giovedì 21 giugno 2012

Giovanni Pandico, detto 'o Pazzo

















Il »grande accusatore di Enzo Tortora, Giovanni Pandico, diventò camorrista in carcere. A Poggioreale entrò circa dodici anni fa, dopo aver provocato una vera e propria strage al municipio di Liveri di Nola, il suo paese natale. Bisogna tornare indietro nel tempo: il 19 giugno 1970 Pandico si presenta negli uffici del Comune in cui è nato 40 anni prima, chiede di poter rinnovare il proprio atto di nascita, perché quello di cui è in possesso» è vecchio e sgualcito . L'impiegato Silvio Nappi comincia a chiedere i dati anagrafici, ma Pandico ha una reazione di stizza:  Ho fretta, non posso attendere . A quel punto entrano altri impiegati dell'anagrafe per rassicurarlo sulla celerità della pratica. Il futuro camorrista pentito, però, è ormai colto da un vero e proprio "raptus schizoide paranoico" : estrae una Beretta calibro nove, di quelle in dotazione alle forze dell'ordine, e comincia a sparare all'impazzata. Sono minuti di terrore nel piccolo municipio di Liveri di Nola; Pandico, ormai fuori di sé, entra nell'ufficio del sindaco democristiano Nicola Nappi e anche lì inizia a sparare. Invano, il vigile sanitario Guido Adrianopoli tenterà di disarmarlo; pagherà con la vita il suo eroico quanto inutile gesto. Alla fine della sparatoria, Pandico si lascia dietro due morti (oltre al vigile, anche l'impiegato Giuseppe Gaetano) e un ferito grave, il consigliere comunale Pasquale Scala.

In carcere, dopo l'arresto, Pandico viene sottoposto a diverse perizie psichiatriche. Il responso è sempre lo stesso: »delirio schizoide di sindrome paranoica . In pratica il Pandico è afflitto da vere e proprie manie di persecuzione, che nei momenti più acuti si traducono in allucinazioni e in deliri. Secondo i suoi compagni di cella nacque così, in un raptus, l'idea di Pandico di »fargliela pagare a quel Tortora . Sta di fatto che l'episodio che lo spedì in galera non fu l'unico né il primo della serie. Già diciannovenne minacciò di morte il padre e alcuni familiari in uno dei suoi raptus omicidi. Fu denunciato per tentato omicidio e arrestato, ma dopo pochi mesi era di nuovo libero.

Di lui Cutolo ha detto che non contava nulla nell'organizzazione della Nco e che il suo unico ruolo era quello di scrivere appunti per lui in carcere. Pandico è anche famoso per essere il pentito più intervistato d'Italia. All'»Espresso , il 24/7/1983, indicò anche i motivi della propria dissociazione. Sostanzialmente, ha detto di essersi convinto a »dissociarsi dalla Nco di Cutolo (Pandico rifiuta l'etichetta di pentito), perché il capo era pronto a concedere la testa di ben »7 compagni nostri dei più valorosi per accordarsi con il clan dei Nuvoletta. Pandico ha detto che per lui la goccia che fece traboccare il vaso fu l'attentato a Casillo deciso da Cutolo, per ritorsione contro il proprio ex luogotenente. In un'altra intervista Pandico arrivò addirittura al colmo di censurare l'operato di Tortora. Rimane tuttora misterioso il canale, il tramite attraverso cui il camorrista pentito è riuscito a fare filtrare tutto questo materiale coperto dal segreto istruttorio. Per ora Pandico si consola giocando a carte in una caserma dei Carabinieri di Napoli e godendo dei privilegi negati ad altri detenuti. Inutile dire che il pentito della Nco spera di ottenere dallo Stato gli stessi privilegi finora ottenuti solo dai terroristi.

Giovanni Pandico è uno degli uomini famosi del clan di Cutolo, personaggio psicolabile e paranoico fino all'inverosimile, è stato descritto e raccontato in centinaia di articoli di giornali italiani come uno spregiodicato che ha fatto soffrire centinaia di persone, ultimo il noto conduttore televisivo Enzo Tortora, cittadino onesto ed esemplare come l'Italia ne ha avuto pochi e a cui tutti gli italiani devono ancora molto.


Pubblichiamo di seguito un articolo di Lino Jannuzzi tratto da Il Giornale del 21 Maggio del 2006 che racconta proprio le vicende legate a Tortora e in cui si traccia un profilo del noto criminale Giovanni Pandico.


Il 18 maggio, giorno dell’Ingiustizia

Il 18 maggio ha segnato il diciottesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Per ricordarlo Mauro Mellini, che fu a lungo deputato radicale e fu anche membro del Consiglio superiore della magistratura, ha lanciato a nome dei Riformatori liberali-radicali per la libertà un appello per istituire una giornata nazionale in omaggio alle vittime dell'ingiustizia: «Una giornata in cui il pensiero vada a coloro che, per errore di uomini o per imperfezione e stravolgimento di istituzioni e di leggi, per devianze delle finalità che la giustizia deve perseguire, sono sacrificati e soffrono, lottando perch´ sia conosciuto il loro buon diritto ma invece, vinti e dimenticati, subiscono pene e umiliazioni che non hanno meritato». Una proposta che ha già raccolto illustri consensi e firmatari: i senatori Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Alfredo Biondi; i deputati Gaetano Pecorella e Stefania Craxi; i politici Clelio Darida e Benedetto Della Vedova; il giudice Corrado Carnevale; gli avvocati Mimmo Contestabile ed Ettore Randazzo.
Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino in un albergo di Roma il 17 giugno del 1983, fu trattenuto fino alle 11 in questura, il tempo necessario perch´ la notizia si diffondesse e si raccogliesse dinanzi al portone una torma di giornalisti, fotografi e teleoperatori, per poi trasferirlo ammanettato e fotografato al carcere di Regina Coeli. L'ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di armi e di stupefacenti fu spiccato dalla procura di Napoli per le accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto 'o animale, è un feroce assassino, particolarmente famoso perch´ ha assassinato in carcere Francis Turatello, gli ha sventrato a calci il torace, gli ha strappato il cuore e se lo è mangiato. Giovanni Pandico, psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage sul municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie, uccidendo gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.
Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», quel «venerdì nero» vennero spiccati 855 mandati di cattura e vennero arrestati, assieme a Tortora, 412 persone: 87 di costoro saranno scarcerati, perch´ sono stati arrestati per sbaglio, per «omonimia», si chiamavano come quelli indicati da Barra e da Pandico, ma non erano loro. Dopo sei mesi Tortora, che era stato trasferito nel carcere di Bergamo per ragioni di salute, viene trasportato in ambulanza a Napoli, dove nella caserma Pastrengo viene messo a confronto con due nuovi «pentiti», Gianni Melluso, detto «cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che gli viene presentato con la testa coperta da un cappuccio nero e giura che Tortora a Milano andava a pranzo e a cena con Francis Turatello. Il 17 agosto 1984, più di un anno dopo l'arresto, Tortora viene rinviato a giudizio e nel frattempo i «pentiti» che lo accusano sono diventati prima 8, poi 12, poi 19. Il tribunale, presieduto dal giudice Luigi Sansone, condanna Tortora a dieci anni di reclusione. Il pm Diego Marmo nel corso della requisitoria finale lo definisce «un cinico mercante di morte».
Ancora un anno, e il 15 settembre 1986 Tortora che nel frattempo è stato eletto deputato europeo, ma si è dimesso per farsi processare, viene assolto con formula piena nel processo d'appello: nella sentenza di assoluzione viene rivelato che i pentiti che accusavano Tortora venivano trattenuti tutti insieme nella caserma Pastrengo e la notte le porte delle celle venivano lasciate aperte perch´ potessero riunirsi, bere e mangiare assieme e concordare le accuse. Assieme a Tortora vennero assolti 114 dei 191 rinviati a giudizio, che assieme agli 87 «omonimi» già liberati e ai 60 già assolti nel processo di primo grado fanno 260, più della metà di quelli arrestati nella famosa retata del «venerdì nero». Otto mesi dopo, il 18 maggio 1987, la Cassazione completerà l'opera, confermando l'assoluzione di Tortora e degli altri 131 imputati e annullando un altro po' di condanne. Ma un anno dopo Tortora morirà, stroncato dal tumore. In quelle orrende mura del carcere, dirà nell'ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell'ospedale: «Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro... ». Nessun risarcimento alla famiglia, nessuno dei «pentiti» che l'hanno calunniato è stato incriminato (anzi è stata la figlia di Tortora, che aveva querelato il «pentito» Melluso, a essere condannata a pagare le spese), nessuno dei magistrati che l'hanno inquisito, processato e condannato ha pagato (anzi hanno fatto tutti una brillante carriera).
«Il caso Tortora - dice Mauro Mellini - è stato troppo facilmente dimenticato. E dopo la sua vicenda non è cambiato nulla, non solo nella carriera dei magistrati, ma anche nel codice penale. Non si è tratto nessun insegnamento dal caso Tortora. Al contrario, sono convinto che quella storia, una volta che si è messa in movimento e che si è sviluppata come si è sviluppata, ha rappresentato una sorta di prova tecnica di Mani pulite. È a Napoli con il caso Tortora che sono stati provati gli strumenti, i rapporti con l'opinione pubblica, la disponibilità della stampa e dei giornalisti, l'assenza totale di ogni senso critico in ordine alle dichiarazioni dei "pentiti", tutta una serie di cose che hanno dato ai magistrati un senso di onnipotenza nell'uso e nell'abuso dei mezzi che hanno nelle mani. L'unica reazione che allora ci fu, il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, proposto dai radicali e dai socialisti, e stravinto con più dell'80 per cento dei voti dei cittadini italiani, fu vanificato perch´ fu fatta una legge che in pratica ha blindato l'impunità dei magistrati. E i magistrati pretendono che nessuno si permetta di denunciare i loro errori, e i pochi giornalisti che si azzardano a farlo, vengono querelati e condannati dai colleghi di corporazione e di corrente dei querelanti. E la magistratura tende sempre più a dilatare la sua funzione e ad assoggettare le altre funzioni dello Stato... ».

Salvatore di Maio, detto Tore 'o Guaglione, capozona negli anni 80 per Cutolo nel salernitano


Incubo dei gioiellieri Era il luogotenente di don Raffaele
08 luglio 2010 — pagina 02 sezione: Nazionale

• Nato il 22 giugno 1958, nocerino, Salvatore Di Maio, soprannominato "Tore o’guaglione", all’inizio degli anni Ottanta, a soli 24 anni, era ritenuto uno spietato luogotenente del capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.
• Considerato il braccio armato del boss di Ottaviano nell’Agro-nocerino, tra l’ottobre del 1978 e lo stesso mese dell’80 contro di lui furono emessi 4 mandati di cattura. Di Maio inizia giovanissimo ad infrangere la legge: ad appena 15 anni viene multato per guida senza patente, quindi denunciato per il furto di una gettoniera telefonica. Negli anni successivi si specializza nelle rapine alle gioiellerie, ritenuto vicino al boss di Pagani, Salvatore Serra (detto "Cartuccia", morto "suicida" in carcere nel 1981, alcuni mesi dopo l’omicidio del suo legale, il sindaco di Pagani, Marcello Torre), cambia poi alleanza criminale passando dalla parte di Raffaele Cutolo che si opponeva a Serra per il controllo malavitoso dell’agro-nocerino. Assieme ad Antonio Benigno, Salvatore Di Maio nei primi anni Ottanta è il capo incontrastato della Nco nel Salernitano.
• Viene accusato di omicidi, tentati omicidi, rapine ed estorsioni. Arrestato dopo due anni di latitanza il 5 gennaio del 1981, evade dal vecchio carcere di Salerno il 15 giugno del 1982, due giorni dopo essere stato condannato dalla Corte d’Assise a 13 anni di reclusione per associazione per delinquere, rapina ed estorsione. La sua latitanza dura pochi mesi. Il 12 novembre dell’82 viene catturato dall’allora capitano dei carabinieri di Nocera Inferiore, Gennaro Niglio, che lo insegue sui tetti di una villetta di Pomezia. Imputato in numerosi processi ad affiliati alla Nuova Camorra di Cutolo, è stato indicato tra i killer e i mandanti di diversi delitti. Condannato a 6 ergastoli per altrettanti omicidi durante la mattanza di camorra, è stato prosciolto da alcuni reati ed assolto per altri delitti.
• Di Maio è stato assolto dall’accusa di aver fatto parte del commando che uccise Marcello Torre, il primo cittadino di Pagani freddato sotto casa l’11 dicembre del 1980, delitto per cui ventidue anni più tardi è stato condannato solo il mandante, Raffaele Cutolo. Assoluzione anche per l’omicidio della piccola Simonetta Lamberti, 10 anni, colpita per errore il 29 maggio del 1982, in un agguato il cui obiettivo della camorra era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, all’epoca procuratore di Sala Consilina. (a. r. c.)
fonte:La città di Salerno


Il cutoliano Salvatore Di Maio
in estate torna un uomo libero

Ex luogotenente di Cutolo è in carcere da quasi 30 anni,
finito il regime di carcere duro ha ottenuto permessi

Il maxi processo contro la Nco
Il maxi processo
contro la Nco
SALERNO Salvatore Di Maio, ex luogotenente di Raffaele Cutolo nell'Agro sarnese nocerino, entro la prossima estate sarà "uomo libero". Tore o´guaglione, dopo 30 anni di carcere, anche duro (41 bis), con più di 10 omicidi sulle spalle, e senza mai pentirsi, lascerà le patrie galere. Il traguardo sembra ormai solo questione di tempo.Un primo passo già è stato fatto. Faccia d´angelo (nomignolo datogli per l'espressione candida del suo viso), infatti, ha ottenuto un permesso premio, ad inizio anno, al quale farà seguito un secondo, a fine mese. Consentendogli di abbandonare, per qualche giorno, il penitenziario romano di Rebibbia. Ad accoglierlo, i religiosi di un istituto della capitale dove sembra si trovi bene. Per Legge, dopo dieci anni di carcerazione e buona condotta, il detenuto può avanzare richiesta di permesso. Se concesso, dovrà attendere 45 giorni e riformulare domanda. Un percorso "facile" ma non per chi, come Di Maio, ha avuto il 41 bis e non ha mai pensato, minimamente, di collaborare con lo Stato.
Noto esponente della Nco (nuova camorra organizzata) il 54enne, fedelissimo del "professore di Ottaviano", Raffaele Cutolo, controllava, incontrastato, la zona dell'Agro nocerino sarnese potendo contare sulla fiducia del "capo". A consentirgli il rilevante traguardo è stato il suo difensore, il penalista nocerino Antonio Sarno. "E´ il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis che ottiene tale beneficio - spiega l´avvocato Sarno. Il mio assistito ha già ottenuto un permesso-premio e non credo ci siano ostacoli tali da bloccarne altri, in futuro. E´ presto per dirlo ma se continuiamo nel solco intrapreso Di Maio potrebbe presto terminare la detenzione, almeno in carcere". L´avvocato è cauto e la parola "libertà" non la cita anche se il percorso intrapreso porta dritto dritto a quell´epilogo. Facendo due conti, infatti, Di Maio ha terminato la pena, i quasi 30 anni di carcere e l´aver ottenuto permessi-premio la dice lunga sul futuro che si prospetta, di qui a poco. E tutto questo, senza dimenticare che l´ex luogotenente di Cutolo non si è mai pentito. Non ha mai collaborato con la Giustizia, scegliendo la pena, il carcere. Una notizia che circolava da settimane ma che ha trovato ufficialità solo dopo il primo permesso, all´inizio dell´anno, quando il nocerino ha potuto passeggiare per le strade di Roma.
"Appena ottenuto il permesso ho sentito il mio assistito, spiega l´avvocato Sarno, e credo abbia provato sensazioni che non viveva da molto". Il noto penalista nocerino pesa le parole ma si intuisce "l´ emozione" avvertita per la libertà. Insomma, Di Maio, ex luogotenente Nco è il primo caso in Italia di detenuto con 41 bis con permessi-premio e a breve la libertà. Sul suo conto si sono spesi fiumi di inchiostro. La sua militanza nell'organizzazione di Cutolo è stata di breve durata se si pensa che è finito in carcere poco più che ventenne. Si è arruolato giovanissimo conquistando la fiducia del "professore". Coinvolto in quasi 15 omicidi, Di Maio è finito nelle maglie della magistratura anche per omicidi considerati "eccellenti": Come la morte del sindaco di Pagani, Marcello Torre, nel 1980. Omicidio per il quale potrebbe anche essere riaperto il fascicolo, almeno come si sussurra da qualche mese. Come dimenticare la morte di Simonetta Lamberti, figlia di appena 10 anni del magistrato cavese Alfonso che, pur di individuare il colpevole non esitò a contattare Di Maio, per incontrarlo di persona. Poi, le numerose faide e le "trasferte" a Napoli, vicino al capo. Inizia pian piano il declino della Nco spa con guerre intestine che portano a 360 morti ammazzati, in un sol anno. Salvatore viene anche arrestato e clamorosamente evade dal carcere di Salerno. Ad acciuffarlo, tra Roma e Latina, è l'allora capitano dei carabinieri Gennaro Niglio.
Rosa Coppola
18 gennaio 2010
Il corriere della sera

Salvatore Serra, detto a' Cartuccia. Uomo di fiducia di Cutolo poi dissociatosi

'COSI' COSTRINSERO UN DETENUTO A TOGLIERSI LA VITA IN CELLA'
19 febbraio 1985 — pagina 13 sezione: CRONACA

NAPOLI - Ecco come viene "suicidato" un boss della mala organizzata, prima amico di Cutolo e poi suo acerrimo avversario. Una lunga "guerra di nervi", messaggi sprezzanti e minacciosi tipo: "Ormai quello non è più un uomo. E' uno che porta in giro il suo cadavere". Salvatore Serra, soprannominato "Cartuccia", era un temuto padrino di Pagani con influenza su un vasto territorio che comprendeva altri centri dell' area salernitana: da Nocera ad Andri a Scafati. Entra a un certo punto in rotta di collisione con il super padrino di Ottaviano, gli fa una spietata concorrenza nel controllo dei traffici illeciti. La reazione del capo della Nco non si fa attendere: sentenza di morte. "Cartuccia" si trova nel supercarcere di Ascoli Piceno, in una cella attigua a quella di Raffaele Cutolo. "Diventerà presto la sua tomba", afferma con durezza il superboss. Pian piano i nervi di Salvatore Serra cedono. Ha un forte esaurimento nervoso. Il racconto della sua morte è riecheggiato ieri mattina nell' aula-bunker grande come uno stadio, all' interno del carcere di Poggioreale dove si celebra il processo al primo troncone della Nuova camorra. E' Giovanni Pandico, uno dei primi camorristi pentiti, a fare l' agghiacciante racconto: "E' stato Gennaro Chiariello, l' ex vice brigadiere che comandava gli agenti di custodia di Ascoli Piceno - dice - a prostrare psicologicamente SalVatore Serra. Lo ha fatto impazzire. Lo ha indotto a salire su un termosifone e a mettere la testa in un cappio. Salvatore Serra minacciava di togliersi la vita e lui lo ha aiutato. Su suggerimento di Cutolo ha dato un calcio al termosifone e "Cartuccia" è rimasto appeso. E' stata una scena straziante". Davanti ai giudici l' ex vice brigadiere protesta la sua innocenza e la sua totale estraneità al fatto. "Non ho commesso niente di quello che mi viene attribuito. Sono tutte infamie. Voglio un confronto diretto con Pandico e gli altri che mi accusano, compreso Ciro Starace. I camorristi cutoliani io li conoscevo soltanto perchè stavano nel carcere dove io prestavo servizio, ma non perchè avessi rapporti con loro". Contro Gennaro Chiariello nessun provvedimento della magistratura di Ascoli Piceno è stato adottato in seguito al suicidio del boss di Pagani. In questo processo, l' ex sottufficiale deve rispondere soltanto di associazione per delinquere e di affiliazione alla Nco. E' stata la giornata di altre guardie carcerarie, a testimonianza delle complicità e delle coperture di cui godevano i camorristi nel supercarcere di Ascoli dove per un lungo periodo è stato detenuto anche Raffaele Cutolo. Pandico e Pasquale Barra hanno fatto i nomi del maresciallo Guarracino e di Rosario Adamo: questi avrebbe consegnato tre pistole a Renato Vallanzasca "in cambio di una notte d' amore con la moglie del bandito". Gli interrogatori sono proseguiti uno dietro l' altro, per diverse ore. Sono stati sentiti alcuni imputati beneventani, poi Giuseppe Radunanza, cugino del più conosciuto Domenico, capozona a San Giuseppe Vesuviano. Angelo Santaniello si è scagliato contro Barra: "E' un menzognero. Ho conosciuto Cutolo ed altri camorristi solo perchè stavamo nello stesso carcere". Pasquale Sassolino, Francesco Batti, i fratelli baresi Angelo e Cosimo Linetti (difesi dall' avvocato Michele Cerabona) che si sono definiti "non gangster, ma borseggiatori non violenti". Cosimo ha detto: "Mi chiamano mani di velluto, ma non ho mai sparato. Ho avuto anche molta sfortuna e sono stato in carcere per venticinque anni. Però il marchio di camorrista non si addice alla mia persona". Emerge una linea di difesa comune per i 251 imputati di questo primo troncone: non conosciamo Cutolo e lo abbiamo visto qualche volta. Non abbiamo partecipato alle azioni della Nco. C' è stato un momento di tensione quando il presidente Luigi Sansone ha allontanato Chiti, Fiorella Pignozzo e Mario Astorina che aveva chiesto ai giudici: "Mi date carta e penna per scrivere un' istanza?". Quando gli è stato risposto di no ha reagito: "Ma allora voi non siete dei giudici. Siete una corte marziale!". Domani arriva Enzo Tortora, incriminato per associazione per delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Dopo l' autorizzazione a procedere data dal Parlamento europeo, l' ex presentatore di Portobello entrerà nel processo al primo troncone della camorra cutoliana. Arriverà a Poggioreale quasi sicuramente in compagnia di Marco Pannella. Per questa mattina, nella sede del gruppo consiliare radicale, Tortora terrà una conferenza stampa. - 
di ERMANNO CORSI
La Repubblica

lunedì 18 giugno 2012

Alfonso Rosanova, santista, il preferito di Raffaele Cutolo

Uno stralcio tratto dal libro di Gigi Di Fiore "Potere Camorrista - quattro secoli di mala Napoli" in cui si delineano le caratteristiche del pupillo di Raffaele Cutolo Alfonso Rosanova...







































Da un articolo del Corriere della Sera, in  cui il figlio di Alfonso Rosanova racconta retroscena inqueietanti della latitanza del padre. di D' Errico Enzo
Pagina 12
(19 giugno 1993) - Corriere della Sera
LE RIVELAZIONI DEL FIGLIO DI ROSANOVA ALFONSO : " I POLITICI SONO RESPONSABILI DELLA SUA MORTE "
il boss frequentava Palazzo Chigi
" mio padre era latitante ma aveva ottenuto da Gava Antonio un tesserino per la presidenza del Consiglio " . potere e malavita, chiesta autorizzazione a procedere contro il dc Russo Raffaele: associazione a delinquere. Rosanova Alfonso padre spirituale di Cutolo Raffaele, venne ucciso nell' aprile del 1982 in una corsia dell' ospedale di Salerno

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ Le rivelazioni del figlio di Rosanova: "I politici sono responsabili della sua morte" TITOLO: Il boss frequentava Palazzo Chigi "Mio padre era latitante ma aveva ottenuto da Gava un tesserino per la presidenza del Consiglio" Potere e malavita, chiesta autorizzazione a procedere contro il dc Russo: associazione a delinquere - - - - - - - -


L'UCCISIONE DEI SUOI DUE FIGLI, LUIGI (28 anni con precedenti) e ANIELLO (24 anni incensurato), NEL 1988 A SANT'ANTONIO ABATE, PICCOLO CENTRO IN PROVINCIA DI NAPOLI DI CUI è ORIGINARIO.

CADONO GLI ULTIMI 'CUTOLIANI'
Tratto da La Repubblica
05 luglio 1988 — pagina 21 sezione: CRONACA
La gioelleria Rosanova di via Roma a Sant'Antonio Abate,
luogo presso il quale è avvenuto l'omicidio dei fratelli
Luigi e Aniello Rosanova (di 28 e 24 anni), figli di Alfonso
padrino della NCO capeggiata da Raffaele Cutolo.
NAPOLI Ci sono voluti sette killer e cento proiettili per ammazzare i due figli di Alfonso Rosanova, che fu uno dei più fidati consigliori di Raffaele Cutolo. Il vecchio boss, Alfonso, era stato giustiziato dalla camorra vincente, nella stanzetta di un ospedale salernitano, la sera del 19 aprile ' 82. Ieri mattina, dopo sei anni, è toccato ai suoi eredi fare i conti con la vendetta delle cosche criminali. Un' esecuzione spietata, compiuta sotto gli occhi di decine e decine di persone, che non ha risparmiato un' innocente passante, Annunziata Di Palma di 58 anni. Fortunatamente la donna se l' è cavata con un paio di ferite di striscio. Nulla da fare, invece, per i due bersagli dell' agguato. Luigi ed Aniello Rosanova, rispettivamente di 28 e 24 anni; il primo con numerosi reati alle spalle, il secondo con la fedina penale immacolata. Sono caduti nella trappola mentre passeggiavano in via Roma, la strada principale di Sant' Antonio Abate, un borgo di confine tra la costa vesuviana e l' agro nocerino-sarnese. Le sequenze di questo ennesimo mezzogiorno di fuoco che ha insanguinato la provincia napoletana, resteranno a lungo nella memoria di chi, ieri mattina, si trovava a passeggiare nel corso principale del paese. Le lancette hanno da poco superato le dodici, quando Luigi ed Aniello Rosanova lasciano il loro appartamento di via Roma e scendono in strada. Ad aspettarli ci sono alcuni amici, con i quali i due fratelli si fermano a chiacchierare dinanzi alla gioielleria di un parente. A quell' ora via Roma è gremita di persone: gente che fa spese, ragazzi che ingannano il tempo ciondolando sui marciapiedi. Sembra un giorno come tanti, insomma. All' improvviso, però, due auto di grossa cilindrata una Fiat 131 ed una Lancia Delta sgusciano dal traffico e si fermano a pochi metri dalla gioielleria. A bordo ci sono nove uomini: due restano alla guida delle vetture, mentre gli altri sette spalancano gli sportelli e piombano sui fratelli Rosanova. Sono armati fino ai denti: imbracciano fucili a pompa, mitragliette e pistole calibro nove. Per i due ragazzi non c' è scampo. Hanno appena il tempo di accorgersi dell' agguato, che i killer fanno fuoco. Luigi è il primo a cadere, colpito da oltre venti proiettili. Aniello, anche se ferito, cerca scampo tra le auto in sosta. Zoppicando, fugge tra la folla terrorizzata. Intorno a lui c' è il finimondo: gli assassini che continuano a sparare all' impazzata. La gente che corre in cerca di un riparo. Aniello è stremato, riesce appena a fare venti metri trascinando la gamba ferita. Poi si volta e vede le canne dei fucili puntate su di lui. Almeno trenta proiettili scaraventano il ragazzo sull' asfalto uccidendo. Annunziata Di Palma è lì, a pochi passi. Il terrore le paralizza le gambe. Fra le braccia stringe una busta con il pane che ha appena acquistato dal salumiere. Soltanto quando i killer risalgono in auto e scompaiono in una traversa di via Roma, la donna si accorge che quella busta è imbrattata di sangue. Due colpi, rimbalzati sul selciato, l' hanno ferita di striscio ad una spalla. Ma cosa ha spinto la camorra ad un agguato tanto feroce? E' quello che stanno cercando di scoprire gli investigatori. Gli elementi a disposizione non sono molti. In passato soltanto Luigi Rosanova aveva avuto guai con la giustizia dello Stato e con quella della malavita. Il suo curriculum penale è simile a quello di tanti altri piccoli boss di provincia. Arresti a ripetizione, innumerevoli denunce. Un mese fa era scaduto il soggiorno obbligato che l' aveva confinato a Modena. Già nell' 83, comunque, Luigi era stato ferito alle gambe da un altro commando di camorristi. E sempre a Sant' Antonio Abate, in via Roma. E' probabile che i fratelli Rosanova, a caccia di un posto al sole nella gerarchia criminale della zona, abbiano pestato i piedi a qualche boss dell' entroterra napoletano. E in una terra dove le vecchie mappe del potere camorristico sono state sconvolte da arresti ed omicidi, basta questo a scatenare la vendetta. D' altra parte la famiglia Rosanova non ha mai vissuto giorni tranquilli dopo il tramonto di Raffaele Cutolo e della Nuova camorra organizzata. Il primo a cadere sotto il piombo delle cosche vincenti fu proprio il vecchio Alfonso. Dieci killer lo spedirono all' altro mondo mentre era ricoverato, per disturbi cardiocircolatori, in una stanzetta al quarto piano dell' ospedale Da Procida, a Salerno. Considerato il cassiere della Nco, l' esperto in operazioni finanziarie, Rosanova aveva il compito di riciclare il danaro sporco guadagnato con le estorsioni ed il traffico di droga. Il suo nome comparve nell' ordinanza di rinvio a giudizio contro quarantadue presunti cutoliani firmata, il 17 maggio ' 83, dal giudice istruttore salernitano Domenico Santacroce. Ed in quell' occasione la figura del boss venne accostata a quella dell' allora sottosegretario ai Trasporti, Francesco Patriarca. Fu lo stesso Patriarca, qualche tempo dopo, ad ammettere di aver conosciuto Alfonso Rosanova. In un' intervista raccontò di essersi incontrato con il malvivente soltanto perché questi era interessato alla costruzione di un villaggio turistico alla periferia di Castellammare. Ma non sapevo che fosse un criminale, aggiunse. 

VIncenzo Casillo, detto 'o Nirone, primo braccio destro di Raffaele Cutolo assieme ad Alfonso Rosanova



Vincenzo Casillo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vincenzo Casillo (San Giuseppe Vesuviano, ... – Roma, 29 gennaio 1983) è stato un criminale italiano, affiliato allaNuova Camorra Organizzata.


Vincenzo Casillo, detto o' Nirone per la sua capigliatura corvina, è stato uno degli uomini chiave della Nuova Camorra Organizzata svolgendo un ruolo attivo sul territorio mentre Raffaele Cutolo soggiornava nelle diverse carceri italiane. È ritenuto l'autore materiale dell'omicidio di Nino Galasso, fratello di Pasquale Galasso.


L'affiliazione di Casillo alla NCO è anomala. Casillo, a differenza dei primi affiliati, non è un galeotto né un pregiudicato. Figlio di un industriale, dirige una fabbrica di pantaloni a San Giuseppe Vesuviano. Alla fine degli anni 70' si presenta spontaneamente a Poggioreale e in un colloquio con Raffaele Cutolo offre una sostanziosa quota della sua ditta per assicurarsi una piena protezione del boss. Da allora, stringe un rapporto sempre più intenso con il boss di Ottaviano, diventando il suo braccio destro. Insieme ad Alfonso Rosanova, ha svolto un ruolo chiave nel corso del rapimento di Ciro Cirillo avvenuto il 24 aprile del 1981. Com'è noto, alcuni dirigenti della Democrazia Cristiana chiedono l'intervento di Cutolo per la liberazione di Cirillo e il primo contatto con la NCO avviene attraverso Francesco Pazienza, collaboratore dei servizi segreti, che il 17 luglio 1981 incontra ad Acerra Vincenzo Casillo. È proprio lui a gestire la trattativa tra SISMI, NCO, Brigate Rosse e dirigenti della DC. A seguito della liberazione di Cirillo (27 luglio) viene sospeso il decreto di carcerazione predisposto per Vincenzo Casillo. È possibile che questi fosse in possesso di un tesserino dei servizi

Nel 1981, Casillo fa da mediatore tra le famiglie della vecchia camorra campana e la NCO. In principio, si riesce a trovare un accordo per una spartizione territoriale; successivamente, l'accordo salta poiché Cutolo pretende una forte tangente sul contrabbando delle sigarette.

Il Banchiere Roberto Calvi
Secondo alcune fonti, è implicato nella morte di Roberto Calvi (giugno 1982). L'omicidio mascherato da suicidio sarebbe stato commissionato ad alcuni camorristi capeggiati da Casillo.

Il 29 gennaio 1983, a Roma, Vincenzo Casillo - in quel momento latitante - sale a bordo della sua automobile che esplode perché imbottita di tritolo. L'esplosione avviene in via Gregorio VII a poca distanza dalla sede del SISMI. Casillo muore mentre Mario Cuomo, seduto al suo fianco, perderà l'uso delle gambe. La sua compagna, la ballerina Giovanna Matarazzo, dichiarerà al giudice Alemi che la morte di Casillo è collegata all'omicidio Calvi. Il 2 febbraio 1984 la donna verrà ritrovata in un blocco di cemento.

In un primo momento, è lo stesso Raffaele Cutolo ad essere accusato di essere il mandante dell’omicidio di Vincenzo Casillo. Nel luglio del 1993, il pentito Pasquale Galasso, ha riferito che l'omicidio di Casillo fu un chiaro segnale della potenza del clan Alfieri con cui i politici cominciavano ad avere rapporti più stretti. Galasso ha inoltre riferito che il tritolo fu fornito dalla mafia. Per l'omicidio Casillo sono stati condannati all'ergastolo Ferdinando Cesarano e Pasquale Galasso.

Giuseppe Puca, detto 'o Giappone, prima capozona di Sant'Antimo per la NCO poi braccio destro di Cutolo dopo l'assassinio di Casillo a Roma

AGGUATO AL LUOGOTENENTE DI CUTOLO
NAPOLI In fin di vita il più fidato luogotenente di Raffaele Cutolo, fondatore, con lui e la sorella Rosetta, della Nuova camorra organizzata. Un commando di cinque killer ha crivellato di colpi, nel centro di Sant' Antimo e in pieno giorno, Giuseppe Puca, 41 anni, soprannominato ' o Giappone per i lineamenti orientali del viso. I medici del Cardarelli lo hanno tenuto in camera operatoria per molte ore. Aveva dieci ferite al volto, all' addome, alle spalle e alle gambe. Gli inquirenti parlano di regolamento di conti o di vendetta. Negli ultimi tempi sembra infatti che Puca non godesse più della piena fiducia del superboss di Ottaviano. Pare, anzi, che avesse cercato di stringere nuove alleanze, forse con le bande collegate ad Antonio Bardellino, capo della Nuova famiglia, che hanno il predominio in alcuni comuni a nord di Napoli e nell' area casertana. Puca, condannato a molti anni di carcere per associazione a delinquere di stampo camorristico, omidicio, rapine ed estorsioni, era in libertà vigilata per motivi di salute. La sua carriera di boss era incominciata molto presto. Il suo atto più clamoroso fu la liberazione di Raffaele Cutolo dal manicomio giudiziario di Aversa. Con la dinamite ' o Giappone fece saltare il muro di cinta dell' istituto. Cutolo evase con estrema facilità. Altra azione clamorosa di cui venne accusato, l' assassinio di Vincenzo Casillo, il 29 gennaio dell' 83 a Roma. Secondo l' accusa, Puca organizzò materialmente il micidiale agguato. Casillo, depositario dei segreti di Cutolo per quanto riguarda le trattative condotte nel supercarcere di Ascoli Piceno per la liberazione di Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate rosse, saltò in aria nell' auto-bomba. Raffaele Cutolo e la sorella Rosetta, la donna dagli occhi di ghiaccio, vennero ritenuti i mandanti. Tre giorni fa, però, la Corte di assise di Roma ha scagionato Puca assolvendolo con formula piena. Uguale sentenza per Cutolo e la sorella. Ma il tribunale della malavita aveva deciso la eliminazione di Puca. Il commando di killer ha accerchiato il boss mentre parlava con alcune persone davanti a un bar. E' stata una pioggia di proiettili, sparati da pistole, fucili e lupare. Per Puca una corsa disperata, prima all' ospedale di Aversa e poi al Cardarelli. - di ERMANNO CORSI
La Repubblica

domenica 17 giugno 2012

20 Febbraio 2003. Cutolo non si presenta al tribunale di Santa Maria Capua Vetere per problemi fisici dovuti allo sciopero della fame


Cutolo sta male non sarà in aula per il processo

DUE visite in carcere e un certificato medico. Così il boss della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo non è stato più portato da Novara - dove è detenuto - a Santa Maria Capua Vetere. Il certificato, giunto nella cancelleria della Corte ieri in tarda mattinata, attesterebbe le serie condizioni di salute e l' impossibilità per di mantenersi in posizione eretta a causa dello sciopero della fame cominciato la scorsa settimana. Cutolo era atteso per le 13 all' aula bunker del penitenziario sammaritano per il processo sulla Nco, in corso da oltre venti anni, dopo una serie di conflitti di competenze tra gli organi giudicanti di Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Era stato lo stesso Cutolo, nei giorni scorsi, ed in concomitanza con il suo trasferimento dal carcere di Belluno a quello di Novara, a chiedere di essere presente, dopo alcuni anni, al processo che lo vede fra i maggiori imputati.
fonte: La Repubblica