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martedì 7 novembre 2017

Antonio Schettini libero nel 2018, è il killer di Roberto, figlio di ‘o Professore

L'assassinio uscirà dopo 25 anni di detenzione di cui l'ultimo periodo trascorso come collaboratore di giustizia. Vivrà in una località protetta


Era dicembre del 1990, un inverno freddo di tanti anni fa. Roberto Cutolo viveva in un paesino della Provincia di Varese, con pochi soldi in tasca, in compagnia della moglie Assunta Alba (un ex cantante di sceneggiate napoletane allora incinta) e del figlio Raffaele (in onore di suo padre). Erano 4 anni che il figlio di ‘o Professore si era trasferito, abbandonando Ottaviano l’ex regno vesuviano di Raffaele Cutolo leader indiscusso della NCO (Nuova Camorra Organizzata) che con la guerra contro la NF (Nuova Famiglia) ha insanguinato le strade di Napoli.

Roberto aveva visto per la prima volta il padre all’interno di un manicomio giudiziario e si sa ‘o Professore ha condotto la faida quasi sempre dall’interno di un istituto di detenzione. Suo figlio ne conosceva la reputazione, ma il sangue è sangue, la famiglia è la famiglia e il cognome era di quella pesantezza che sopportarne il valore non è affatto facile. Ma la scelta di lasciare Napoli non è servita a molto, oltre che obbligata da un divieto di dimora al Sud.
Roberto Cutolo è stato ucciso a 28 anni da una decina di colpi d’arma da fuoco davanti al bar Bartolora Tradate, frazione di Abbiate nel varesotto, dove il figlio di ‘o Professore  si era trasferito. Roberto è stato trucidato all’interno della sua auto, un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei killer che non hanno lasciato scampo al giovane. Quest’ultimo ha provato a resistere fino alla fine, dopo la scarica di proiettili ha aperto la portiera della vettura ed è scivolato all’esterno cadendo sul manto stradale ghiacciato per chiedere aiuto. Il proprietario del bar è uscito fuori dal locale, lo ha soccorso e ha chiamato l’ambulanza. Poi la corsa, inutile, in ospedale.
Roberto Cutolo non impensieriva più di tanto gli investigatori, aveva qualche precedente ed alcuni procedimenti giudiziari in corso. Un arresto per guida senza patente, il suo presunto coinvolgimento in una rapina alle poste e in un giro di prostituzione intorno all’aeroporto di Malpensa. Il giovane è stato poi prosciolto da entrambe le accuse. Viveva con i soldi che la madre, Filomena Liguori, gli inviava puntualmente ogni mese con un vaglia. La moglie arrotondava vendendo dei giocattoli che costruiva in casa. L’unico processo in cui era imputato era quello basato sull’omicidio di Francis Turatello alias ‘Faccia d’angelo ucciso 9 anni prima nel carcere di Nuoro. La Cassazione ne aveva ordinato il rifacimento e l’accusa voleva provare il coinvolgimento del figlio di ‘o Professore allora diciassettenne (secondo la Procura sarebbe stato lui a portare l’ordine di morte dietro le sbarre). Ma il giovane Cutolo ha sempre smentito l’accusa ed una volta uscito dal carcere di Avellino ha provato ad alzare un muro tra lui e le vicissitudini del papà.
Ma la sua morte è stato più che altro un messaggio che i nemici del padre hanno voluto dare a ‘o Professore. Secondo le indagini svolte dagli inquirenti nel corso degli anni, dietro l’agguato c’era il boss Mario Fabbrocino membro della Nuova Famiglia e acerrimo nemico di Raffaele Cutolo. Uno dei killer che ha eseguito l’omicidio è Antonio Schettini detto ‘Tonino o Napoletano che agli inizi del 2018 tornerà libero dopo 25 anni di carcere. La libertà l’ha guadagnata pentendosi e rivelando alle autorità molti aspetti di quella violenta faida. Schettini vivrà in una località nel bergamasco.


La storia. Dal Corriere della Sera. di Maddalena Berbenni

Confessò 59 omicidi per i clan, presto Antonio Schettini sarà libero

«Tonino» il napoletano nel ‘90 fece uccidere il figlio di Cutolo: «Ho il rimorso per due morti, non c’entravano nulla». Per lui ultimi mesi ai domiciliari. La sua casa confiscata accoglierà donne in difficoltà

Erba e ortiche. Niente più palme, solo la scaletta malconcia del locale comandi. Quella piscina, Antonio Schettini, l’aveva costruita in due settimane per accontentare i figli. In un angolo c’era il recinto dei cani, in un altro il portico per le grigliate. Il prato all’ingresso gli ricorda quando i muratori avevano fatto danni in giardino alla vigilia della Prima comunione della sua bambina. Cosa che lo aveva mandato non poco in bestia. Eccolo qui, Tonino il napoletano, l’uomo dei 59 omicidi, 37 eseguiti, gli altri ordinati o organizzati per conquistare e poi mantenere il controllo sul traffico di droga lungo l’asse Milano-Lecco, tra gli anni Ottanta e Novanta. Tempi di killeraggi e discoteche, miliardi e sante alleanze. Di donne e armi. Di pentiti, anche. Lui a suo modo collaborò e così si spiegano i soli 26 anni di carcere, quasi tutti in 41bis, il regime di sorveglianza speciale riservato ai detenuti più pericolosi, quello al quale l’amico Franco Coco Trovato, di cui era il braccio destro, ha dedicato la sua tesi di laurea in Giurisprudenza. L’ha discussa il 20 ottobre scorso, a Rebibbia, dove è rinchiuso.

Ai domicilari per motivi di salute
Schettini, 60 anni, da quattro vive invece ai domiciliari per motivi di salute, con il permesso di uscire per andare al lavoro. A inizio 2018, avrà finito di scontare la sua pena e allora sarà un uomo libero. Eccolo qui, Tonino, davanti al cancello di via Martin Luther King 15, a Suisio, con i vicini che lo riconoscono e ci scambiano due parole: “Mi saluti la moglie”. Niente più completi gessati, solo jeans e giubbotto. La sua carriera criminale, adesso, è un po’ come la piscina nella villetta confiscata per mafia. Sottoterra, ma ancora lì. Vedi la traccia e puoi soltanto immaginare, se ce la fai. «Io adesso ho metabolizzato tutto – racconta seduto in un bar -, col senno di poi mi è dispiaciuto per le persone che ho ammazzato, due mi pesano in maniera particolare: si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Comunque, di gente ne ho anche salvata tanta: mi sono rifiutato di uccidere chi non c’entrava».
La sua casa accoglierà le donne in difficoltà
Schettini si trasferisce al Nord nel 1979. Due anni dopo entra nella villetta di Suisio, oggi proprietà comunale. A giorni riaprirà come casa di accoglienza per donne in difficoltà: «Avrei preferito un centro di riabilitazione, avrebbero potuto sfruttare la piscina», pensa. A Calusco d’Adda, sul confine con Lecco, terra dei Trovato, ai tempi apre il ristorante O’ Scugnizzo. È dove tutto ha inizio: «Mi vennero a cercare, io non dissi di no». Gli serve poco tempo per scalare: «Dal mio locale è passata tutta la malavita. Solo due non ne ho conosciuti, ma per mancanza di tempo: Riina e Provenzano». Si affilia alla ‘ndrangheta, si fa battezzare picciotto e finisce per passare dall’ala mite, «una specie di mutuo soccorso», spiegazione sua, a quella esecutiva dell’organizzazione. Diventa «evangelista», anche se le doti gli importano fino a un certo punto: «Il valore della persona non lo fa il grado», è convinto. Ciò che ha sempre fatto la differenza, nel suo caso, è stato «nascere nei vicoli di Napoli, tra l’altro da una famiglia perbene. Mio padre faceva il ferroviere». Passa davanti a una chiesa e si fa il segno della croce. «Se cresci nei vicoli, le persone ti basta guardarle negli occhi per capire. Impari ad arrangiarti e io, di fronte a ogni ostacolo, ho sempre trovato una via d’uscita».

Stangolamenti e agguati con la banda dei Trovato-Flachi Strangolamenti e agguati si susseguono per un decennio con la banda dei Trovato-Flachi (Pepè, l’erede di Vallanzasca alla Comasina) che acquista potere, stringe patti e scatena la guerra contro i Batti, “colpevoli” di intralciare il loro dominio sugli stupefacenti. Un bagno di sangue, culminato, secondo i giudici, nell’esecuzione nel Tradatese di Roberto Cutolo, figlio del boss della Camorra. Era il 1990. In base a quanto fu ricostruito a processo, fu uno scambio di favori tra i Fabbrocino e Schettini. Lui oggi nega: «La realtà è diversa - assicura -. Io ero il mandante, ma non c’entrava la storia coi Batti. Fu per Jimmy Miano». Altro capo clan amico, ma catanese: «Ne feci contenti cinque ammazzando Cutolo Jr. Una volta sistemata la cosa, telefonai a tutti».

In cella nel 1992 
Coinvolto nelle maxi indagini Wall Street e Count Down, Schettini finisce in cella nel 1992 per l’omicidio del narcotrafficante Alfonso Vegetti, a Cinisello Balsamo: «Ma io non c’ero nemmeno». Nel ’94 inizia a collaborare e nel 2001 è fuori con altri 78 boss per un pasticcio della giustizia: erano scaduti i tempi di detenzione prima del processo di appello. Per Tonino il tribunale dispone il soggiorno obbligato a Pisa, «dove ho ancora una barchetta». Ma nel giro di poco si scoccia, sparisce e la Squadra mobile lo riporta dentro. Gli agenti lo catturano inscenando un cantiere in autostrada, a Melegnano. Carcere duro: «L’essere umano si abitua a tutto – ribatte -. Io guardavo un sacco di documentari: Quark, Gheo e Gheo, Turisti per caso». E comunque le leggende sulla sua detenzione si sprecano. «Fuori oggi è uno schifo, è tutto in mano agli stranieri, bisognerebbe fare un casino per ripartire». Non è il suo obiettivo. La sua passione sono diventati i cani. E basta guai: «Voglio starmene tranquillo».


sabato 13 febbraio 2016

Il film “Il Camorrista” torna al cinema trent’anni dopo

un scena del film di Giuseppe Tornatore
Il Camorrista, il film cult di Giuseppe Tornatore che racconta, romanzandola, l'ascesa del professore Raffaele Cutolo, superboss della camorra negli anni Ottanta, torna al cinema per una proiezione speciale: il 15 febbraio serata al cinema Metropolitan di Chiaia con alcuni degli attori che girarono l'opera.

"Il Camorrista" a Napoli è più di un film. E non solo perché racconta – seppur romanzata – la vita di uno dei superboss della malavita napoletana, Raffaele Cutolo, ‘il professore di Ottaviano‘. Ma perché, come spesso accade, è un film che ha avuto una gestazione e una vita ancor più particolare. Girato negli anni Ottanta, quando ‘o prufessore era detenuto ma aveva ancora un fortissimo carisma nella manovalanza criminale napoletana, "Il Camorrista" non è stata una di quelle pellicole che hanno sbancato i botteghini. Ma nel corso degli anni, complice la periodica messa in onda da parte delle tv private di Napoli, è diventato un vero e proprio cult. Dalla pellicola di Tornatore hanno preso spunto (per non dire saccheggiato) tutti: scrittori, sceneggiatori di film, telefilm e fiction.

La storia del film Il Camorrista di Tornatore
Nulla accade per caso: tratto dall'omonimo best seller del compianto giornalista Joe Marrazzo, edito da un altro genio dell'editoria napoletana, Tullio Pironti ,"Il Camorrista" fu girato da un regista che poi avrebbe vinto il premio Oscar, il siciliano Giuseppe Tornatore.  Non solo: la sua bellissima colonna sonora fu scritta da un altro Oscar, Nicola Piovani. Il protagonista, Ben Gazzara, straordinario interprete (vincitore poi di un Emmy Awards e ricordato anche per uno splendido personaggio in un altro cult, "Il Grande Lebowski") era un attore di razza. Il film, che pur fu accolto con favore all'epoca dalla critica, tanto che portò un Nastro d’argento a Tornatore come miglior regista esordiente e un David di Donatello a Leo Gullotta come miglior attore non protagonista (interpretava il commissario di polizia ispirato alla figura di Antonio Ammaturo, ucciso dalla Brigate Rosse con la complicità della camorra).


Ora, c'è una novità: il film sul Professore ‘e Vesuviano (non fu mai citato il nome di Raffaele Cutolo per scongiurare guai legali che comunque vi furono, tanto che l'opera fu ritirata dalle sale) si prepara ad avere una nuova giovinezza. Motivo? Tornerà in sala. Trent'anni dopo la sua prima proiezione, la pellicola di Tornatore sarà difatti proiettata al cinema Metropolitan di Chiaia, lunedì 15 febbraio alle ore 20.30. Protagonisti della serata cinematografica amarcord (che avrà anche una media partnership con Fanpage.it) la coppia radiofonica (e non solo): Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale dei Verdi e Gianni Simioli, voce e anima della ‘Radiazza' di Radio Marte. Borrelli e Simioli dopo una storica serata amarcord con Luciano De Crescenzo per il suo "Così parlò Bellavista"  tornano dunque a proporre vecchi e gettonatissimi film partenopei. “Abbiamo deciso di riportare nelle sale Il camorrista – spiegano – perché, pur se non risparmia scene violente, tiene sempre ben distinti il bene e il male e, soprattutto, non idealizza i camorristi, anzi, evidenzia che, alla fine, è lo Stato a vincere. Il film di Tornatore nulla ha a che fare con la fiction Gomorra che, invece, tende quasi a far passare come modelli i camorristi, dando un segnale pericolosissimo, specie in quartieri difficili dove il disagio è forte e il rischio di cadere nelle mani della camorra è molto alto".

Alla proiezione ci saranno gli attori Nicola Di Pinto e Marzio Honorato, due dei protagonisti del film in cui interpretavano Alfredo Canale (il luogotenente del Professore) e Salvatore Lorusso (il sindaco), che saranno presenti in sala.  In sala anche i musicisti Raiz e Fausto Mesolella che regaleranno una interpretazione di "Catena", testo napoletano che viene cantato nella scena dell'omicidio in carcere quando si racconta l'ascesa del boss.

I biglietti potranno essere prenotati, gratuitamente, inviando una mail a cinema@radiomarte.it, ma gli organizzatori invitano quanti vogliono partecipare alla proiezione a richiedere i biglietti perché sono già arrivate centinaia di richieste, ma ci sono ancora posti liberi.

continua su: http://napoli.fanpage.it/il-film-il-camorrista-torna-al-cinema-trent-anni-dopo/
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martedì 1 ottobre 2013

"Tonino a mulletta", braccio destro di Cutolo, tenta di togliersi la vita



SAN GIUSEPPE VESUVIANO Ha provato ad uccidersi stringendosi le lenzuola intorno al collo, ma è stato salvato dagli agenti della polizia penitenziaria. A tentare il suicidio Antonio Cutolo, 55enne di San Giuseppe Vesuviano, boss e braccio destro della Nco dell’omonimo “padrino” Raffaele Cutolo. È la seconda volta in pochi mesi, tuttavia, che il ras della Nuova Camorra Organizzata progetta di togliersi la vita dietro le sbarre. Fatti che naturalmente preoccupano non poco il Dap tant’è che “Tonino ‘a mulletta” viene sorvegliato a vista dagli uomini in divisa che controllano il carcere del Nord Italia in cui il ras è detenuto.
Il 55enne, ex ras della Nco e successivamente promotore della Nuova camorra speciale, un passato da collaboratore di giustizia non sempre creduto, è stato comunque portato in ospedale per un principio di soffocamento che gli stava costando la vita. Sui motivi del gesto estremo, anzi dei gesti a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, non ci sono certezze; di sicuro, però l’uomo vive male la sua condizione di recluso. Ergastolo per omicidio, originario di San Giuseppe Vesuviano, Antonio Cutolo è solo omonimo del padrino e fondatore della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo.
Antonio Cutolo è detenuto in regime differenziato perché da collaboratore di giustizia in una decina di anni ha fatto luce su 30 anni di camorra, soprattutto vesuviana ma anche napoletana. Nel frattempo però, secondo la procura di Napoli approfittando di un permesso-premio, tra il 2005 e il 2006 avrebbe commesso alcune estorsioni a imprenditori e commercianti dell’area a Sud di Napoli, in particolare a San Giuseppe Vesuviano. Atti malavitosi che erano il suo tentativo di tornare in campo attraverso la Nuova camorra speciale con cui aveva stretto legami nel carcere di Sulmona anche con i Sarno di Ponticelli, cosca poi sparita dopo pentimenti e delitti.

giovedì 22 agosto 2013

Petizione per misure alternative al 41 bis per Raffaele Cutolo. Ecco il testo integrale che tutti i media stravolgono.

Raffaele Cutolo
IL CARCERE SENZA RIABILITAZIONE E POSSIBILITA' DI RIEDUCAZIONE E' SOLO UNA VERGOGNA ED UNA VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL DETENUTO ED E' CONTRO OGNI DIRITTO UMANO QUANDO DI FATTO DIVENTA "INTERNAMENTO" SENZA GARANZIE GIURIDICHE COME IL CASO DI RAFFAELE CUTOLO, EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA NEGLI ANNI 80, OGGI " CONVERTITO" SENZA GIUSTIZIA.
AL MINISTRO DI GIUSTIZIA
SIG.RA ANNAMARIA CANCELLIERI
VIA ARENULA,70-00186-ROMA



OGGETTO : PETIZIONE POPOLARE PER CHIEDERE IL RIACCERTAMENTO DELLA PERICOLOSITA’ SOCIALE (ART. 203 C.P.) ED ASSEGNAZIONE A MISURE ALTERNATIVE AL 41 BIS – L. N° 354/75 , PER IL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO N. AD OTTAVIANO (NA) IL 04.11.1941.


ECCELLENTISSIMO SIGNOR MINISTRO DI GIUSTIZIA,AI SENSI DELL'ART. 27 COST. LE PENE DEVONO TENDERE ALLA RIEDUCAZIONE E RIABILITAZIONE DEL DETENUTO. RITENIAMO IMPORTANTE CHE NELLA NOSTRA SOCIETA’ DEMOCRATICA IL DIRITTO NON SIA SOLO UNA PAROLA MA SI CONIUGHI REALISTICAMENTE CON IL SENSO DI UMANITA’ E DI GIUSTIZIA E NON SIA “GIUSTIZIALISMO IDEOLOGICO”.QUESTA INIZIATIVA IN FAVORE DEL DETENUTO RAFFAELE CUTOLO IN OGGETTO , VUOLE ESSERE,ALTRESI’, UNA PROPOSIZIONE “CRITICA” RISPETTO A NORMATIVE NATE COME “ECCEZZIONALI”( ART. 41 BIS DELL’O.P.), TALVOLTA ECCESSIVE RISPETTO AD ATTEGGIAMENTI DI RAVVEDIMENTO OPEROSE E CONVERSIONE DEL REO , DIVENTATE , IN DISPREGIO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA E ALLA CARTA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI, “ “IL BRACCIO FORTE “ DI UN CREDO IDEOLOGICO MA CHE IN PRATICA INEFFICACI RISPETTO ALL’ELIMINAZIONE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA . ILL.MO MINISTRO IL 41 BIS O.P. HA AVUTO L’AGGRAVANTE DI UN NUOVO PROTAGONISMO CULTURALE NEL CONTESTO DEI VERTICI DELLA CRIMINALITA’ CRIMINALIZZATA, QUELLO DELLE DONNE. LA GIUSTIZIA E’ VERAMENTE “GIUSTA” SE LA SUA MISURA E’ LA CIVILTA’. LA RIEDUCAZIONE DEL DETENUTO E LA POSSIBLITA’ CHE LO STESSO POSSA RICONCILIARSI DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO HA EFFETTI IMPORTANTI ANCHE SUL PIANO VITTIMOLOGICO , CONTESTO SPESSO DIMENTICATO NELL’APPLICAZIONE DELLA PENA. QUESTO DEVE VALERE, AI SENSI DELL’ART. 3 DELL COSTITUZIONE ITALIANA , PER TUTTI I DETENUTI , QUALUNQUE CRIMINE ABBIANO COMMESSO ED IN QUALSIAI STATO DETENTIVI ESSI SI TROVINO.LO STATO DI PRIVAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE , NELLA CONDIZIONE DI RISTRETTO IN CARCERE PER REATI GRAVI, NON PUO’ COSTITUIRSI COME VENDETTA SOCIALE NEI CONFRONTI DEL REO. QUESTO SAREBBE LA NEGAZIONE DI UNA CIVILTA’ GIURIDICA DEMOCRATICA , CHE CI RIPORTEREBBE INDIETRO DI SECOLI. AL REO, FOSSE IL FAMIGERATO RAFFAELE CUTOLO COME QUALSIASI ALTRO “POVERO CRISTO” RISTRETTO, BISOGNA DARE LA POSSIBILITA’ DI POTER DIMOSTRARE, ,NEI FATTI, CHE E’ CAMBIATO E CHE VUOLE METTERSI AL SERVIZIO DEL BENE AVENDO RINNEGATO IL MALE .ILL.MO SIGNOR MINISTRO , RAMMENTIAMO CHE DA CIRCA 50 ANNI, RAFFAELE CUTOLO,EX CAPO DELLA NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA,E' IN CARCERE E DAL 1982 SCONTA VARI ERGASTOLI IN REGIME DI CARCERE DURO, PRATICAMENTI SCONTATI IN QUASI TUTTI I CARCERI ITALIANI. DAL 1992,OVVERO DA 21 ANNI ,CON LA RIFORMA CARCERARIA, IL DETENUTO CUTOLO E' RISTRETTO IN REGIME DI 41 BIS,IN BASE AD UNA PRESUNTA “PERICOLOSITA’ SOCIALE” (SI DICE “PRESUNTA” PERCHE’ LA SUA FONDATEZZA HA MOTIVAZIONI PIU’ “IDEOLOGICHE” CHE DI PROVATO ED OGGETTIVO RISCONTRO ATTUALE) ED IN QUESTA CONDIZIONE DETENTIVA ,CON SERI PROBLEMI DI SALUTE,TROVASI ORA NEL CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA DELL'AQUILA. QUI RISULTA NON ESSERE INSERITO IN NESSUN PROGRAMMA RIEDUCATIVO E RIABILITATIVO COSI COME PREVEDE IL DETTATO COSTITUZIONALE ED IN SITUAZIONE CONTRARIA DI FATTO ALLA GIURISPRUDENZA PREVALENTE DELLA CORTE EUROPEA DI GIUSTIZIA .RAFFAELE CUTOLO,CON IL 41 BIS , SI TROVA NEL CARCERE DELL’AQUILA PRATICAMENTE DA “INTERNATO” E NON DA NORMALE “DETENUTO” .DAL 1983, RAFFAELE CUTOLO, HA DICHIARATO DI AVER CHIUSO DEFINITIVAMENTE CON IL SUO PASSATO DI CAMORRISTA. EGLI SI E' "CONVERTITO" SPIRITUALMENTE E VUOLE DIMOSTRARE DI ESSERE OGGI,ANCHE SOCIALMENTE, UNA PERSONA DIVERSA,COME ,IN PIU’ OCCASIONI, HA SOSTENUTO MONS. RAFFAELE NOGARO ,VESCOVO EMERITO DI CASERTA,CHE LO CONOSCE SPIRITUALMENTE DA OLTRE 25 ANNI. ALCUNI ASPETTI DI QUESTA PERSONA , OLTRE UN PASSATO DA EFFERATO CAMORRISTA,STRANAMENTE RISULTANO ESSERE RICCHI , PER QUELL’AMORE CHE TUTTO COMPRENDE ED ISPIRA LA NOSTRA UMANITA’ , DI RISVOLTI INTERIORI POCO CONOSCIUTI AI PIU’,MENO MESSI IN EVIDENZA ,POCO RICERCATI ALL’OSSERVAZIONE ED ANALISI PERSONOLOGICA, I QUALI SE ATTENTAMENTE UTILIZZATI POSSONO ESSERE,PARADOSSALMENTE UTILI, AL MIGLIORAMENTO SOCIALE E DI INSEGNAMENTO PER TANTI DERELITTI ANCORA ILLUSI DAL CRIMINE. RAFFAELE CUTOLO OGGI HA DIRITTO, COME PERSONA, ALLA POSSIBILITA’ DI DIMOSTRARE CHE E’ CAMBIATO E VUOLE RENDERSI UTILE ALLA SOCIETA’ PAGANDO FINO IN FONDO LA SUA PENA E DI DIMOSTRARE ALLA SOCIETA’ CHE E’ UN UOMO NUOVO NON SOLO PERCHE’ HA PAGATO (CIRCA 50 ANNI DI CARCERE ,DI CUI 30 ANNI IN REGIME DI ISOLAMENTO) MA ANCHE PERCHE’ IN LUI VI E’ SICURAMENTE OGGI IL GERME DI CHI HA VERAMENTE COMPRESO CHE IL CRIMINE NON PAGA. RAFFAELE CUTOLO HA DIRITTO A PAGARE LA SUA PENA IN UN ALTRO MODO RISPETTO ALLA CONDIZIONE DI FATTO DA “INTERNATO” CHE VIVE ATTUALMENTE AL CARCERE DELL’AQUILA . LA SOCIETA’ HA IL DOVERE DI RICONSIDERARE ,CON TUTTE LE PRECAUZIONI MA CON ATTENZIONE, LA SITUAZIONE PERSONALE E POSIZIONE DI CUTOLO COME DETENUTO OGGI RISTRETTO AL 41 BIS E MAGARI,SE POSSIBILE, METTERLO NELLA CONDIZIONE DI POTERSI “RICONCILIARE” TOTALMENTE CON IL PASSATO IN PARTICOLARE CON LE VITTIME INNOCENTI DELLA SUA STORIA CRIMINALE ED I LORO FAMILIARI,STORIA CRIMINALE CHE ORAMAI ,GRAZIE A DIO, NON C’E PIU’. PERTANTO SI CHIEDE ALLA S.V. ILLUSTRISSIMA ,QUALE E AUTORITA’ PREPOSTA, DI VOLER ATTIVARE LE PROCEDURE DI RITO AFFINCHE SI RICONSIDERI ,COME SI E’ FATTO RECENTEMENTE PER ALTRI DETENUTI AL 41 BIS, LA SITUAZIONE DI “PERICOLOSITA’ SOCIALE “ DEL DETENUTO CUTOLO RAFFAELE NELLA SUA POSIZIONE DI DETENUTO AL 41 BIS , CON MISURE DETENTIVE ALTERNATIVE A QUESTO REGIME CARCERARIO. I PETENTI RINGRAZIANO PER L’ATTENZIONE PRESTATA ALLA PRESENTE DICHIARANDO ESPRESSAMENTE CHE LE INTENZIONI DELLA STESSA TROVANO RISCONTRO ESCLUSIVAMENTE NELLE MOTIVAZIONI DI GIUSTIZIA ED UMANITA’ A CUI E’ EFFETTIVAMENTE ISPIRATA.


DISTINTI OSSEQUI

I PETENTI 
Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

martedì 16 aprile 2013

Torna libero Tore 'o guaglione, il killer di Raffaele Cutolo

È Salvatore Di Maio, ex affiliato della Nco coinvolto negli omicidi Torre e Lamberti. Fuori nonostante il 41 bis
Salvatore Di Maio
SALERNO — Sei ergastoli per altrettanti omicidi, trent'anni di vita trascorsi in carcere a Rebibbia e quasi tutti in regime di carcere duro (41 bis). Il temutissimo braccio armato di Raffaele Cutolo, che negli anni '80 lo scelse quale referente della Nuova camorra organizzata strappandolo al nemico Pasquale Galasso della Nuova famiglia, ha ottenuto la semilibertà.

CASO GIUDIZIARIO - All'unicità del caso giudiziario si abbina la notorietà del protagonista, Salvatore Di Maio, detto ‘tore o'guaglione' e ‘faccia d'angelo', nocerino, killer della Nco, ex luogotenente dei Cutolo, coinvolto in quasi quindici omicidi, finito nelle maglie della giustizia anche per omicidi considerati "eccellenti": come la morte del sindaco di Pagani, Marcello Torre, nel 1980. Omicidio per il quale si è riaperto il fascicolo. O, ancora, l'efferato delitto di Simonetta Lamberti, figlia di appena 10 anni del magistrato cavese Alfonso che, pur di individuare il colpevole non esitò a contattare l'oggi 54enne pluripregiudicato per incontrarlo di persona. Poi, le numerose faide e le "trasferte" a Napoli, vicino al capo, "o' professor e di Ottaviano". Al suo fianco, sempre, anche quando pian piano inizia il declino della Nco spa con guerre intestine che portano a 360 morti ammazzati, in un sol anno. Salvatore viene anche arrestato e clamorosamente evade dal carcere di Salerno. Ad acciuffarlo, tra Roma e Latina, è l'allora capitano dei carabinieri Gennaro Niglio. Tore o guaglione varca la soglia del carcere poco più che ventenne. E su di lui fiumi di inchiostro per racconti tra leggende e verità. Mai pentitosi, oggi gode della semilibertà. Già, il 54enne rappresenta il primo caso italiano di detenuto in regime di carcere duro con l'aggravante dell'articolo 7 (aggravante mafiosa) che usufruisce dei benefici di legge.

Il boss Raffaele Cutolo
LA RICHIESTA DELL'AVVOCATO - Un percorso avviato circa un anno e mezzo fa dal suo avvocato, Antonio Sarno, che ha raggiunto un traguardo a dir poco notevole. Quasi clamoroso. E forse anche atteso se si pensa che un primo segnale di quello che si sarebbe raggiunto si era avuto ottenendo cinque giorni di permesso (rinnovabili ogni 45 con nuova richiesta) in una comunità romana. L'obbligo di dimora nella capitale aveva già fatto rumore. Ora, la semilibertà che ha visto Salvatore Di Maio girare per Nocera Inferiore, la sua città dove però sembra non essere intenzionato a stabilirsi. Ma come si è giunti a tale provvedimento? L'avvocato Sarno ha presentato carte e documenti al tribunale di sorveglianza della capitale per dimostrare che l'assistito aveva tutti i requisiti per la semilibertà. In primis ha ottenuto l'ammissibilità della richiesta dimostrando che Di Maio «..se pure avesse voluto non poteva collaborare. Una collaborazione impossibile visto che la ricostruzione dei processi o dei fatti sono chiari». Ovviamente, i fatti che lo vedono protagonista. A questo si aggiunge la buona condotta dell'uomo. «Una grande vittoria dovuta prima di tutto al percorso che Di Maio ha avuto in questi anni. Poi, al lavoro svolto da me insieme ai miei collaboratori e, non ultimo, al magistrato, giovane e competente, del tribunale di sorveglianza che ha saputo valutare attentamente le carte», spiega con entusiasmo l'avvocato Sarno che ha lavorato per tagliare questo traguardo da oltre un anno.

Rosa Coppola
15 aprile 2013

venerdì 11 gennaio 2013

Uccise 30 persone, Mauro Marra killer della camorra di Cutolo torna libero

Da pentito, Mauro Marra ha confessato di aver ucciso una trentina di persone. Adesso l'ex camorrista, legato al boss Raffaele Cutolo, è stato scarcerato per decorrenza dei termini nell'ambito di una condanna a 20 anni di reclusione per traffico di stupefacenti.

Il noto boss in una foto storica

Mauro Marra è tornato in libertà. Ritenuto uno dei killer della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo (nella foto), negli Anni Ottanta si pentì autoaccusandosi di una trentina di omicidi. 
Lo scrive il “Roma” di Napoli, rivelando che la scarcerazione dell'uomo è avvenuta grazie alla decorrenza dei termini di detenzione preventiva. Nel 2006 Marra era stato arrestato per un traffico di sostanze stupefacenti e condannato in secondo grado a 20 anni di reclusione. La Cassazione ha annullato quella sentenza ed ora il fedelissimo di Pasquale Scotti, super-latitante ricercato da 28 anni, è un uomo libero. Il quotidiano diretto da Tonino Sasso racconta anche di come il Marra pentito abbia dato un contributo determinate nel portare a galla le false accuse contro Enzo Tortora, il presentatore che la camorra voleva incastrare e morto poi di cancro, anche e sopratutto per le ripercussioni subite a seguito di quello che è diventato uno dei casi simbolo della malagiustizia italiana.

fonte: http://www.fanpage.it

sabato 5 gennaio 2013

Chi è Raffaele Cutolo?

In questo breve documento, tratto dalla trasmissione di Lucarelli Blu notte, risulta chiaro come alcuni fenomeni, cosiddetti mafiosi, in Italia non sono stati solamente dei fenomeni criminali ma qualcosa di più, forse dei veri e propri fenomeni sociali. Le parole dei Boss intervistati assumono il valore di veri e propri proclami politici. Di tutto questo Raffaele Cutolo è forse uno dei maggiori interpreti.


Facciamoci una domanda: le parole di alcuni politici di oggi invece, possono essere lette come dei proclami “mafiosi“? Il segno dei tempi …

Raffaele Cutolo


Raffaele Cutolo
Federico Perazzoni

Posted by Cesare Borgia on January 4th, 2013 12:34 PM | Dalla Rete  

tratto dal Sito Italiani Per Caso

giovedì 21 giugno 2012

Giovanni Pandico, detto 'o Pazzo

















Il »grande accusatore di Enzo Tortora, Giovanni Pandico, diventò camorrista in carcere. A Poggioreale entrò circa dodici anni fa, dopo aver provocato una vera e propria strage al municipio di Liveri di Nola, il suo paese natale. Bisogna tornare indietro nel tempo: il 19 giugno 1970 Pandico si presenta negli uffici del Comune in cui è nato 40 anni prima, chiede di poter rinnovare il proprio atto di nascita, perché quello di cui è in possesso» è vecchio e sgualcito . L'impiegato Silvio Nappi comincia a chiedere i dati anagrafici, ma Pandico ha una reazione di stizza:  Ho fretta, non posso attendere . A quel punto entrano altri impiegati dell'anagrafe per rassicurarlo sulla celerità della pratica. Il futuro camorrista pentito, però, è ormai colto da un vero e proprio "raptus schizoide paranoico" : estrae una Beretta calibro nove, di quelle in dotazione alle forze dell'ordine, e comincia a sparare all'impazzata. Sono minuti di terrore nel piccolo municipio di Liveri di Nola; Pandico, ormai fuori di sé, entra nell'ufficio del sindaco democristiano Nicola Nappi e anche lì inizia a sparare. Invano, il vigile sanitario Guido Adrianopoli tenterà di disarmarlo; pagherà con la vita il suo eroico quanto inutile gesto. Alla fine della sparatoria, Pandico si lascia dietro due morti (oltre al vigile, anche l'impiegato Giuseppe Gaetano) e un ferito grave, il consigliere comunale Pasquale Scala.

In carcere, dopo l'arresto, Pandico viene sottoposto a diverse perizie psichiatriche. Il responso è sempre lo stesso: »delirio schizoide di sindrome paranoica . In pratica il Pandico è afflitto da vere e proprie manie di persecuzione, che nei momenti più acuti si traducono in allucinazioni e in deliri. Secondo i suoi compagni di cella nacque così, in un raptus, l'idea di Pandico di »fargliela pagare a quel Tortora . Sta di fatto che l'episodio che lo spedì in galera non fu l'unico né il primo della serie. Già diciannovenne minacciò di morte il padre e alcuni familiari in uno dei suoi raptus omicidi. Fu denunciato per tentato omicidio e arrestato, ma dopo pochi mesi era di nuovo libero.

Di lui Cutolo ha detto che non contava nulla nell'organizzazione della Nco e che il suo unico ruolo era quello di scrivere appunti per lui in carcere. Pandico è anche famoso per essere il pentito più intervistato d'Italia. All'»Espresso , il 24/7/1983, indicò anche i motivi della propria dissociazione. Sostanzialmente, ha detto di essersi convinto a »dissociarsi dalla Nco di Cutolo (Pandico rifiuta l'etichetta di pentito), perché il capo era pronto a concedere la testa di ben »7 compagni nostri dei più valorosi per accordarsi con il clan dei Nuvoletta. Pandico ha detto che per lui la goccia che fece traboccare il vaso fu l'attentato a Casillo deciso da Cutolo, per ritorsione contro il proprio ex luogotenente. In un'altra intervista Pandico arrivò addirittura al colmo di censurare l'operato di Tortora. Rimane tuttora misterioso il canale, il tramite attraverso cui il camorrista pentito è riuscito a fare filtrare tutto questo materiale coperto dal segreto istruttorio. Per ora Pandico si consola giocando a carte in una caserma dei Carabinieri di Napoli e godendo dei privilegi negati ad altri detenuti. Inutile dire che il pentito della Nco spera di ottenere dallo Stato gli stessi privilegi finora ottenuti solo dai terroristi.

Giovanni Pandico è uno degli uomini famosi del clan di Cutolo, personaggio psicolabile e paranoico fino all'inverosimile, è stato descritto e raccontato in centinaia di articoli di giornali italiani come uno spregiodicato che ha fatto soffrire centinaia di persone, ultimo il noto conduttore televisivo Enzo Tortora, cittadino onesto ed esemplare come l'Italia ne ha avuto pochi e a cui tutti gli italiani devono ancora molto.


Pubblichiamo di seguito un articolo di Lino Jannuzzi tratto da Il Giornale del 21 Maggio del 2006 che racconta proprio le vicende legate a Tortora e in cui si traccia un profilo del noto criminale Giovanni Pandico.


Il 18 maggio, giorno dell’Ingiustizia

Il 18 maggio ha segnato il diciottesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Per ricordarlo Mauro Mellini, che fu a lungo deputato radicale e fu anche membro del Consiglio superiore della magistratura, ha lanciato a nome dei Riformatori liberali-radicali per la libertà un appello per istituire una giornata nazionale in omaggio alle vittime dell'ingiustizia: «Una giornata in cui il pensiero vada a coloro che, per errore di uomini o per imperfezione e stravolgimento di istituzioni e di leggi, per devianze delle finalità che la giustizia deve perseguire, sono sacrificati e soffrono, lottando perch´ sia conosciuto il loro buon diritto ma invece, vinti e dimenticati, subiscono pene e umiliazioni che non hanno meritato». Una proposta che ha già raccolto illustri consensi e firmatari: i senatori Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Alfredo Biondi; i deputati Gaetano Pecorella e Stefania Craxi; i politici Clelio Darida e Benedetto Della Vedova; il giudice Corrado Carnevale; gli avvocati Mimmo Contestabile ed Ettore Randazzo.
Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino in un albergo di Roma il 17 giugno del 1983, fu trattenuto fino alle 11 in questura, il tempo necessario perch´ la notizia si diffondesse e si raccogliesse dinanzi al portone una torma di giornalisti, fotografi e teleoperatori, per poi trasferirlo ammanettato e fotografato al carcere di Regina Coeli. L'ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di armi e di stupefacenti fu spiccato dalla procura di Napoli per le accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto 'o animale, è un feroce assassino, particolarmente famoso perch´ ha assassinato in carcere Francis Turatello, gli ha sventrato a calci il torace, gli ha strappato il cuore e se lo è mangiato. Giovanni Pandico, psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage sul municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie, uccidendo gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.
Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», quel «venerdì nero» vennero spiccati 855 mandati di cattura e vennero arrestati, assieme a Tortora, 412 persone: 87 di costoro saranno scarcerati, perch´ sono stati arrestati per sbaglio, per «omonimia», si chiamavano come quelli indicati da Barra e da Pandico, ma non erano loro. Dopo sei mesi Tortora, che era stato trasferito nel carcere di Bergamo per ragioni di salute, viene trasportato in ambulanza a Napoli, dove nella caserma Pastrengo viene messo a confronto con due nuovi «pentiti», Gianni Melluso, detto «cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che gli viene presentato con la testa coperta da un cappuccio nero e giura che Tortora a Milano andava a pranzo e a cena con Francis Turatello. Il 17 agosto 1984, più di un anno dopo l'arresto, Tortora viene rinviato a giudizio e nel frattempo i «pentiti» che lo accusano sono diventati prima 8, poi 12, poi 19. Il tribunale, presieduto dal giudice Luigi Sansone, condanna Tortora a dieci anni di reclusione. Il pm Diego Marmo nel corso della requisitoria finale lo definisce «un cinico mercante di morte».
Ancora un anno, e il 15 settembre 1986 Tortora che nel frattempo è stato eletto deputato europeo, ma si è dimesso per farsi processare, viene assolto con formula piena nel processo d'appello: nella sentenza di assoluzione viene rivelato che i pentiti che accusavano Tortora venivano trattenuti tutti insieme nella caserma Pastrengo e la notte le porte delle celle venivano lasciate aperte perch´ potessero riunirsi, bere e mangiare assieme e concordare le accuse. Assieme a Tortora vennero assolti 114 dei 191 rinviati a giudizio, che assieme agli 87 «omonimi» già liberati e ai 60 già assolti nel processo di primo grado fanno 260, più della metà di quelli arrestati nella famosa retata del «venerdì nero». Otto mesi dopo, il 18 maggio 1987, la Cassazione completerà l'opera, confermando l'assoluzione di Tortora e degli altri 131 imputati e annullando un altro po' di condanne. Ma un anno dopo Tortora morirà, stroncato dal tumore. In quelle orrende mura del carcere, dirà nell'ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell'ospedale: «Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro... ». Nessun risarcimento alla famiglia, nessuno dei «pentiti» che l'hanno calunniato è stato incriminato (anzi è stata la figlia di Tortora, che aveva querelato il «pentito» Melluso, a essere condannata a pagare le spese), nessuno dei magistrati che l'hanno inquisito, processato e condannato ha pagato (anzi hanno fatto tutti una brillante carriera).
«Il caso Tortora - dice Mauro Mellini - è stato troppo facilmente dimenticato. E dopo la sua vicenda non è cambiato nulla, non solo nella carriera dei magistrati, ma anche nel codice penale. Non si è tratto nessun insegnamento dal caso Tortora. Al contrario, sono convinto che quella storia, una volta che si è messa in movimento e che si è sviluppata come si è sviluppata, ha rappresentato una sorta di prova tecnica di Mani pulite. È a Napoli con il caso Tortora che sono stati provati gli strumenti, i rapporti con l'opinione pubblica, la disponibilità della stampa e dei giornalisti, l'assenza totale di ogni senso critico in ordine alle dichiarazioni dei "pentiti", tutta una serie di cose che hanno dato ai magistrati un senso di onnipotenza nell'uso e nell'abuso dei mezzi che hanno nelle mani. L'unica reazione che allora ci fu, il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, proposto dai radicali e dai socialisti, e stravinto con più dell'80 per cento dei voti dei cittadini italiani, fu vanificato perch´ fu fatta una legge che in pratica ha blindato l'impunità dei magistrati. E i magistrati pretendono che nessuno si permetta di denunciare i loro errori, e i pochi giornalisti che si azzardano a farlo, vengono querelati e condannati dai colleghi di corporazione e di corrente dei querelanti. E la magistratura tende sempre più a dilatare la sua funzione e ad assoggettare le altre funzioni dello Stato... ».

giovedì 7 giugno 2012

Raffaele e Rosetta Cutolo nel Dossier di Giuseppe Marrazzo


Un famoso documento prodotto dal giornalista Giuseppe Marrazzo, una serie di interviste che più che tali andrebbero definite, nel loro complesso, una vera e propria indagine sociologica. Il giornalista infatti, oltra a raccontare i fatti, cerca di capire e analizzare quelle che sono  le cause che sottendono al modus vivendi dei camorristi. La spiegazione che ci si da di certi fenomeni dopo aver visto documentari del genere è univoca: la Camorra trae la sua forza dall'ignoranza, dalla mancanza di lavoro e dalla latitanza delle istituzioni di uno Stato degno di questo nome. Uno stato che considera buona parte del suo territorio come una colonia a cui attingere solo manodopera per la sua parte più ricca è uno stato incivile.
Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata