giovedì 13 febbraio 2014

Sul castello del 'Boss delle cerimonie' c'è l'ombra di Raffaele Cutolo

Il padrino della Nuova camorra in carcere parla con la nipote di un investimento milionario. E una pista investigativa ipotizza possa trattarsi del Grand Hotel La Sonrisa, la location del fortunato programma di Real Time sui matrimoni da sogno napoletani

di Claudio Pappaianni

Felicia pretende dal boss la sala reale del Grand Hotel La Sonrisa, perché ha sempre sognato «un matrimonio da principessa». Per Rita e Paolo «una festa non è festa se non ci sono i frutti di mare crudi». Luca, invece, per la sua cerimonia di nozze al “castello” di Sant’Antonio Abate vuole «vedere lo spreco del cibo, perché a Napoli così si usa».

Quando lo scorso 10 gennaio è andata in onda la prima puntata del “Boss delle cerimonie” su RealTime, in tempo reale è montata pure la polemica sui social network. A cominciare da chi si è indignato per quella rappresentazione stereotipata dei “matrimoni della tradizione napoletana”, come recitava lo spot della trasmissione poi cambiato in corsa. La produzione ha replicato sottolineando che nel loro format non c’è nulla di inventato. Un Grande Fratello ai fiori d’arancio.

D’altronde, pure “Reality” di Matteo Garrone, il film vincitore del Grand Prix a Cannes nel 2012, cominciava con un fastoso matrimonio girato non a caso a “La Sonrisa”: una scena grottesca e sfarzosa di abiti scintillanti e divi in elicottero. A RealTime, intanto, si fregano le mani per il boom di ascolti: con il 4,4 per cento di share nell’ultima puntata e quasi il 4 di media, “il boss delle cerimonie” è la trasmissione più vista del canale dopo “Back Off Italia”. Numeri che non bastano a chi, anche attraverso interrogazioni parlamentari, ha ricordato il passato giudiziario imbarazzante del protagonista della trasmissione, il boss dei ricevimenti all’ombra del Vesuvio, Antonio Polese. Tra indagini per commercio di alimenti adulterati e abusi edilizi, fino ai rapporti con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Insomma, non proprio un esempio da esportare.

Polese, coinvolto nel maxiblitz contro la Nuova camorra organizzata del 1983, fu processato perché ritenuto, insieme ad altri tre soci, implicato nella compravendita del Palazzo del Principe di Ottaviano, il famigerato Castello di Cutolo confiscato nel 1991 dallo Stato, dove don Raffaè teneva i suoi summit. A gestire l’operazione era stata la Immobiliare Il Castello, di cui oggi risulta amministratore unico Adolfo Greco, imprenditore che, dopo il maxiprocesso, fu pure coinvolto nell’affaire Cirillo (l’ex assessore regionale della Dc rapito nel 1981 dalla Brigate Rosse, ndr): aveva accompagnato nel carcere di Ascoli il funzionario del Sisde Giorgio Criscuolo, per le trattative intavolate con il boss per il rilascio del politico campano. Un altro socio era Agostino Abagnale, nipote di Alfonso Rosanova, ritenuto il cassiere e il riciclatore di Cutolo: era il ras di Sant’Antonio Abate, proprio il comune dove sorge “La Sonrisa”.


Dal reality al thriller. «Ai piedi del Vulcano sorge un luogo da favola dove il tempo sembra essersi fermato», recita la voce fuori campo che apre la finestra su ogni nuova puntata del “boss delle cerimonie”, tra il luccichìo delle paillettes e i tacchi dodici, la gigantografia di Mario Merola e le immagini della suite dove ha dormito Sofia Loren. E il tempo deve essersi fermato pure per Raffaele Cutolo, quando apre lo scrigno dei suoi ricordi durante un colloquio in prigione con la nipote Roberta, la figlia del primogenito del boss assassinato nel 1990. Il colloquio, come consuetudine per chi è sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis, è videoregistrato: un altro reality, stavolta tra le mura del penitenziario. Siamo nel 2010. Ironia della sorte, quel giorno è un 10 gennaio: come la data delle prima assoluta in tv del “boss delle cerimonie”. Roberta racconta al nonno di suo fratello, rimasto senza lavoro. Il boss, irrequieto, la indirizza «dall’avvocato Cesaro di Sant’Antimo che è diventato importantissimo… e mi deve tanto… faceva il mio autista, figurati!».

Gli atti finiscono nel corposo fascicolo su cui si fonda la richiesta di arresto per Luigi Cesaro, Giggino ’a Purpetta, il deputato amico di Berlusconi che in quei giorni è presidente della Provincia di Napoli. Un’istanza da due anni ancora nelle mani di un gip del Tribunale di Napoli.

Quel giorno, nel carcere di Voghera, il dialogo non si limita, tuttavia, al solo nome di Cesaro: «Io vorrei uscire un paio di mesi per mettere a posto a te e a Raffaele. E anche a Mauro, per l’amor di Dio!», è lo sfogo del padrino, che mai come in quel momento appare come un animale ferito rinchiuso in una gabbia. «Potrei fare mille e mille cose. Vedi, c’è una località dove comprammo un vecchio rudere spagnolo, 700 milioni no?… Adesso vale sessanta miliardi (di lire, ndr). Eravamo quattro soci, no… Tre stanno lì… Dove fanno il festival della canzone…», aggiunge. «A Sanremo?», chiede la nipote a don Raffaè. Cutolo fa cenno di no con il capo, poi pronuncia una parola impercettibile. 

Quale è l’investimento del grande capo camorrista sfuggito alle confische? Un’ipotesi investigativa porta dritto al Grand Hotel La Sonrisa, la location del “boss delle cerimonie”, finito sotto sequestro tra il 1984 e il 1989 perché ritenuto il frutto di attività illecite legate all’organizzazione cutolianea.

Anche il riferimento al festival canoro pare portare al castello prediletto dalle coppie campane che convolano a nozze. È lì infatti che per trent’anni, fino al 2012, si è celebrato un appuntamento fisso con la canzone napoletana, trasmesso pure da RaiUno. I soci della Sonrisa spa - quattro milioni di fatturato nel 2012 per 41mila euro di utile – sono effettivamente tre, come ricorda Cutolo. E, a quanto risulta a “l’Espresso”, a trasformare quel rudere nel castello spagnoleggiante di oggi sarebbe stata la società “Il Castello”, la stessa che gestì la compravendita del maniero di Cutolo a Ottaviano finita sotto inchiesta anni fa.

“L’Espresso” ha provato a parlarne direttamente con don Antonio Polese ma il suo genero, Matteo, direttore della Sonrisa, ci ha risposto che «in questi giorni sta poco bene ed è cardiopatico: meglio evitare». Ce n’è abbastanza per alimentare l’ennesimo mistero intorno alla leggenda del padrino della Nuova camorra organizzata, che custodisce i suoi segreti da trent’anni in isolamento volontario nella cella: non vuole parlare con nessuno, nemmeno per la socializzazione concessa anche nel carcere duro.

Il servizio sull'Espresso in edicola

venerdì 10 gennaio 2014

Un'altra vita. La verità di Raffaele Cutolo.

Un'altra vita. La verità di Raffaele Cutolo.

RECENSIONE - Nel libro "Un'altra vita" di Francesco De Rosa, del 2001, con prefazione del vescovo Raffaele Nogaro, si parla della vita di Raffaele Cutolo ma anche della sua conversione, del modo in cui il suo spirito è cambiato, riservatamente, senza clamori e senza sbandierare pentimenti tardivi ed interessati.


Articolo a firma di Gaetano Ferrara per Conversione.org

Cutolo ha trascorso un'intera vita in prigione. A capo della NCO (Nuova Camorra Organizzata) che
Raffaele Cutolo con la moglie
Annamaria Iacone
aveva fondato, fu protagonista di vicende criminali nel decennio che va dagli inizi degli anni '70 agli inizi degli anni '80, prima che la sua organizzazione si sfaldasse. La fine della NCO è riconducibile a tre diverse cause interdipendenti: a) il venire meno dell'appoggio politico di cui Cutolo godeva ai tempi della reclusione nel carcere di Ascoli Piceno dove poteva beneficiare di ampi privilegi (l'appoggio politico venne a mancare dopo la liberazione di Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse grazie proprio alla mediazione di Cutolo. Secondo una tesi riportata nel libro, si preferì ridurre Cutolo al silenzio rendendolo inoffensivo, disponendo il suo trasferimento nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara, provvedimento fortemente voluto dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini); b) i duri colpi ricevuti sul fronte giudiziario in seguito alle rivelazioni dei pentiti (che proliferarono dopo il trasferimento di Cutolo nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara) con inchieste che portarono al maxi-blitz del 17 giugno 1983 (in cui fu coinvolto anche Enzo Tortora); c) sul piano prettamente militare, il conseguente successo della Nuova Famiglia, organizzazione camorristica alleata della mafia siciliana che contendeva alla NCO il controllo del territorio.
La storia che si narra nel libro è per molti versi esemplare. Si tratteggia il profilo del capo di una organizzazione criminale spietata, agguerrita, che era giunto a divenire un interlocutore del potere politico e che poi, nella fase discendente della sua parabola - in seguito al suo matrimonio con Immacolata Iacone celebrato all'Asinara - giura sull'altare di lasciarsi per sempre alle spalle il passato e questa sua promessa sembra riuscire a vincolare la sua anima in eterno.
«[...] un uomo vero deve affrontare le colpe del suo passato con dignità e coraggio. La conversione deve essere dentro al proprio animo e si deve soffrire, anche per le tante colpe commesse da altri sulla mia pelle e sul mio animo. Il pentimento vero deve essere soltanto con Dio: giudice di tutti i giudici. Se non avessi creduto sempre e immensamente in Dio, già sarei morto. Gesù in croce è la vera cattedra di vita. E poi, monsignor Nogaro, a cui io voglio un bene dell'animo, ha sempre detto che la speranza deve essere invincibile.»
(Brano attribuito dall'Autore a Raffaele Cutolo, perché in corsivo nel testo, pp. 141-142)
Fu proprio Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, ad assisterlo ed a seguirlo in questo percorso di rinascita spirituale. Il vescovo, interpellato dall'autore del libro, accenna alla conversione di Raffaele Cutolo ed approfondisce il tema della differenza che esiste tra la conversione spirituale e il "pentimento" giudiziario di tanti ex-criminali.
«L'uomo convertito, soprattutto l'uomo che si trova in carcere, è colui che cambia il cuore. Il pentito è invece colui che cambia soltanto politica, colui che è alla ricerca dell'interesse personale e di quello del suo gruppo e difende comunque la sua vita accusando gli altri dei suoi crimini. Il convertito è, invece, colui che ha l'anima nuova, che, secondo un concetto cristiano, segue la volontà di Dio e quindi cambia consuetudini, modi di pensare e comportamenti. Cambia quella vita che prima poteva essere ambigua, discutibile e che invece ora vuole essere una vita di testimonianza, retta, morale... cristiana»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 181)
«Chi è convertito cerca di non fare mai del male ai suoi fratelli perché la conversione non è semplicemente un atto a senso unico, un guardare la volontà di Dio, ma è un atto completo e riguarda tutta la morale umana e lo spirito umano. Cioè è una volontà di compiere il bene a ogni costo, quando costa anche fatica, proprio perché la conversione è una nascita nuova, un cambiamento di mentalità, di modo di vedere le cose e, soprattutto, una volontà nuova a fare del bene dovunque, comunque e sempre, contro quella furbizia, quella mercanteria spirituale che potrebbe, invece, essere il carattere del pentito, di colui che cerca il suo interesse.»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 182)
Riflettendo poi sul personaggio Raffaele Cutolo e sulla sua conversione, il vescovo Nogaro passa al nocciolo della questione:
«Io direi con la mia fede [...] che l'uomo è sempre un prodigio, ma un prodigio di bene. Forse ancora oggi non si riesce a pensare che un Cutolo, un uomo così famoso nel campo di un particolare stato di vita quale può essere quello del crimine, abbia avuto la forza interiore, la ricchezza mentale di diventare un nomo nuovo, di grande valore spirituale. A mio giudizio, Cutolo oggi è un uomo che vive la dimensione dello spirito nella forma più ampia. Questo dimostra che l'uomo è sempre in stato di grazia anche se manca; anche se in un periodo della sua vita, più o meno lungo, cede a ogni forma di tentazione, può sempre recuperare, può tornare completamente nuovo. Veramente l'uomo è colui che può nascere di nuovo. Un santo dice che il cristiano è colui che impara a diventare giovane. In questo momento io dico che Raffaele Cutolo, proprio per le tante sofferenze che subisce, forse non si sente diventare giovane, ma ha una sensibilità morale, una coscienza talmente libera per cui si può dire che oggi è più giovane di quando è entrato in carcere... perché si è convertito.»
(Parole di Raffaele Nogaro, riportate dall'Autore, p. 183)
Il tema fondamentale del libro è proprio questo cambiamento nell'animo di Raffaele Cutolo. E' ancora un boss della camorra che vuole restare fedele fino alla fine col suo personaggio oppure è un uomo rinato che desidera espiare sulla propria pelle e sommessamente le proprie colpe, rifuggendo dalla tentazione di avere una vita facile, una nuova esistenza, semplicemente richiedendo di entrare nel programma di protezione previsto per i "pentiti"?
La perplessità che suscita il libro è proprio questa. Ci si può convertire senza "pentirsi", nell'accezione giudiziaria del termine?
La risposta risiede nel cuore di ogni uomo.
Noi lettori possiamo o meno esprimere un giudizio su questo tema ma è doveroso per ognuno riflettere sul cambiamento che c'è stato nell'animo di Raffaele Cutolo, il capo di una organizzazione criminale responsabile di reati gravissimi e delitti efferati che riscopre la scintilla che continuava ad ardere, profondamente, nel suo animo ed essa innesca il fuoco della sua conversione e della sua rinascita spirituale.
E' lecito nutrire diffidenza sul percorso di crescita interiore narrato nel libro di De Rosa, tuttavia le parole del vescovo Nogaro, persona di alta statura spirituale ed umana, devono predisporci alla fiducia; ci presentano il percorso tratteggiato nel libro come credibile e degno di considerazione.
Se escludiamo due brevi periodi di latitanza, Raffaele Cutolo è in carcere quasi ininterrottamente dal 1963. E' nato nel 1941.

Cerchiamo di giudicare la sua vicenda tenendo presente due fatti fondamentali. La prima considerazione è in relazione alla recentissima scelta di papa Francesco di eliminare l'ergastolo per il territorio che ricade sotto la giurisdizione dello Stato del Vaticano probabilmente perché esautora la funzione stessa della detenzione che dovrebbe essere finalizzata alla rieducazione di colui che è in carcere con la prospettiva di rendere possibile, un giorno, il suo reinserimento sociale. La legislazione dello stato italiano potebbe prendere esempio da questa scelta motu proprio di papa Francesco.
La seconda considerazione è in rapporto alla petizione online lanciata del centro Don Peppe Diana per la liberazione di Cutolo e l'applicazione di misure alternative al carcere. E' indicativa la circostanza che sia stato proprio un coordinamento anticamorra, ispirata all'azione ed al pensiero di un sacerdote ucciso dalla criminalità organizzata per il suo impegno a favore della legalità, a promuovere questa iniziativa dal carattere umanitario.
Quando questo articolo è stato pubblicato, Raffaele Cutolo ha quasi 73 anni e ne ha passati 50 in carcere e da 21 anni è in regime di 41-bis, il carcere duro.
Comprendiamo le perplessità ed il dolore che l'eventuale applicazione di misure alternative al carcere possa generare nell'animo dei familiari delle vittime di Raffaele Cutolo e dell'organizzazione criminale della quale era ai vertici, tuttavia non perdiamo mai di vista la prospettiva cattolica: ogni uomo ha il diritto di rinascere, in qualsiasi momento, se vive una conversione vera, autentica, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia. Non sappiamo se il debito con la giustizia Cutolo lo abbia pagato sufficientemente tuttavia in Italia, probabilmente, nessuno è stato in carcere quanto lui.

giovedì 19 dicembre 2013

Trasferito Lorusso, il detenuto che parlo’ con Riina

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di Savino Percoco - 18 dicembre 2013
Alberto Lorusso, il detenuto a cui Totò Riina (foto) ha espresso le minacce stragiste destinate ai pm legati alla trattativa Stato-Mafia e in sottolineata maniera ad Antonino Di Matteo, è stato trasferito ad altro penitenziario. Il “presunto” boss pugliese era la cosiddetta "dama di compagnia" (nel gergo carcerario) con cui negli ultimi mesi, il capo di Cosa nostra ha trascorso le due ore di socialità giornaliere consentite dal regime carcerario 41 bis. Nei giorni scorsi, su disposizione del Dap, è anche stato interrogato dal procuratore capo di Palermo Messineo, e dal suo aggiunto Teresi.
Ma chi è Alberto Lorusso?
 Appaiono sempre più contrastanti e confusionarie le notizie relative alla sua identità. Da molti è indicato come boss di rilievo della Scu ma, navigando attraverso i motori di ricerca web, ad esclusione delle recenti vicende, pochi sono i cenni che lo riguardano. Eppure è lui l’unico tra i criminali detenuti nel supercarcere di Opera ad aver raccolto le spaventose esternazioni di Riina conquistandosi la sua fiducia.
Secondo quanto si è appreso, il ruolo di Lorusso è ancora sotto esame. I pm di Palermo sospettano che possa trattarsi di un infiltrato dei servizi segreti, posto a contatto con Riina nell'ambito di una strategia ancora oscura. 
Difatti, chi ha sbobinato le intercettazioni, lo descrive come una persona curiosa e conscia di cosa chiede. 
Dopo le confidenze dello scorso giugno, raccolte da un agente penitenziario a cui Riina avrebbe affermato che il suo arresto era il risultato di una collaborazione tra Provenzano e Vito Ciancimino e che la proposta di una trattativa fu avviata dallo Stato, il pm Di Matteo dispose un più severo monitoraggio delle intercettazioni. 
Furono quindi, piazzate delle “cimici” da parte della Dia nel luogo dove il boss era solito appartarsi con Alberto Lorusso, durante l’ora d’aria. 
Sorprende quindi, che il capo di Cosa nostra, composto nell’inflessibile silenzio per oltre vent’anni consapevole delle rigide ispezioni, improvvisamente perda il controllo con un presunto mafioso pugliese privo di mediatica “fama” criminale. Altrettanto sospetto è l’interesse di Riina nei confronti del pool antimafia se consideriamo il carcere a vita ormai definitivo e che l’aggiunta di ergastoli derivanti da nuovi processi poco cambierà al suo curriculum penitenziario. 
Certo non va esclusa la prima tesi, che vede Alberto Lorusso ai vertici della Sacra corona unita. Per meglio comprendere questo percorso, facciamo qualche passo indietro, alla nascita di quella che nell’ordine, viene considerata la quarta mafia italiana. Le origini della Scu sono ancora poco chiare, ma una prima ipotesi, narra che il boss camorrista Raffaele Cutolo, nel 1981 costituì un’organizzazione associata alla mafia campana nel territorio pugliese. Di contro, ne seguì un’altra composta da esponenti locali indispettiti dal suo tentativo di espansione. 
Una seconda ipotesi invece, ritiene che la Scu sia stata fondata dallo ‘ndraghetista Giuseppe Rogoli nel carcere di Trani con il consenso del suo capo bastone Umberto Belloco. A causa del suo stato di detenzione, Antonio Antonica, fu nominato responsabile unico delle attività illecite che si svolgevano nell'area brindisina col compito di nominare anche dei capi zona.
Secondo fonti non sicure, i contrasti tra i due generarono un guerra tra clan in cui perse la vita lo stesso Antonica e nella rifondazione si concordarono dalle modalità di affiliazione più rigide e severe, il cui statuto vide la firma anche del compagno d’aria di Riina. Si presume quindi, che Alberto Lorusso, dal 1987 fosse un potenziale boss di una delle famiglie più rappresentative del brindisino.
Altro fatto curioso a sostegno della prima tesi riguarda il Comune di San Pancrazio Salentino (BR) ove risiede Maria Concetta Riina, figlia del superboss. 
Inoltre, anche Ninetta Bagarella, moglie del capo dei capi, potrebbe raggiungere il paesino del brindisino dove fino agli anni ’90, Alberto Lorusso era considerato al vertice della cosca. 
Coincidenza o segnale di un sodalizio tra la Scu e Cosa nostra?
In attesa che meglio venga chiarita l’identità di Lorusso, sono apprezzabili le affermazioni del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma è da augurarsi che alle parole seguino celermente i fatti, a cominciare dal “bomb  jammer” ancora non predisposto al pm a rischio vita, Antonino Di Matteo.
Intanto, per venerdì 20 dicembre è prevista a Palermo una manifestazioneprogrammata da cittadini, associazioni e organizzazioni sociali, politiche e sindacali a sostegno del Pm Di Matteo e del pool antimafia.
A tal riguardo, il comitato di presidenza del Csm ha deliberato una delegazione per partecipare alla manifestazione di solidarietà ai pm minacciati. La proposta sarà sottoposta al plenum. In una nota si legge: "Il Comitato di presidenza ha deliberato di proporre al plenum per il prossimo 20 dicembre la visita di una delegazione consiliare guidata dal vicepresidente a Palermo per incontrare i capi degli uffici giudiziari, manifestare la presenza solidale del Csm nei confronti dei magistrati oggetto di intimidazioni e verificare i possibili interventi dell'Organo di governo autonomo a supporto del sereno ed efficiente esercizio della giurisdizione in quel territorio".

giovedì 12 dicembre 2013

Calcio e malavita, il procuratore di Lecce: "La repressione da sola non basta, bisogna cambiare la mentalità

"All'esterno appaiono come benefattori. Danno prestiti a fondo perduto e procurano lavoro. Le vittime di estorsione offrono spontaneamenteregali ai boss e alle loro mogli". Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce e nemico numero uno della mafia pugliese, svela il mondo della Sacra Corona Unita in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "In 40 anni si è passati in maniera strisciante dal rifiuto all'indifferenza, dall'accettazione alla condivisione". Se lo Stato non dà lavoro lo si cerca dai clan: "Condannati per mafia trovano spesso posto nelle società di calcio. Lo sport viene usato per due obiettivi: riciclaggio del denaro e consenso sociale". Sul contrasto alla mafia: "Per avere risultati non basta la repressione, serve un cambio di mentalità".Procuratore Motta, qual è il legame tra calcio e malavita?
Il procuratore Cataldo Motta
Noi siamo partiti da un’indicazione che abbiamo avuto di infiltrazioni in alcune società calcistiche del campionato di eccellenza pugliese. Erano coinvolti soggetti già condannati per associazione mafiosa oppure altri soggetti contigui alla criminalità organizzata. Il meccanismo alla base è quello del “dare lavoro”. Abbiamo per esempio rilevato che alcune squadre avevano tra gli steward dei personaggi condannati per associazione mafiosa, magari perché, ahimè, sono quelli che garantiscono meglio l’ordine.

Qual è l’obiettivo dei clan che entrano nel mondo del calcio?

Entrare nel calcio per loro è una scelta molto intelligente. Raggiungono insieme due obiettivi: il riciclaggio del denaro e l’ottenimento del consenso sociale. Da una parte il denaro viene ripulito delle spese della società, come per esempio l’acquisto di calciatori. Dall’altra parte, proprio l’afflusso di soldi e l’acquisto di calciatori migliorano i risultati sportivi e quindi rafforzano il consenso sociale. Le squadre crescono in virtù delle spese di denaro sul cui meccanismo di guadagno è meglio stendere un velo pietoso.

Esiste un legame anche con il mondo degli ultras?

Per quanto riguarda le squadre prese in esame da noi no, anche perché si tratta di calcio minore e le squadre non hanno veri e propri gruppi di tifo organizzato. Il gruppo serio per il quale abbiamo avuto anche la condanna per associazione sovversiva è quello legato all’U.S. Lecce.

È un legame indissolubile quello tra calcio, soprattutto minore, e la criminalità organizzata?

È molto difficile da recidere anche perché per alcune realtà alla base c’è una motivazione direi storica. A Galatina, per esempio, uno dei soci fondatori della squadra è uno dei fratelli Coluccia, condannati più volte per traffico di stupefacenti.
A livello più generale quanto è ancora forte il consenso sociale della criminalità organizzata?

Da noi purtroppo non è ancora forte, ma va diventando forte. La Sacra Corona Unita non aveva mai avuto radicamento sul territorio. Le caratteristiche dell’organizzazione mafiosa salentina sono sempre state diverse da quelle di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra perché è stata diversa la sua origine. In Sicilia, Calabria e Campania la mafia è nata con un consenso di base della gente che vedeva queste organizzazioni come un’alternativa allo Stato vessatore. Da noi è stata invece un’iniziativa criminale che la gente ha visto sin dall’inizio come un’associazione criminale che compiva delitti e altre violenze. La Sacra Corona Unita è mafia non nell’accezione sociologica del termine ma lo è perché corrisponde ai requisiti dell’articolo 416 bis del codice penale. È mafia perché ha realizzato le condizioni mafiose di omertà, terrore e di vincolo associativo. Già all’epoca della mia requisitoria del primo maxi processo che serviva a riconoscere la mafiosità dell’organizzazione dissi che bisognava intervenire sistematicamente perché altrimenti col tempo il radicamento ci sarebbe stato. Purtroppo sono stato facile profeta. Nei 40 anni in cui sono qua a Lecce si è passati lentamente e in maniera strisciante da un rifiuto all’indifferenza, poi alla tolleranza fino all’accettazione e infine al consenso.

La crisi economica non aiuta però a recidere questo consenso…

Tutt’altro, con la crisi la situazione è molto peggiorata. Abbiamo visto che, per esempio, c’è stata una tendenza alla delega per la riscossione dei crediti perché naturalmente se lo chiedono appartenenti all’organizzazione mafiosa il recupero di questi crediti questo avviene istantaneamente. Purtroppo si è creata un’accettazione dei metodi violenti con cui è effettuata la riscossione dalla criminalità organizzata. Si è creato consenso anche intorno alle estorsioni. Un importante collaboratore di giustizia dell’area brindisina ci ha raccontato come adesso in alcune realtà territoriali è dalla parte della Sacra Corona Unita, perché i crimini più evidenti si sono interrotti. La criminalità ha capito come tirare dalla propria parte la gente. Omicidi, danneggiamenti con le bombe e incendi sono scomparsi. Stanno seguendo la strategia di Provenzano, la strategia dell’inabissamento. E ora all’esterno appaiono addirittura come benefattori. Danno prestiti a gente in difficoltà, girandogli 100 o 200 euro a fondo perduto senza poi chiedere la restituzione. E poi procurano lavoro. Naturalmente fanno ancora usura su somme più grosse e alla lunga fanno perdere lavoro perché i titolari delle società infiltrate perdono potere e la società diventa a tutti gli effetti mafiosa. Addirittura ci viene segnalato che non hanno nemmeno più bisogno di compiere le estorsioni ma che sono le stesse vittime a offrire spontaneamente denaro. Così magari a fine anno il gioielliere regala il Rolex al boss o un bracciale a sua moglie. È una deriva pericolosissima degli ultimi anni.

Nelle scorse settimane si parla molto del rischio di un possibile ritorno allo stragismo mafioso. Lei ci crede?

Considerando l’esito della strategia di Riina rispetto all’esito di quella di Provenzano credo che per loro sarebbe una follia. Per quanto riguarda la Sacra Corona Unita, qui i boss hanno avuto una serie di problemi interni, si sono fatti guerra per la leadership ma non c’è mai stata una strategia stragista.

Quali sono i rapporti tra Sacra Corona Unita e le altre organizzazioni mafiose?

La Sacra Corona Unita è nata in opposizione alla colonizzazione del Salento da parte della camorra. È stata una reazione all’iniziativa di Raffaele Cutolo che voleva creare la Ncp (Nuova camorra pugliese). L’inizio è stato conflittuale, poi la Scu ha ricevuto la legittimazione dei calabresi. Sono andati avanti allentando le tensioni e ci sono stati vari episodi che hanno stemperato le tensioni, come ad esempio il contrabbando operato congiuntamente in Montenegro dalle diverse organizzazioni. Ora i rapporti sono di buon vicinato.
Tornando al calcio, con quali strumenti si potrebbe riuscire a recidere il legame con la criminalità organizzata?

È particolarmente difficile riuscirci. Credo però che la repressione penale da sola non serva a molto, anzi. Bisognerebbe blindare le società di calcio, magari con una certificazione antimafia o una sorta di autotutela. Ma servirebbe più della prevenzione: ci vorrebbe proprio un’azione culturale sulla mentalità della gente. È la gente che per prima deve ribellarsi alle presenze mafiose nelle società di calcio.

In senso generale quali strumenti servirebbero per il contrasto alla mafia?

Gli strumenti che abbiamo sono abbastanza adeguati. Il problema è che si fa fatica perché per esempio tecnologicamente loro sono molto più avanzati di noi. Internet non si può intercettare e noi facciamo le acrobazie per avere qualche informazione in più. Purtroppo tra i nostri strumenti non ci può essere la sfera di cristallo. Serve prima di tutto la volontà della gente, solo così possiamo sconfiggerli.

E questa volontà non esiste?

Purtroppo è difficile cambiare la mentalità. Però ho speranza. Faccio riferimenti a casi recenti di omicidio che abbiamo risolto grazie alle testimonianze di alcuni ragazzi. Una volta addirittura un minorenne ci ha messo sulla pista giusta. In uno di questi casi avevano ammazzato una persona davanti a moltissima gente durante l’allestimento di una festa di paese. Nessuno aveva visto nulla. Quei ragazzini, anche se i genitori gli dicevano di non parlare, ci hanno dato una grossa mano. Ecco, se ci fossero più casi come questi abbiamo una speranza. Altrimenti, purtroppo, non andremo molto lontani.
di Lorenzo Lamperti
Mercoledì, 11 dicembre 2013 - 12:07:00
articolo apparso su

venerdì 8 novembre 2013

Addio a Ciro Paglia, l'uomo che sfidò Raffaele Cutolo

Il giornalista Ciro Paglia
È morto oggi Ciro Paglia, saggista e giornalista.
Nel 1980 scrisse una serie di articoli di denuncia contro i soprusi della camorra nei confronti degli abitanti di Napoli. Fu minacciato da Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata (allora rinchiuso nel carcere di Poggioreale), il quale spedì a Paglia una lettera intimidatoria, in cui venivano presi di mira sia il giornalista che la sua famiglia.
Nel 1981 la compagna di Paglia fu uccisa davanti la propria abitazione: il delitto è ancora insoluto.
Negli anni successivi, Paglia si occupò anche di inchieste su Tangentopoli. Dopo anni come redattore capo centrale del Mattino, dal 1995 ha svolto l'attività di freelance e ha prestato servizio come volontario in favore dei malati di cancro e anche presso una comunità di recupero per tossicodipendenti.

martedì 5 novembre 2013

Omicidio Carlino, dopo 12 anni in manette Pagnozzi. Il mandante era il boss Michele Senese

Il mandato omicidiario fu assegnato da Michele Senese a Domenico Pagnozzi con cui vi era un’alleanza criminale risalente ai tempi della guerra di camorra degli anni ’80 per la comune militanza nella “Nuova Famiglia” di Carmine Alfieri, nella contrapposizione alla NCO di Raffaele Cutolo.

(MeridiananNotizie) Roma, 4 novembre 2013 – I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Domenico Pagnozzi, esponente di spicco dell’omonimo clan camorristico di San Martino Valle Caudina (AV), individuato a distanza di dodici anni, quale autore materiale dell’omicidio di Carlino Giuseppe, assassinato a colpi d’arma da fuoco nel corso di un agguato a Pomezia, loc. Torvajanica (RM) il 10 settembre 2001.
La misura cautelare è stata emessa dal GIP Maria Agrimi su richiesta dei PM della Procura della Repubblica di Roma – D.D.A., Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, a chiusura delle indagini sul grave fatto di sangue che, nel giugno scorso, avevano portato i Carabinieri ad arrestare i pregiudicati Michele Senese,Giovanni de salvo, Raffaele Carlo Pisanelli e Fiore Clemente, ritenuti corresponsabili con il Pagnozzi nella pianificazione ed esecuzione dell’omicidio.carabinieri
Secondo la ricostruzione effettuata dagli inquirenti, l’omicidio di Carlino fu deliberato da Michele Senese per vendicare l’omicidio del fratello, Senese Gennaro,avvenuto nel 1997 a Roma, e per riaffermare il prestigio della sua organizzazione criminale. Il mandato omicidiario fu assegnato da Michele Senese a Domenico Pagnozzi con cui vi era un’alleanza criminale risalente ai tempi della guerra di camorra degli anni ’80 per la comune militanza nella “Nuova Famiglia” di Carmine Alfieri, nella contrapposizione alla NCO di Raffaele Cutolo.
In seguito, i due si trasferirono a Roma, Senese a metà degli anni 80’ e Pagnozzi a partire dal 2000, ove iniziarono a collaborare, secondo alcuni collaboratori di giustizia, offrendosi reciproca assistenza nell’esecuzione di omicidi. All’epoca dell’omicidio di Giuseppe Carlino, il Domenico Pagnozzi era latitante in quanto destinatario di una misura cautelare per associazione mafiosa.
La misura emessa a carico del Pagnozzi si basa sul complesso quadro indiziario acquisito dai Carabinieri di via in Selci, già alla base dell’ordinanza emessa il 26 giugno scorso nei confronti del Senese più altri 3, peraltro confermata dal Tribunale del Riesame di Roma, nonché sugli esiti degli accertamenti di laboratorio eseguiti su un fazzoletto di carta rinvenuto all’epoca dei fatti sull’autovettura utilizzata dal commando che eseguì l’omicidio, su cui è stato rinvenuto il profilo DNA del predetto Pagnozzi.
All’indagato è stata contestata l’aggravante di cui all’art. 7 del D.L. 13 maggio 1991 nr. 152 convertito in L. 12 luglio 1991 nr. 203, per avere agito avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale. Al riguardo, nell’O.C.C. viene evidenziato come “la realizzazione dell’omicidio di Giuseppe Carlino ha sicuramente contribuito in modo significativo a rafforzare il prestigio criminale mafioso di Michele Senese e del suo gruppo sul territorio romano (…) anche grazie al consolidamento dell’alleanza tra il gruppo criminale di Pagnozzi e quello di Senese”.
Il Pagnozzi Domenico era già recluso in regime di 41 bis presso il carcere di Spoleto e risulta gravato da precedenti per gravi delitti, tra cui per associazione mafiosa e omicidio.

venerdì 1 novembre 2013

Omicidio Caiazzo, dopo 21 anni arrestati i responsabili

28/10/2013, 15:41
NAPOLI - Sono passati 21 anni dall' omicidio di Luigi Caiazzo e del padre Giuseppe, appartenenti all'allora Nco di Raffaele Cutolo, l'uno ucciso in una masseria a Villa Literno ed il secondo ammazzato il giorno dopo nell'ambito di un altro raid di morte. Il cadavere di Luigi  non é mai stato ritrovato. Grazie ad indagini ad ampio raggio e la collaboarazione di alcuni pentiti, la Dia partenopea, coordinata dal procuratore Francesco Greco, ha finalmente arrestato gli autori degli agguati e fatto piena luce su dinamiche e movente delle spedizioni di morte. In menette sono finiti Giuseppe Terracciano e Raffaele Cantone, 54 e 53 anni entrambi appartenenti al clan dei casalesi che nel 1992 cercavano di bloccare la riorganizzazione della Nuova Camorra Organizzata di Cutulo sul territorio casertano. Proprio per questo motivo ed al fine di garantire al clan di Casal di Principe il controllo delle attvitá illecite in Terra di Lavoro, furono compiuti i due delitti.