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giovedì 12 dicembre 2013

Calcio e malavita, il procuratore di Lecce: "La repressione da sola non basta, bisogna cambiare la mentalità

"All'esterno appaiono come benefattori. Danno prestiti a fondo perduto e procurano lavoro. Le vittime di estorsione offrono spontaneamenteregali ai boss e alle loro mogli". Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce e nemico numero uno della mafia pugliese, svela il mondo della Sacra Corona Unita in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "In 40 anni si è passati in maniera strisciante dal rifiuto all'indifferenza, dall'accettazione alla condivisione". Se lo Stato non dà lavoro lo si cerca dai clan: "Condannati per mafia trovano spesso posto nelle società di calcio. Lo sport viene usato per due obiettivi: riciclaggio del denaro e consenso sociale". Sul contrasto alla mafia: "Per avere risultati non basta la repressione, serve un cambio di mentalità".Procuratore Motta, qual è il legame tra calcio e malavita?
Il procuratore Cataldo Motta
Noi siamo partiti da un’indicazione che abbiamo avuto di infiltrazioni in alcune società calcistiche del campionato di eccellenza pugliese. Erano coinvolti soggetti già condannati per associazione mafiosa oppure altri soggetti contigui alla criminalità organizzata. Il meccanismo alla base è quello del “dare lavoro”. Abbiamo per esempio rilevato che alcune squadre avevano tra gli steward dei personaggi condannati per associazione mafiosa, magari perché, ahimè, sono quelli che garantiscono meglio l’ordine.

Qual è l’obiettivo dei clan che entrano nel mondo del calcio?

Entrare nel calcio per loro è una scelta molto intelligente. Raggiungono insieme due obiettivi: il riciclaggio del denaro e l’ottenimento del consenso sociale. Da una parte il denaro viene ripulito delle spese della società, come per esempio l’acquisto di calciatori. Dall’altra parte, proprio l’afflusso di soldi e l’acquisto di calciatori migliorano i risultati sportivi e quindi rafforzano il consenso sociale. Le squadre crescono in virtù delle spese di denaro sul cui meccanismo di guadagno è meglio stendere un velo pietoso.

Esiste un legame anche con il mondo degli ultras?

Per quanto riguarda le squadre prese in esame da noi no, anche perché si tratta di calcio minore e le squadre non hanno veri e propri gruppi di tifo organizzato. Il gruppo serio per il quale abbiamo avuto anche la condanna per associazione sovversiva è quello legato all’U.S. Lecce.

È un legame indissolubile quello tra calcio, soprattutto minore, e la criminalità organizzata?

È molto difficile da recidere anche perché per alcune realtà alla base c’è una motivazione direi storica. A Galatina, per esempio, uno dei soci fondatori della squadra è uno dei fratelli Coluccia, condannati più volte per traffico di stupefacenti.
A livello più generale quanto è ancora forte il consenso sociale della criminalità organizzata?

Da noi purtroppo non è ancora forte, ma va diventando forte. La Sacra Corona Unita non aveva mai avuto radicamento sul territorio. Le caratteristiche dell’organizzazione mafiosa salentina sono sempre state diverse da quelle di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra perché è stata diversa la sua origine. In Sicilia, Calabria e Campania la mafia è nata con un consenso di base della gente che vedeva queste organizzazioni come un’alternativa allo Stato vessatore. Da noi è stata invece un’iniziativa criminale che la gente ha visto sin dall’inizio come un’associazione criminale che compiva delitti e altre violenze. La Sacra Corona Unita è mafia non nell’accezione sociologica del termine ma lo è perché corrisponde ai requisiti dell’articolo 416 bis del codice penale. È mafia perché ha realizzato le condizioni mafiose di omertà, terrore e di vincolo associativo. Già all’epoca della mia requisitoria del primo maxi processo che serviva a riconoscere la mafiosità dell’organizzazione dissi che bisognava intervenire sistematicamente perché altrimenti col tempo il radicamento ci sarebbe stato. Purtroppo sono stato facile profeta. Nei 40 anni in cui sono qua a Lecce si è passati lentamente e in maniera strisciante da un rifiuto all’indifferenza, poi alla tolleranza fino all’accettazione e infine al consenso.

La crisi economica non aiuta però a recidere questo consenso…

Tutt’altro, con la crisi la situazione è molto peggiorata. Abbiamo visto che, per esempio, c’è stata una tendenza alla delega per la riscossione dei crediti perché naturalmente se lo chiedono appartenenti all’organizzazione mafiosa il recupero di questi crediti questo avviene istantaneamente. Purtroppo si è creata un’accettazione dei metodi violenti con cui è effettuata la riscossione dalla criminalità organizzata. Si è creato consenso anche intorno alle estorsioni. Un importante collaboratore di giustizia dell’area brindisina ci ha raccontato come adesso in alcune realtà territoriali è dalla parte della Sacra Corona Unita, perché i crimini più evidenti si sono interrotti. La criminalità ha capito come tirare dalla propria parte la gente. Omicidi, danneggiamenti con le bombe e incendi sono scomparsi. Stanno seguendo la strategia di Provenzano, la strategia dell’inabissamento. E ora all’esterno appaiono addirittura come benefattori. Danno prestiti a gente in difficoltà, girandogli 100 o 200 euro a fondo perduto senza poi chiedere la restituzione. E poi procurano lavoro. Naturalmente fanno ancora usura su somme più grosse e alla lunga fanno perdere lavoro perché i titolari delle società infiltrate perdono potere e la società diventa a tutti gli effetti mafiosa. Addirittura ci viene segnalato che non hanno nemmeno più bisogno di compiere le estorsioni ma che sono le stesse vittime a offrire spontaneamente denaro. Così magari a fine anno il gioielliere regala il Rolex al boss o un bracciale a sua moglie. È una deriva pericolosissima degli ultimi anni.

Nelle scorse settimane si parla molto del rischio di un possibile ritorno allo stragismo mafioso. Lei ci crede?

Considerando l’esito della strategia di Riina rispetto all’esito di quella di Provenzano credo che per loro sarebbe una follia. Per quanto riguarda la Sacra Corona Unita, qui i boss hanno avuto una serie di problemi interni, si sono fatti guerra per la leadership ma non c’è mai stata una strategia stragista.

Quali sono i rapporti tra Sacra Corona Unita e le altre organizzazioni mafiose?

La Sacra Corona Unita è nata in opposizione alla colonizzazione del Salento da parte della camorra. È stata una reazione all’iniziativa di Raffaele Cutolo che voleva creare la Ncp (Nuova camorra pugliese). L’inizio è stato conflittuale, poi la Scu ha ricevuto la legittimazione dei calabresi. Sono andati avanti allentando le tensioni e ci sono stati vari episodi che hanno stemperato le tensioni, come ad esempio il contrabbando operato congiuntamente in Montenegro dalle diverse organizzazioni. Ora i rapporti sono di buon vicinato.
Tornando al calcio, con quali strumenti si potrebbe riuscire a recidere il legame con la criminalità organizzata?

È particolarmente difficile riuscirci. Credo però che la repressione penale da sola non serva a molto, anzi. Bisognerebbe blindare le società di calcio, magari con una certificazione antimafia o una sorta di autotutela. Ma servirebbe più della prevenzione: ci vorrebbe proprio un’azione culturale sulla mentalità della gente. È la gente che per prima deve ribellarsi alle presenze mafiose nelle società di calcio.

In senso generale quali strumenti servirebbero per il contrasto alla mafia?

Gli strumenti che abbiamo sono abbastanza adeguati. Il problema è che si fa fatica perché per esempio tecnologicamente loro sono molto più avanzati di noi. Internet non si può intercettare e noi facciamo le acrobazie per avere qualche informazione in più. Purtroppo tra i nostri strumenti non ci può essere la sfera di cristallo. Serve prima di tutto la volontà della gente, solo così possiamo sconfiggerli.

E questa volontà non esiste?

Purtroppo è difficile cambiare la mentalità. Però ho speranza. Faccio riferimenti a casi recenti di omicidio che abbiamo risolto grazie alle testimonianze di alcuni ragazzi. Una volta addirittura un minorenne ci ha messo sulla pista giusta. In uno di questi casi avevano ammazzato una persona davanti a moltissima gente durante l’allestimento di una festa di paese. Nessuno aveva visto nulla. Quei ragazzini, anche se i genitori gli dicevano di non parlare, ci hanno dato una grossa mano. Ecco, se ci fossero più casi come questi abbiamo una speranza. Altrimenti, purtroppo, non andremo molto lontani.
di Lorenzo Lamperti
Mercoledì, 11 dicembre 2013 - 12:07:00
articolo apparso su

venerdì 11 gennaio 2013

Uccise 30 persone, Mauro Marra killer della camorra di Cutolo torna libero

Da pentito, Mauro Marra ha confessato di aver ucciso una trentina di persone. Adesso l'ex camorrista, legato al boss Raffaele Cutolo, è stato scarcerato per decorrenza dei termini nell'ambito di una condanna a 20 anni di reclusione per traffico di stupefacenti.

Il noto boss in una foto storica

Mauro Marra è tornato in libertà. Ritenuto uno dei killer della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo (nella foto), negli Anni Ottanta si pentì autoaccusandosi di una trentina di omicidi. 
Lo scrive il “Roma” di Napoli, rivelando che la scarcerazione dell'uomo è avvenuta grazie alla decorrenza dei termini di detenzione preventiva. Nel 2006 Marra era stato arrestato per un traffico di sostanze stupefacenti e condannato in secondo grado a 20 anni di reclusione. La Cassazione ha annullato quella sentenza ed ora il fedelissimo di Pasquale Scotti, super-latitante ricercato da 28 anni, è un uomo libero. Il quotidiano diretto da Tonino Sasso racconta anche di come il Marra pentito abbia dato un contributo determinate nel portare a galla le false accuse contro Enzo Tortora, il presentatore che la camorra voleva incastrare e morto poi di cancro, anche e sopratutto per le ripercussioni subite a seguito di quello che è diventato uno dei casi simbolo della malagiustizia italiana.

fonte: http://www.fanpage.it

lunedì 25 giugno 2012

PASQUALE BARRA, detto 'o Nimale (l'animale)

Pasquale Barra (Ottaviano, 18 gennaio 1942) è un criminale italiano. È considerato uno degli esponenti di spicco della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Dissociatosi da Cutolo, Barra attualmente sconta l'ergastolo. È stato uno dei principali accusatori di Enzo Tortora.


LA CARRIERA

Affiliatosi prima come capozona di Ottaviano e poi come santista, Barra vanta 67 omicidi di cui molti compiuti nelle diverse carceri italiane dove ha soggiornato frequentemente dal 1970. Nel gergo della mala, gli vengono attribuiti due nomi: o ' studente - in riferimento allo stretto legame con Raffaele Cutolo, detto o' professore - e o ' nimale per la crudeltà e l'efferatezza dei suoi delitti.

La stampa lo ha soprannominato il boia delle carceri per l'incredibile facilità con cui uccide i carcerati su commissione. Si pensi, ad esempio, all'omicidio di Francis Turatello, malavitoso milanese. La terribile esecuzione - compiuta nel carcere Badu'e Carros di Nuoro il 17/8/1981 – è ricordata per la modalità efferata: Barra ferisce l'uomo con quaranta coltellate e lo squarta azzannando alcuni organi interni con l'aiuto di Vincenzo Andraous. Questo episodio è rievocato da Giuseppe Marrazzo nel libro Il Camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo e ripreso nel film Il camorrista di Giuseppe Tornatore. Tuttora, la stampa ricorda questo omicidio come uno dei più feroci compiuti in Italia.

Barra ha commesso altri omicidi in carcere; oltre al brutale assassinio di Francis Turatello, si ricorda l'esecuzione di Antonino Cuomo, capozona di Castellammare di Stabia, e quella compiuta ai danni di Domenico Tripodo, capo'ndrangheta calabrese. Il 23 novembre del 1980, nel corso del terribile sisma che colpì il capoluogo campano, Barra partecipò ad una rissa nel carcere di Poggioreale che costò la vita a tre detenuti e il ferimento di otto camorristi passati ad un clan concorrente. Barra ha avuto un ruolo di rilievo nell'omicidio di Francesco Diana, consigliere comunale socialista di San Cipriano d' Aversa, colpito con trentacinque coltellate nel carcere di Aversa.


LA DISSOCIAZIONE E IL CASO TORTORA

Barra fu il primo a dissociarsi da Raffaele Cutolo e, grazie al suo pentimento, rese possibile il più grande attacco mai portato dalla giustizia alla camorra. Si suppone che Barra si sia sentito tradito da Cutolo il quale, proprio in seguito all'omicidio Turatello e di fronte alle pressioni della mafia siciliana, sostenne di non esserne il mandante.

In seguito alle rivelazioni di Barra e dei pregiudicati Giovanni Pandico e Giovanni Melluso, fu possibile il blitz del 17 giugno 1983 in cui vennero arrestati 850 presunti affiliati della Nuova Camorra Organizzata, tra cui l'insospettabile Enzo Tortora. Barra, al fine di ottenere una protezione in carcere, fornisce liste di presunti camorristi nel corso di 17 interrogatori, ma solo al diciottesimo interrogatorio, il 19 aprile 1983, fa il nome di Enzo Tortoradefinendolo un affiliato alla Nuova Camorra Organizzata e responsabile del traffico di droga. Barra rifiuterà di deporre e di confermare le accuse sia al processo di primo grado che in quello d'appello. Le accuse si riveleranno infondate.

Il pentimento di Barra appare subito controverso. Nel corso delle indagini, i giudici scoprirono uno dei tanti tentativi di estorsione da lui compiuti per approfittare della sua posizione di pentito. Barra aveva scritto una lettera ad un concessionario di Casoria dove il camorrista chiedeva 15 milioni per non fare il suo nome nel corso degli interrogatori. In realtà, quello di Barra non si può definire un vero pentimento bensì una semplice dissociazione da Cutolo per ragioni personali. Infatti, Barra continua a definirsi camorrista

NOTIZIE RECENTI
Nel mese di maggio 2009, nel corso di un'udienza a carico di Raffaele Cutolo, Pasquale Barra ha testimoniato in videoconferenza da una località protetta affermando di non conoscere Raffaele Cutolo e Rosetta Cutolo. Pare che Barra stia realizzando uno sciopero del pentimento.

fonte:wikipedia


(dall'Archivio del partito radicale del 30 Giugno 1984)
Qualcuno lo ha subito ribattezzato il Joe Valachi della camorra. Il paragone appare un po' azzardato anche se il 42enne Pasquale Barra le carte in regola (si fa per dire) del capo clan, ce le ha tutte. Decine di omicidi alle spalle, dentro e fuori dal carcere di Poggioreale (in cui ha risieduto per 10 anni), il nostro eroe è soprannominato nel gergo della mala o 'animale , oppure »o 'studente . E balzato per la prima volta agli onori di tutte le cronache nere nazionali con l'omicidio del boss milanese Francis Turatello nel carcere di Nuoro il 17/8/1981. Barra squartò letteralmente Turatello (dicono che gli abbia azzannato il fegato e le viscere), forse per ordine di Cutolo. Pochi mesi prima aveva massacrato a coltellate Antonino Cuomo, sempre per ordine del capo della Nco. Barra è stato il principale ispiratore del blitz anticamorra del 17 giugno 1983, "il venerdì nero della camorra", in cui vennero arrestati 852 camorristi della Nco. 200 di loro verranno poi scarcerati nell'arco dei tre mesi successivi, soprattutto per errori di omonimia.

Tutti oggi sanno chi è Barra, in particolare perché ha accusato Enzo Tortora di spacciare la cocaina per conto della camorra. Un'assurda accusa che il giornalista televisivo ha sempre respinto e per la quale ancora oggi si trova agli arresti domiciliari.

Barra, che per anni è stato considerato il »boia delle carceri , dopo il suo pentimento è assurto a salvatore della Patria. Eppure, quasi tutti quelli che ha accusato, li ha coinvolti solo per ritorsione; lui, comunque, si arrabbia se lo chiamano pentito, e si professa camorrista verace al 100%.

I settimanali hanno una predilezione per Barra, che, dalle elastiche maglie del segreto istruttorio (quello di Pulcinella), ha fatto giungere interviste e memoriali esclusivi un po' a tutti. Qualcuno lo ha addirittura fotografato all'interno di una camera di sicurezza in una caserma dei Carabinieri.

Che dire poi dello sconcertante atteggiamento benevolo di alcuni inquirenti napoletani nei suoi confronti? Non passa giorno che non sia sollecitato il Ministro di Grazia e Giustizia affinché venga approvata una legge sui pentiti della camorra. Fino a ieri feroce assassino e oggi »prezioso collaboratore ; si sa, le cose della nostra Giustizia vanno così, e anche i Barra hanno i loro momenti di gloria. Specialmente quando le loro »disinteressate dichiarazioni contribuiscono a tenere in piedi i castelli accusatori contro Enzo Tortora. Ma Barra fa di più: in un'intervista ad un settimanale si permette di ammonire la figlia del presentatore, Silvia, a non fidarsi dello scaltro genitore, che viene definito »un mariuolo .

Con il caso Barra il fenomeno pentitismo ha raggiunto il punto del non ritorno, aprendo una nuova oscura epoca per le sorti dello Stato di Diritto in Italia.