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lunedì 15 settembre 2014

Conservava i segreti di Moro ma fu ucciso dai "pesciaroli"

Franco Giuseppucci, il "Fornaretto" diventato "Negro". Con la sua morte iniziò una lunga stagione di sangue

Negli anni Settanta, all'Alberone, si riunivano varie "batterie" di rapinatori, provenienti anche dal
Franco Giuseppucci detto "er negro"
Testaccio. Costoro affidavano le armi a Franco Giuseppucci, che le custodiva all'interno di una roulotte, parcheggiata al Gianicolo, che venne, però, scoperta e sequestrata dalle forze di polizia; arrestato per questo, "er Fornaretto", che quando avrà arricchito il suo curriculum criminale diventerà "er Negro", se l'era cavata con qualche mese di detenzione: la roulotte aveva un vetro rotto, difficile, dunque, stabilire chi fosse stato a nascondervi dentro le armi. Quelle sequestrate non erano le sole che Giuseppucci custodiva: scarcerato, patì il furto di un maggiolone Volkswagen, con dentro un altro "borsone" di armi, affidategli da Enrico "Renatino" De Pedis, che il ladro cedette a Emilio Castelletti, socium sceleris di Maurizio "Crispino" Abbatino. E a quest'ultimo si rivolse er Negro, per reclamarne la restituzione. Fu quella, per i due, l'occasione di conoscersi e di dar vita, con Renatino, a una propria "batteria", destinata a trasformarsi in "banda", quando decisero di sequestrare, nel 1977, il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Da allora, la consorteria, che un ignoto cronista chiamò "Banda della Magliana", divenne sempre più forte, sino a sbaragliare ogni altra formazione criminale della Capitale. Ma trovò un punto di svolta quando er Negro, il 13 settembre 1980, fu ucciso a Piazza San Cosimato, a Trastevere, con un colpo di pistola, a opera di esponenti del clan rivale dei Proietti. Costoro, originari del quartiere romano di Monteverde, titolari di numerosi banchi del pesce e detti dunque i "pesciaroli", oltre che di alcune case da gioco, dediti all'usura e alle sommesse clandestine, vicini, soprattutto, a Franco Nicolini detto "Franchino er Criminale", a seguito dell'avvento della nuova potentissima organizzazione, avevano perso i privilegi che derivavano loro dal controllo del territorio, sicché si vendicarono su Giuseppucci. Provocazione micidiale cui seguì una vendetta sanguinosa: nei due anni successivi caddero sotto il piombo della Banda Enrico "er Cane" Proietti, Orazio Benedetti, Maurizio detto "er
Aldo Moro
Pescetto" Proietti e suo fratello Mario detto "Palle d'oro".

Tutto chiaro? Non proprio. Il killer del clan Proietti eliminò sì un elemento di primissimo piano della banda della Magliana, ma anche uno dei testimoni più importanti dei rapporti, in occasione del sequestro di Aldo Moro, tra delinquenza organizzata, apparati dello Stato e potere politico. La prematura morte del Negro può collocarsi dunque all'interno di un'inquietante sequenza di morti, violente o comunque sospette, apertasi nel maggio 1978, legate tutte dal medesimo filo rosso. Lo suggerisce il contenuto del borsello abbandonato su un taxi, a Roma, il 14 aprile 1979, e, in particolare, la scheda intestata "Mino Pecorelli (da eliminare)", in cui sono indicati gli indirizzi del giornalista e l'annotazione che avrebbe dovuto essere colpito "preferibilmente dopo le 19", nei pressi della redazione di OP; nonché l'altra importante annotazione: "Martedì 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, l'operazione è stata rinviata", contenente, tuttavia, un'indicazione incompleta: all'incontro fra Pecorelli e l'"alto ufficiale", cioè il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, si dice fosse presente anche l'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della Banca Privata Italiana, di Michele Sindona, avvelenato con caffè al cianuro, il 20/3/86, nel carcere di Voghera.
Ebbene. Il 9 maggio 1978 viene ucciso Aldo Moro. Il 20 marzo 1979, viene eliminato, a Roma, il giornalista Carmine "Mino" Pecorelli. Nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979, viene ucciso, a Milano, Giorgio Ambrosoli. Tre mesi dopo, Joseph Aricò, il suo presunto killer, tenterà di evadere da un carcere americano, scavalcando una finestra, al nono piano. La mattina del 13 luglio 1979, sul Lungotevere, il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco viene freddato con modalità singolari, rispetto a quelle solite dalle Brigate Rosse, che pure rivendicano l'attentato. Nel settembre 1980, è la volta, come si è visto, di Franco Giuseppucci e, nel febbraio 1981, di Nicolino Selis, ucciso dai suoi stessi sodali: i due avevano concorso all'individuazione del covo prigione dell'onorevole 
Moro. A Palermo, il 25 aprile 1981, viene ucciso Stefano Bontade, il quale si era contrapposto Pasquale Barra, Vincenzo Andraus e altri cosiddetti "killer delle carceri", trucidano Francis Turatello: aveva cercato di utilizzare a fini ricattatori quanto fatto per l'individuazione del covo prigione dell'onorevole Moro. Il 3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, all'epoca prefetto della città, Carlo Alberto Dalla Chiesa e con lui la moglie, Emanuela Setti Carraro, e l'autista, Domenico Russo. Il 29 gennaio 1983, mediante l'esplosione di un'autobomba piazzata nelle vicinanze di Forte Braschi, sede del Sismi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo "'o Nirone" Casillo: a nome dei politici nazionali con cui manteneva i contatti, aveva indotto Raffaele Cutolo a desistere dalla ricerca del covo-prigione di Aldo Moro. Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Giuseppe Chichiarelli, autore materiale del falso comunicato del Lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli omicidi Pecorelli e Varisco, come quello del borsello abbandonato in taxi. Sempre nel 1984, si registra il suicidio, a Londra, di Ugo Niutta, grand commis di Stato, già collaboratore di Enrico Mattei e amico dell'onorevole Antonio Bisaglia, deceduto alcuni mesi prima, cadendo da una barca. Una morte misteriosa quella del parlamentare veneto: chiamato pesantemente in causa dal parlamentare missino Giorgio Pisanò per i fondi elargiti a Carmine Pecorelli, proprio mentre il direttore di O.P. stava rivelando la grande truffa dei petroli, "13 milioni di barili di benzina spariti, mentre gli italiani vanno a piedi e le industrie sono in piena crisi energetica", e brutalmente scaricato dal proprio Partito, prometteva clamorose rivelazioni; alcuni anni dopo, il fratello sacerdote, molto impegnato, tra l'altro, a far luce sulla sua morte, sarà rinvenuto cadavere in un laghetto alpino del Bellunese, con le tasche piene di sassi; last but not least, il colonnello Antonio Varisco, subito dopo la morte di Carmine Pecorelli si era dimesso dall'Arma e, nel momento in cui venne ucciso, stava per andare a lavorare a Farmitalia, proprio con Ugo Niutta.
a Totò Riina e a Michele Greco, dichiarandosi favorevole all'intervento di Cosa Nostra a favore del presidente della Democrazia Cristiana. Il 12 maggio 1981, tocca a Salvatore Inzerillo, che del "principe di Villagrazia" aveva condiviso la posizione. Il 21 ottobre 1981, viene ucciso, a Roma, il capitano Antonio Straullu: oltre a occuparsi di destra eversiva, aveva firmato i rapporti investigativi sul borsello fatto trovare il 14 aprile 1979. Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato all'interno del portabagagli di una macchina, Antonio Varone, fratello di Francesco Varone, che da lui autorizzato aveva collaborato con gli apparati dello Stato alla ricerca del covo prigione dell'onorevole Moro, sentendosi dire, a casa di Frank "tre dita" Coppola: "quell'uomo deve morire". Sempre nell'estate del 1982, nel carcere di Nuoro,

lunedì 24 marzo 2014

Caso Moro, ex poliziotto: "I servizi protessero la strage delle Br"

Nuove rivelazioni all'Ansa: Enrico Rossi, ex-ispettore di polizia, racconta la sua inchiesta

A disstanza di ben 36 anni dal rapimento di Aldo Moro potrebbe riaprirsi il capitolo sulla strage di via Fani e sul sequestro dell’allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte dei terroristi delle Brigate Rosse.
Un caso che, in perfetto ed italico stile, non ha mai smesso di far discutere, in particolare sui tanti punti interrogativi che ancora aleggiano attorno ai fatti di Roma del 1978: dal sequestro alla Camilluccia alla detenzione, dalle trattative con la Banda della Magliana fino all’uccisione dell’uomo politico, un evento storico che ha radicalmente mutato la storia parlamentare e sociale del nostro Paese.
A raccontare nuovi ed inediti risvolti sul caso Moro è l’Ansa, cheha intervistato l’ex ispettore di Polizia, oramai in pensione, Enrico Rossi; l’ispettore racconta quando, era il 2009, una lettera anonima ricevuta da un quotidiano spostava l’attenzione degli inquirenti su un altro elemento presente in via Fani quella mattina: una motocicletta Honda.
La lettera, che sarebbe stata scritta da un’ex agente dei servizi segreti italiani, viene citata dal giornalista Ansa Paolo Cucchiarelli:
“Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”
Verificare una lettera anonima di questa portata, che cambierebbe il corso della storia recente d’Italia, diventa una priorità per l’ispettore Enrico Rossi: materiale da prendere con le dovute distanze, vuoi perchè la storia ufficiale (e processuale) racconta ben altro, vuoi perchè adistanza di oltre 30 anni (e con l’autore che, a suo scrivere, dovrebbe essere deceduto) diventa quasi impossibile verificarne l’attendibilità.
E così si crea immediatamente un classico giallo, i cui elementi base ci sono tutti: una lettera anonima post-mortem, le prove scomparse, i processi farseschi, l’indagine di un poliziotto in totale solitudine, lo spettro dei servizi segreti: roba da scheletri nell’armadio che tali devono restare.

Già negli anni ‘80 il boss camorrista Raffaele Cutolo aleggiava lo spettro dei servizi segreti italiani sul caso Moro e, in particolare, proprio sulla strage che portò al suo sequestro in via Fani, alla Camilluccia, dove l’uomo politico viveva. Già un primo riscontro della lettera l’ispettore Rossi lo ebbe nel primo nome: il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, che era in via Fani la mattina del 16 marzo 1978.
L’anonimo forniva anche gli elementi utili a rintracciare il pilota della motocicletta e dal 2011, dopo che misteriosamente la lettera capitò sul tavolo dell’ispettore di Polizia (allora in forze all’antiterrorismo), Rossi cominciò le sue indagini: secondo un testimone ritenuto molto credibile dallo stesso ispettore, l’uomo alla guida della moto quella mattina era a volto scoperto e aveva tratti del viso che ricordavano Eduardo De Filippo.
Poi, durante le indagini, la probabile svolta:
“Non so bene perché ma questa inchiesta trova subito ostacoli. Chiedo di fare riscontri ma non sono accontentato. L’uomo su cui indago ha, regolarmente registrate, due pistole. Una è molto particolare: una Drulov cecoslovacca; pistola da specialisti a canna molto lunga, di precisione. Assomiglia ad una mitraglietta. […] Per non lasciare cadere tutto nel solito nulla predispongo un controllo amministrativo nell’abitazione. L’uomo si è separato legalmente. Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l’accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell’edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo”. Il titolo era: “Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse”.”
afferma l’ispettore in pensione, che lamenta la mancata autorizzazione alle perizie sulle armi e all’interrogatorio del sospettato, che vive in Toscana. Consegnate le armi alla Digos la situazione sembra “congelarsi”. Dopo qualche tempo, capita l’antifona, Rossi nel 2012 va in pensione e, poco tempo dopo, viene informato della morte del suo sospettato e della distruzione delle armi senza alcuna perizia balistica, come invece aveva chiesto l’ex-ispettore. Scrive l’Ansa, confermando la morte del sospettato e la distruzione delle armi senza previa perizia:
“Il fascicolo che contiene tutta la storia dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma dove è tuttora aperta un’inchiesta della magistratura sul caso Moro.”
Secondo l’agenzia stampa magistratura e Brigate Rosse concordano su un punto: la presenza effettiva della Honda blu in via Fani la mattina dell’attentato. Anzi, c’è qualcosa di più: l’ingegner Alessandro Marini, uno dei testimoni più citati dalla sentenza del primo processo Moro, fu l’unico civile a beccarsi dei proiettili, sparati proprio da quella moto di grossa cilindrata. Interrogato già il 16 marzo 1978 Marini disse che il conducente della moto era un giovane di 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò “l’immagine dell’attore Edoardo De Filippo”.
La raffica non lo uccise solo per un caso fortuito, ma il passeggero della moto (coperto da passamontagna) scaricò l’intero caricatore, perdendolo in terra. Quel caricatore fu ritrovato ma mai messo a raffronto con i tre mitra delle Br ritrovati poi in seguito, dai quali le sentenze affermano siano partiti i colpi sparati a via Fani quella mattina. Stesso discorso per le perizie balistiche, che tacciono numerosi particolari sui proiettili e sui bossoli.
I brigatisti Moretti e Morucci confermano nel corso dei processi proprio la presenza di una moto“che non era roba nostra”, ma negano ogni contatto con i servizi segreti o la criminalità organizzata che imperversava a Roma in quegli anni. Queste nuove rivelazioni non cozzano completamente con quanto affermato circa un anno fa da Ferdinando Imposimato.
Certo, forse tutto questo non è abbastanza per riaprire il caso Moro: certamente non è abbastanza per urlare al complotto dei servizi. Certo, questo si, è abbastanza per rendersi conto che sul caso Moro di chiarezza non ne è mai stata fatta. Probabilmente in maniera deliberata.

giovedì 7 giugno 2012

Raffaele Cutolo sarebbe stato disposto a pentirsi

Raffaele Cutolo oggi
Si era aperta una crepa nella coscienza di Raffaele Cutolo, era stato ad un passo dal raccontare i retroscena degli orrori della faida degli anni Ottanta, poi, la decisione di tirarsi indietro quando era già stato avviato un imponente servizio di protezione. “Le mie donne mi hanno detto di non pentirmi”, disse allora il professore della Nco, “in realtà Cutolo ebbe pressione da parte dei servizi segreti”. A raccontarlo è il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Franco Roberti. Allora, il pm efra magistrato in servizio alla Dda di Napoli. Era quasi riuscito nell’impresa più ardua degli ultimi trent’anni, far parlare il boss che fondò una delle organizzazioni criminali più potenti della storia del Mezzogiorno. Cutolo, secondo il racconto che Roberti affida alla stampa questa mattina, erapronto a vuotare il sacco, partendo dalle trattative per la liberazione di Aldo Moro. L’impresa stava riuscendo grazie anche al lavoro del pubblico ministero Alfredo Greco, al quale il superboss aveva sussurrato: “Dottore, da dove dobbiamo cominciare?”. In quei giorni, Cutolo è formalmente indagato per la morte di Salvatore Alfieri, fratello del boss Carmine. E’ recluso nel carcere di Belluno, ma per i primi colloqui è stato trasferito nel penitenziario di Carinola. Non basta, per ascoltare i segreti e gli orrori della cruenta faidadegli anni Ottanta si decide che è meglio trasferire il professore di Ottaviano in una struttura militare nel salernitano. Il viaggio è già programmato, ma poche ore prima Cutolo torna sui suoi passi. “Non voglio più collaborare”. Il Pm Greco parte alla volta del carcere di Carinola, viene seguito da un’auto e una moto di grossa cilindrata e capisce che qualcosa non va. Arriva nel penitenziario, ma prima di lui sono arrivati decine di uomini funzionari del ministero. A quel punto, è impossibile convincere il superboss. E quellacrepa nella coscienza di Cutolo torna magicamente a richiudersi.

Il PM Greco: il pentimento di Cutolo? un mistero italiano...

Il Pm Alfredo Greco
"Ho ascoltato Raffaele Cutolo per mesi e mesi. Era pronto a collaborare, poi fece dietrofront". Il pm di Vallo della Lucania Alfredo Greco, negli anni Novanta pm della Dda di Salerno, torna sulle rivelazioni di Franco Roberti, l'attuale capo della Procura di Salerno, il quale ipotizza che il ripensamento del superboss fosse stato causato da pressioni dei servizi segreti. "Potrei essere d'accordo con lui - dice oggi, interpellato dall'Ansa - ma comunque ci troviamo di fronte a una vicenda che va a sommarsi ad altri misteri italiani". "Ho ascoltato Cutolo per mesi e mesi - spiega Greco - ci incontravamo nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta. Il suo, era il percorso tipico dei collaboratori di giustizia. Cutolo era pronto a collaborare, questo è certo. Poi, non se ne fece più niente. Si rifiutò di uscire dal carcere, dove ero andato a prenderlo perché fosse trasferito a Salerno. Il motivo? Ho letto le dichiarazioni di Roberti, e potrei essere d' accordo con lui.
Il dietrofront di Cutolo fu improvviso e repentino, apparentemente inspiegabile. Però, sui fatti non posso che mantenere una posizione di riserbo: ci troviamo di fronte ad una vicenda che va a sommarsi ad altri misteri italiani. Nonstiamo a commentare una sentenza di una storia chiusa, ma una vicenda ancora aperta, e per questo motivo il mio riserbo è obbligatorio". Greco ha quindi ricordato brevemente gli incontri con il boss della camorra. "All' epoca, Cutolo era detenuto a Belluno, ma io lo incontravo in altre carceri, soprattutto in quello di Carinola, in provincia di Caserta. Quanti sono stati gli incontri? Tanti. Piùdi dieci? Certamente. Sul contenuto delle sue dichiarazioni non posso dire niente - conclude Greco - Posso solo dire che era un uomo'eccezionale', con le virgolette, per anni al centro di fatti e vicende che hanno avuto ripercussioni anche molto importanti sulla storia della Repubblica Italiana.

fonte: metropolisweb.it
06/03/2010

Raffaele Cutolo sul caso Aldo Moro: potevo salvarlo ma mi fu impedito dai servizi segreti



Raffaele Cutolo, intervistato in carcere, riferì di aver avuto la possibilità di salvare dalle grinfie delle Brigate Rosse l'onorevole Aldo Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, ma avendo preso contatti con Roma per tramite di un suo avvocato gli fu chiesto di starsene da parte e di non impicciarsi nella faccenda. Per Cutolo i servizi segreti italiani non vollero salvare Aldo Moro. Una pagina triste e amara dell'Italia del 900 di cui forse non sapremo mai tutta la verità.