a Torre del Greco, uomini delle Brigate Rosse rapirono l’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, dopo avere ucciso i suoi due uomini di scorta. Ciro Cirillo era anche presidente della Commissione della Ricostruzione e, per salvargli la vita, la Democrazia Cristiana fece quello che non aveva fatto per Aldo Moro: scese a patti, cioè, con le Brigate Rosse cui venne versato un miliardo e mezzo circa di lire. Ma chi stabilì il contatto fra le Brigate Rosse e gli amici di Ciro Cirillo? «’O professore», «Il sommo», «Il principe» naturalmente. Per giorni e giorni nella cella di Cutolo ad Ascoli Piceno erano venuti, supplici, con la coda fra le gambe, agenti dei servizi segreti, senatori, deputati… Anche qualche ministro? Forse anche qualche ministro, i registri del carcere di Ascoli Piceno sono stati manipolati, non si saprà mai tutta la verità.

«Professor Cutolo, voi che avete tante amicizie, salvate Ciro Cirillo. Professò, salvatelo.»
Il 25 luglio 1981, dopo tre mesi di prigionia, Ciro Cirillo venne rilasciato. Raffaele Cutolo sta vivendo il suo momento di maggior gloria. Le istituzioni hanno riconosciuto la sua autorità, già questo lo esalta. Sta pensando, chissà, a «Tore ‘e Criscienzo» cui un ministro di polizia affidò il mantenimento dell’ordine pubblico a Napoli, in vista dell’arrivo di Garibaldi. Ma cosa ebbe «Tore ‘e Criscienzo»?

Lui, Cutolo ha ottenuto il trasferimento in carceri più comode di una cinquantina di detenuti camorristi,nonché alcune promesse che saranno puntualmente mantenute, come quella di far partecipare certe persone alla ricostruzione delle zone terremotate.

Nel giugno del 1993 al processo di appello per il rapimento di Cirillo, Cutolo negherà di aver avuto incontri con esponenti politici nel carcere di Ascoli.

«E’ vero», disse, «salvai Cirillo, ma minacciando gli uomini delle Brigate Rosse di ritorsioni contro di loro e contro le loro famiglie. Non voglio dire altro e non voglio pentirmi. Io non sono un infame.»

Nel 1991, si torna a parlare di Cutolo: sotto i riflettori il castello di Ottaviano. Lo storico complesso, costruito nel XVI secolo (ha 56 stanze ed è circondato da un parco di 13.000 metri quadrati) fu sequestrato dal Tribunale Antimafia.
Poi nel 2005 Cutolo chiede la grazia. Ma a molti la sua è parsa una provocazione, più che una richiesta seria.  

2 commenti:

  1. Mi complimento con l'autore di questo bellissimo blog e lascio un link.

    Bisogna fare sistema per rendere la nostra terra un posto migliore:
    http://omsep.wordpress.com/

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  2. Il piu onesto...la camorra é morta con lui

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